Sul quotidiano Libero, Fabio Dragoni difende la decisione di Eni di calmierare il prezzo dei carburanti e critica le reazioni della sinistra, secondo cui l’operazione eviterebbe ai petrolieri la sovrattassa sugli extra profitti a danno dei consumatori.
Per l’autore, il meccanismo avrebbe invece vantaggi immediati: non richiede decreti, passaggi parlamentari o altri interventi dello Stato e consente un effetto diretto sul prezzo pagato dagli automobilisti.
Dragoni sottolinea inoltre che, pur non essendo una tassa, il price cap avrebbe un impatto significativo sui ricavi di Eni.
Il gruppo realizza circa 600 milioni di utile netto al mese e una riduzione dei ricavi stimata in 100 milioni equivarrebbe, secondo i suoi calcoli, a un’ulteriore imposizione vicina al 17%, a fronte di un carico fiscale già pari al 42%.
L’effetto dipenderebbe però dal comportamento degli altri operatori: se non seguissero Eni, il gruppo potrebbe aumentare le vendite e i ricavi.
Anche lo Stato ne trarrebbe benefici, sia come azionista sia attraverso il gettito fiscale.
L’autore osserva che lo scenario non è solo bianco o nero: anche Ip ha annunciato un calmieramento, e insieme a Eni rappresenta oltre il 50% dei distributori italiani.
Resta la critica secondo cui il tetto potrebbe fissare i prezzi a un livello elevato, ma Dragoni la collega alla situazione internazionale e agli shock sull’offerta di petrolio e carburanti.
Ricorda l’aumento dei prezzi seguito all’invasione russa dell’Ucraina e sostiene che gli attacchi alle infrastrutture energetiche stanno riducendo la capacità di raffinazione.
In questo quadro, conclude, lo shock da offerta si affronta aumentando l’offerta, mentre la soluzione più efficace sarebbe la pace.








