La nota verbale del Vaticano che chiede all’Italia di riformulare l’attuale ddl Zan presentata alla pubblica opinione come Nota formale ha suscitato polemiche e alienato simpatie alla Chiesa, tanto da far dubitare sull’opportunità della Nota in sé in un momento di emergenza economica e sanitaria senza precedenti.
Sono tornate a stendersi ombre sinistre sui rapporti Chiesa-Stato. A torto o a ragione la Chiesa si è ritrovata sulla difensiva. E l’ostilità verso qualsiasi parvenza di potere clericale nuoce fortemente persino all’immagine di Chiesa per il popolo cara a papa Francesco. Una scintilla, è bastata a trasformarla in incendio. Per ora mediatico.
Se pare legittimo chiedersi chi e perché la Nota riservata sia giunta ai media, altrettanto è doveroso prendere atto che le convergenze profonde tra Francesco e Draghi aiuteranno il Ddl Zan a giungere in porto. Di questo infatti si tratta: non di un attentato alla laicità dello Stato né di un blocco alla legge sulla transfobia già approvata da un ramo del Parlamento. Ma di un chiarimento espositivo dei contenuti. E’ stato il cardinale Pietro Parolin capo della diplomazia vaticana a garantire la natura collaborativa e non conflittuale della Nota. Resta sensato tuttavia porsi talune domande sulla vicenda che ha scosso la pubblica opinione fino a oscurare per un giorno l’attenzione alla ripresa economica nazionale dopo la pandemia.
Si voleva fermare la legge sulla transfobia approdata al Senato dopo l’approvazione della Camera?
C’è stato l’intento di ostacolare il riformismo di papa Francesco? Si voleva dare ossigeno alle destre che sembrano in ripresa in Europa? Mettere alla prova la consistenza e solidità del Governo Draghi?
Al momento il risultato più appariscente è stato quello di illudere l’ala tradizionale della Chiesa e i suoi referenti politici della destra italiana o europea di poter invertire la rotta riformista del pontificato di Francesco con la sua popolarità tra la gente.
La sinistra si è trovata paralizzata sui vecchi fantasmi, timorosa di respirare nella novità culturale di Francesco con le sue conseguenze.
Al tempo delle crociate risuonava la grida manzoniana “Dio lo vuole”.
Ora da ogni parte, entro una crisi di sistema in cerca di nuovi equilibri, qualcuno si illude che basti lanciare la grida manzoniana per la laicità dello Stato in pericolo a causa dell’ingerenza vera o presunta del Vaticano per risollevare le sorti della Repubblica democratica fondata sul lavoro, nella quale “la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”.
Ci si dimentica facilmente che è la stessa Costituzione che prevede di regolare i rapporti tra lo Stato e la Chiesa cattolica che sono “ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani”.
Buttare il pallone in tribuna impedisce di fare gol agli altri ma anche a se stessi. Il problema del gol resta.
Il Ddl Zan, pertanto, si è rivelato spia di un disagio profondo e dei gravi ritardi culturali nel paese. E, in quanto tale, un vero banco di prova tra Francesco e Draghi. Entrambi si trovano a gestire il primo caso davvero serio che rischia tempesta nella consolidata storia collaborativa tra Chiesa e Stato inaugurata con la formula del rinnovato Concordato del 1984.
I più danneggiati nei loro propositi riformisti sono stati finora proprio Francesco e Draghi.
A loro modo entrambi riformatori e innovatori: Francesco nelle istituzioni della Chiesa, Draghi nel proposito di ammodernare le istituzioni economiche e amministrative dell’Italia.
Può essere di qualche utilità valutare il comportamento di entrambi in un momento di polemica aspra e tagliente nel Paese.
Francesco non è Draghi e Draghi non è Francesco, ma entrambi suscitano ampio consenso popolare e turbano le classi dirigenti abituate a vecchi sentieri.
Due forze tranquille che mirano, ciascuna nel proprio ruolo e con la propria storia, a un obiettivo convergente: rendere il bene comune prevalente rispetto agli egoismi privati.
Ciò che li unisce è molto di più di quanto le caratteristiche individuali possano differenziarli. Non sono leader effimeri, la fiammata casuale di una stagione fortunata, ma personalità comprovate nell’esercizio delle competenze. Liberi da fanatismo ideologico, rigidità intellettuale, confusione tra sacro e profano, rendita di potere. Insieme condividono l’educazione e la formazione intellettuale rigorosa della Compagnia di Gesù.
Francesco in particolare è il primo papa gesuita, ma risultato di un meticciato educativo e formativo confluito nell’attitudine di una visione globale dell’attuale condizione umana. Nel suo stile pastorale e di governo c’è una compresenza armonica dell’adolescenza nell’oratorio salesiano, della sua vocazione religiosa e culturale come gesuita nella giovinezza e nella maturità e, infine, l’urgenza francescana per i poveri e la povertà evangelica che chiede giustizia e fraternità che ne caratterizza il pontificato.
L’irruzione imprevista della Nota sui media ha messo l’intero sistema politico in fibrillazione. In questo clima Draghi e Francesco hanno riportato sobrietà e misura. Draghi è intervenuto in Senato con la lucidità che evoca lo stile rivisitato del cattolicesimo democratico. Francesco è stato rappresentato da alcune dichiarazioni pacate e ragionate del suo segretario di Stato, riservando a sé una catechesi di indirizzo ai cattolici a non essere rigidi “custodi della verità” ma annunciatori di Cristo, fratello universale che libera. La sua Chiesa non rivendica in alcun modo di sedere al tavolo del potere temporale.
Draghi è intervenuto in modo sobrio e appropriato in Senato, con la razionalità ordinaria che gli è congeniale. In tante “grida” in difesa della laicità dello Stato, Draghi al Senato ha riportato la giusta misura del problema stemperando allarmismi. In risposta al senatore Alessandro Alfieri (Pd) Draghi ha dichiarato senza esitazione alcuna che l’Italia è uno Stato laico e che “Il Parlamento è certamente libero di discutere e di legiferare”.
“Il nostro ordinamento – ha poi aggiunto – contiene tutte le garanzie per assicurare che le leggi rispettino sempre i principi costituzionali e gli impegni internazionali, tra cui il concordato con la Chiesa. Vi sono i controlli di costituzionalità preventivi nelle competenti commissioni parlamentari: è di nuovo il Parlamento che, per primo, discute della costituzionalità, e poi ci sono i controlli successivi nella Corte Costituzionale”.
“Voglio infine precisare una cosa – ha voluto aggiungere il presidente del Consiglio invitando implicitamente alla serietà della ragione -, che si ritrova in una sentenza della Corte Costituzionale del 1989: la laicità non è indifferenza dello Stato rispetto al fenomeno religioso, la laicità è tutela del pluralismo e delle diversità culturali. Infine, per completare l’informazione, ieri l’Italia ha sottoscritto con altri 16 Paesi europei una dichiarazione comune in cui si esprime preoccupazione sugli articoli di legge in Ungheria che discriminano in base all’orientamento sessuale. Queste sono le dichiarazioni che oggi mi sento di fare, senza entrare ovviamente nel merito della discussione parlamentare. Come vedete, il Governo la sta seguendo ma questo è il momento del Parlamento, non è il momento del Governo”.
Dal Vaticano è venuto un segnale pubblico di sintonia con lo stile Draghi per uscire da una situazione spinosa: conoscere, comprendere prima di giudicare e agire. A chiarire la natura collaborativa della Nota ha provveduto il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato e, in quanto tale, massimo responsabile della diplomazia della Santa Sede. Conoscere e tenere a mente l’esposizione di Parolin può essere di qualche utilità a ripristinare il dibattito su una legge necessaria per allargare la tutela dei diritti umani.
“Avevo approvato la Nota Verbale trasmessa all’ambasciatore italiano e certamente avevo pensato che potevano esserci reazioni. Si trattava, però, – racconta Parolin – di un documento interno, scambiato tra amministrazioni governative per via diplomatica. Un testo scritto e pensato per comunicare alcune preoccupazioni e non certo per essere pubblicato”.
“Innanzitutto vorrei precisare che non è stato in alcun modo chiesto di bloccare la legge. Siamo contro qualsiasi atteggiamento o gesto di intolleranza o di odio verso le persone a motivo del loro orientamento sessuale, come pure della loro appartenenza etnica o del loro credo. La nostra preoccupazione riguarda i problemi interpretativi che potrebbero derivare nel caso fosse adottato un testo con contenuti vaghi e incerti, che finirebbe per spostare al momento giudiziario la definizione di ciò che è reato e ciò che non lo è. Senza però dare al giudice i parametri necessari per distinguere.
Il concetto di discriminazione resta di contenuto troppo vago. In assenza di una specificazione adeguata corre il rischio di mettere insieme le condotte più diverse e rendere pertanto punibile ogni possibile distinzione tra uomo e donna, con delle conseguenze che possono rivelarsi paradossali e che a nostro avviso vanno evitate, finché si è in tempo. L’esigenza di definizione è particolarmente importante perché la normativa si muove in un ambito di rilevanza penale dove, com’è noto, deve essere ben determinato ciò che è consentito e ciò che è vietato fare”. Segue una dichiarata convergenza con Draghi.
“Non è stata un’ingerenza. Lo Stato italiano è laico, non è uno Stato confessionale, come ha ribadito il Presidente del Consiglio. Concordo pienamente con il Presidente Draghi sulla laicità dello Stato e sulla sovranità del Parlamento italiano. Per questo si è scelto lo strumento della Nota Verbale, che è il mezzo proprio del dialogo nelle relazioni internazionali. Al tempo stesso ho apprezzato il richiamo fatto dal Presidente del Consiglio al rispetto dei principi costituzionali e agli impegni internazionali. In questo ambito vige un principio fondamentale, quello per cui pacta sunt servanda.
È su questo sfondo che con la Nota Verbale ci siamo limitati a richiamare il testo delle disposizioni principali dell’Accordo con lo Stato italiano, che potrebbero essere intaccate. Lo abbiamo fatto in un rapporto di leale collaborazione e oserei dire di amicizia che ha caratterizzato e caratterizza le nostre relazioni. Faccio anche notare che fino ad ora il tema concordatario non era stato considerato in modo esplicito nel dibattito sulla legge. La Nota Verbale ha voluto richiamare l’attenzione su questo punto, che non può essere dimenticato. Come è stato anche fatto presente da qualcuno dei commentatori, il tema della libertà di opinione non riguarda soltanto i cattolici, ma tutte le persone, toccando quello che il Concilio Vaticano II definisce come il ‘sacrario’ della coscienza”.
E Francesco? Lo stesso giorno che Draghi parlava al Senato, Francesco nell’udienza generale apriva una riflessione capitale sull’essere cristiani oggi, prendendo spunto dalla Lettera di san Paolo ai Galati, dove l’apostolo indica i criteri per discernere chi predica il Vangelo da coloro che seminano zizzania. Una Lettera che trova un riscontro di attualità nel nostro presente.
“I Galati – riferisce il papa – si trovavano in una situazione di crisi. Che dovevano fare? Ascoltare e seguire quanto Paolo aveva loro predicato, oppure dare retta ai nuovi predicatori che lo accusavano? È facile immaginare lo stato di incertezza che animava i loro cuori. Per loro, avere conosciuto Gesù e creduto all’opera di salvezza realizzata con la sua morte e risurrezione, era davvero inizio di una vita nuova, di una vita di libertà.
Avevano intrapreso un percorso che permetteva loro di essere finalmente liberi, nonostante la loro storia fosse intessuta da tante forme di violenta schiavitù, non da ultimo quella che li sottometteva all’imperatore di Roma. Pertanto, davanti alle critiche dei nuovi predicatori, si sentivano smarriti e si sentivano incerti su come comportarsi: “Ma chi ha ragione? Questo Paolo, o questa gente che viene adesso insegnando altre cose? A chi devo dare retta? Insomma, la posta in gioco era davvero grande!
Non mancano nemmeno oggi, infatti, predicatori che, soprattutto attraverso i nuovi mezzi di comunicazione, possono turbare le comunità. Si presentano non anzitutto per annunciare il Vangelo di Dio che ama l’uomo in Gesù Crocifisso e Risorto, ma per ribadire con insistenza, da veri e propri “custodi della verità” – così si chiamano loro -, quale sia il modo migliore per essere cristiani. E con forza affermano che il cristianesimo vero è quello a cui sono legati loro, spesso identificato con certe forme del passato, e che la soluzione alle crisi odierne è ritornare indietro per non perdere la genuinità della fede. Anche oggi, come allora, c’è insomma la tentazione di rinchiudersi in alcune certezze acquisite in tradizioni passate.
Ma come possiamo riconoscere questa gente? Per esempio, una delle tracce del modo di procedere è la rigidità. Davanti alla predicazione del Vangelo che ci fa liberi, ci fa gioiosi, questi sono dei rigidi. Sempre la rigidità: si deve far questo, si deve fare quell’altro … La rigidità è proprio di questa gente. Seguire l’insegnamento dell’Apostolo Paolo nella Lettera ai Galati ci farà bene per comprendere quale strada seguire. Quella indicata dall’Apostolo è la via liberante e sempre nuova di Gesù Crocifisso e Risorto; è la via dell’annuncio, che si realizza attraverso l’umiltà e la fraternità, i nuovi predicatori non conoscono cosa sia umiltà, cosa sia fraternità; è la via della fiducia mite e obbediente, i nuovi predicatori non conoscono la mitezza né l’obbedienza. E questa via mite e obbediente va avanti nella certezza che lo Spirito Santo opera in ogni epoca della Chiesa”.
In tanti del film la Strada di Fellini ricorderanno l’invito a pensare rivolto da Gelsomina a Zampanò. Un invito prezioso sempre.








