“Il ministero della transizione ecologica ha pubblicato il Pitesai, il piano che disciplina le ‘trivellazioni‘ in Italia. Peggio non si poteva fare. È un documento che renderà ancora più confuso il settore delle estrazioni, già di per sé caotico. E che non andrà a ridurre i contenziosi dinanzi ai giudici amministrativi, anzi li aumenterà”. Così, all’Adnkronos, il costituzionalista e docente universitario a Teramo, Enzo Di Salvatore, anche del coordinamento nazionale No Triv.
“In Abruzzo – annuncia – ci stiamo già organizzando, con diversi Comuni, per presentare ricorsi. Contestualmente al Piano delle aree, – dice Di Salvatore – il ministro Cingolani ha dichiarato che ora occorrerà raddoppiare le estrazioni, fino ad arrivare al 10% dell’incidenza del gas sul fabbisogno energetico nazionale. Il Piano e le dichiarazioni di Cingolani si muovono in controtendenza rispetto agli impegni assunti dall’Italia in sede internazionale (gli accordi sul clima) e in sede europea (neutralità climatica entro il 2050).
Piaccia o no, in questo modo non sarà possibile mantenere quegli impegni. Il Piano è una mezza presa in giro. Esso distingue tra aree idonee alle attività di ricerca e di estrazione e aree non idonee. Quali sono quelle considerate non idonee? Quelle per le quali, di fatto, nessuno ha interesse a cercare ed estrarre idrocarburi (giusto per fare un esempio, la regione Val d’Aosta, mai interessata da attività di questo tipo) e quelle per le quali vi siano vincoli assoluti, e cioè aree per le quali esistevano già (da anni) divieti in tal senso: le 12 miglia, le Isole Egadi, il Golfo di Venezia, ecc…”.
“Si dice – aggiunge – che le aree marine sarebbero state ridotte. Vero, ma questo non dipende dal Piano: la riduzione della zona B (l’Adriatico, per intenderci) risale a molti anni fa; la riduzione del 30% della zona G (Tirreno meridionale e Canale di Sicilia) è tale rispetto al 1981 e non deriva dal Piano, ma risale al 2013.
Infine, che mentre la legge istitutiva del Piano (legge 12 del 2019) aveva aumentato il ridicolo importo dei canoni dovuti fino ad allora dai concessionari, la legge 120 del 2020 lo ha ridotto drasticamente, stabilendo che esso non possa eccedere ‘il 3 percento della valorizzazione della produzione da esse ottenuta nell’anno precedente. L’impressione che ho – conclude il costituzionalista – è che si sia fatto molto rumore per nulla”.
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