Sull’Economia del Corriere della Sera Antonella Baccaro, Federico De Rosa e Fabio Savelli fanno il punto su cinque nodi che il governo dovrà sciogliere, da Alitalia ed Ilva fino ad Aspi, Mps e rete unica, interrogandosi su quale ruolo avrà lo Stato nei vari interventi.
«Il governo Draghi ridefinirà il nuovo “perimetro” degli interventi pubblici. Ma su alcune partite è troppo tardi per invertire la rotta. L’ingresso del capitale pubblico nell’ex compagnia di bandiera è praticamente cosa fatta. Mentre sull’acciaio di Stato si allunga l’ombrello protettivo del Recovery plan, che ne prevede la riconversione in chiave verde. Resta la diatriba sulle concessioni autostradali su cui potrebbero intervenire nuove regole a modificare l’attuale scenario caratterizzato da un confronto prolungato. Il cambiamento di rotta non sembra previsto per Mps, mentre sul caso della banda larga pendono ancora troppe incognite per considerarlo già chiuso».
«“Il ruolo dello Stato e il perimetro dei suoi interventi dovranno essere valutati con attenzione. Compito dello Stato è utilizzare le leve della spesa per ricerca e sviluppo, dell’istruzione e della formazione, della regolamentazione, dell’incentivazione e della tassazione”. Le parole di Mario Draghi, nel suo discorso per la fiducia alle Camere, sono una traccia utile per quanti auscultano da giorni il ventre del governo per carpirne gli orientamenti circa il ruolo dello Stato nell’economia».
«Per ora l’unico dossier cui il premier si è applicato è quello Alitalia: troppo avanti per essere riscritto. I tre miliardi per salvarla andranno ad aggiungersi agli altri, con buona pace di chi la voleva definitivamente fallita. Ma l’indicazione fornita dal premier non può essere fraintesa: lo Stato adopera delle “leve” tra cui la spesa, indirizzata alla ricerca e all’istruzione, gli incentivi e la regolamentazione».
«E su questo ultimo punto Draghi ha già chiesto all’Autorità garante per la concorrenza di “produrre in tempi brevi” alcune proposte nella sua legge annuale. Lo Stato resta dunque “giocatore a bordo campo”, pronto a intervenire ma senza accanimenti terapeutici».
«Se è così, tra i dossier aperti, che riepiloghiamo in queste pagine, solo quello di Alitalia suona come tale. Autostrade per l’Italia è un asset di tutto rispetto, per cui i 3,5 miliardi che Cdp potrebbe investirvi per l’acquisto vanno soppesati attraverso la lente delle strategie».
«Il rilancio dell’llva, del costo di un miliardo, è stato fatto rientrare nell’ambito della riconversione green che prenderà vita con il Recovery plan. Nessun ripensamento è alle viste se la magistratura non cambierà ancora il corso degli eventi».
«Molto più interlocutorio resta il dossier sulla rete unica. Qui l’esborso per Cdp per il 10% di Open Fiber resta ancora indeterminato ma si baserà sul prezzo offerto da Macquarie per 50% di Open Fiber, pari a 2,6 miliardi, se questo venisse accettato. Contro questo progetto d’integrazione si leva forte la voce dei liberisti, per i quali la fusione tra il primo operatore infrastrutturale del Paese e il secondo è un’operazione anticoncorrenziale, utile solo a risolvere problemi di Tim e dei suoi debiti».
«Infine il dossier Mps su cui sta già lavorando il ministro dell’Economia Daniele Franco. L’intento è quello di trovare la via d’uscita meno onerosa per lo Stato che ha già impiegato 5,4 miliardi per salvare la banca senese e ora si ritrova davanti alla prospettiva, in assenza di un’aggregazione con un altro istituto, di partecipare proquota alla ricapitalizzazione da 2,5 miliardi di euro. Quanto peserà la recente bocciatura della Corte Europea della decisione con cui l’Antitrust nel 2015 considerò “aiuti di Stato” il salvataggio di Tercas? Il M5s è già sul piede di guerra…».
ASPI STRADA INTERROTTA, STALLO SU PREZZO E GARANZIE
«Tra tutti i dossier strategici su cui il nuovo governo dovrà lavorare, quello dell’acquisto dell’88% di Aspi (Autostrade per l’Italia, controllata da Atlantia guidata dal CEO Carlo Bertazzo) da parte del consorzio guidato da Cassa Depositi e Prestiti continua a non registrare progressi significativi».
«Ed è anche per questo che, a parere degli osservatori, potrebbe essere oggetto di una riscrittura da parte dell’esecutivo Draghi. Si ricorderà che l’intento di acquisire la maggioranza di Autostrade nasce con il governo Conte I, sostenuta dalle rivendicazioni di una parte politica, il M5s, che voleva in questo modo ottenere una riparazione anche simbolica dopo il crollo del ponte Morandi. Ma quella scelta fu anche il frutto di un preciso orientamento ideologico del grillismo, quello che pretendeva il ritorno dello Stato nell’economia e la nazionalizzazione delle concessioni».
«Al momento la trattativa è all’ennesimo stallo. L’offerta vincolante, depositata alla fine di febbraio dal consorzio guidato da Cdp, valuta il 100% di Aspi 9,1 miliardi, con un margine di modifica di un ulteriore miliardo e mezzo nel caso emergessero responsabilità dell’azienda».
«Per Cdp l’esborso sarebbe superiore ai 3,5 miliardi. Una proposta che ha lasciato fredda la controparte, la cui valutazione si posiziona invece tra i 10,5 e i 12 miliardi, mentre quella degli azionisti minori è addirittura tra gli 11 e i 12 miliardi».
«Risultato: offerta respinta e nuovi contatti per trovare un margine da cui far ripartire il negoziato. Il problema però non è soltanto il prezzo ma anche le garanzie che il consorzio rivendica e le clausole legali. In bilico appare la partecipazione del fondo Macquarie, meno disponibile ad alzare ulteriormente il prezzo dell’acquisto».
«Intanto il cda di Atlantia con una certa lucidità fa avanzare il percorso alternativo: scissione parziale e quotazione in Borsa. Ma la sensazione generale è che al tavolo della trattativa la melina sia dettata dall’attesa. Come si posizionerà il governo Draghi sul dossier?»
«I ministri alla partita sono Daniele Franco (Economia) ed Enrico Giovannini (Infrastrutture), non proprio dei pasdaran dell’interventismo pubblico. Ma l’incognita maggiore resta il premier: se la sua linea dovesse essere in contrasto con l’attuale, su questo dossier potrebbe misurarsi la sua capacità (e volontà) di incidere sulla “carne viva” del M5s, già abbastanza dilaniato dai contrasti interni».
TIM. L’AVANZATA DI CDP E IL FUTURO DELLA RETE UNICA
«II percorso avviato dal precedente governo, dopo innumerevoli stop and go potrebbe subire (finalmente) un’accelerazione, grazie alle risorse dell’Europa. La delega sul progetto per la rete unica resta in capo al ministro dello Sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti, ma sul dossier ora hanno voce in capitolo anche i ministri per l’Innovazione tecnologica, Vittorio Colao e dell’Economia, Daniele Franco».
«Via XX Settembre rappresenta uno snodo cruciale, visto il ruolo della Cdp che, oltre ad avere il 10% di Tim dovrebbe contribuire al piano per la rete unica conferendo Open Fiber, di cui ora ha il 50%. Al momento la situazione è invariata: il nuovo governo l’ha trovata come l’aveva lasciata il precedente».
«Ma in agenda c’è una scadenza segnata: la chiusura della trattativa sulla vendita del 50% di Open Fiber tra Enel e Macquarie. Si sa che nel riassetto la Cdp vuole salire in maggioranza per avere un ruolo centrale nell’integrazione delle reti e tra gli azionisti della futura società. Lo ha segnalato anche attraverso il prossimo ingresso del presidente di Cassa, Giovanni Gorno Tempini nel consiglio di Tim».
«Definire l’assetto della nuova rete non sarà semplice. In gioco ci sono i fondi del Recovery, ma anche il rischio di finire sotto la lente di Bruxelles. L’AD Luigi Gubitosi ha già fatto un passo avanti costituendo FiberCop con Iüa e Fastweb, aperta al coinvestimento. Potrebbe essere il veicolo dentro il quale far nascere la rete unica, ma non si sa ancora quale impostazione seguirà il governo».
«La partita si incrocia anche con il rinnovo del consiglio di Cdp che scade in primavera. La strada non sarà breve. Per il momento ognuno sta procedendo con il proprio piano. Open Fiber ha portato la fibra in 1.317 comuni (il servizio è vendibile in oltre 2 mila comuni) e a milioni di unità immobiliari e prevede di collegare quest’anno il 65% e nel 2022 il 92% delle case previste dal piano Bul».
«Da parte sua Tim ha attivato 150 mila cabinet di cui 123 mila con fibra in tecnologia Fttc e oggi raggiunge il 91% della famiglie con una rete ultrabroadband. Per il 2025 FiberCop coprirà il 56% del territorio con la fibra fino a casa. La cosa principale da definire è quale sarà il veicolo perla rete unica: Open Fiber, FiberCop o una newco? Dalla scelta dipende non solo l’assetto della rete unica, ma anche l’efficienza di un’infrastruttura necessaria per attivare l’effetto moltiplicatore dell’economia digitale».
ALITALIA, I DUBBI DELL’UE SUL LANCIO DELLA NEWCO
«Tre miliardi di euro appesi alla negoziazione con Bruxelles. Tre miliardi, dopo i cinque già dissipati negli ultimi quattro anni (si tratta di un calcolo recente dell’Istituto Bruno Leoni) che attendono il via libera della Commissione Ue. Venerdì c’è stata una videoconferenza tra i tecnici del dipartimento Concorrenza guidato da Margrethe Vestager e i tre ministeri coinvolti sulla partita Alitalia: Tesoro, Trasporti e Sviluppo economico».
«Fonti raccontano che ci sarebbe un via libera informale da parte della Ue al trasferimento di una parte del ramo “aviation” tra la compagnia in amministrazione straordinaria — dal 2 maggio 2017, un’era geologica fa — e la nuova società Ita, controllata al 100% dal ministero dell’Economia alla cui guida ci sono Fabio Lazzerini e Francesco Caio».
«La complessità dell’operazione — che ha coinvolto in prima persona il premier Mario Draghi che ha avocato a sé il dossier— è che ciò stia avvenendo senza un bando di gara, cioè tramite una vendita diretta. Una procedura che potrebbe confliggere con la normativa dell’Unione europea sugli aiuti di Stato».
«Giuridicamente, l’impasse sarebbe superabile soltanto dimostrando che soltanto una parte del ramo aviation viene trasferita (nell’ultima versione newco, Francesco Caio del piano industriale si tratterebbe di 47 aerei e circa 4.500 dipendenti) e non tutti gli asset che invece potrebbero andare a gara, come il ramo di assistenza a terra e la manutenzione che resteranno in pancia alla procedura concorsuale in attesa del bando stilato dal commissario Giuseppe Leogrande, mentre si costruirebbe un rapporto di natura commerciale con la newco».
«Al contempo il governo italiano ha portato a supporto la tesi della continuità operativa tra bad company e newco, per garantire alcuni servizi pubblici essenziali: come il trasporto di medicinali, necessari in questa fase pandemica, e la continuità territoriale con le isole, in testa la Sardegna. Il percorso con Bruxelles resta strettissimo. Non è escluso che altre compagnie facciano ricorso contro questa procedura di vendita diretta, perché ci sarebbero gli estremi per la violazione della concorrenza. A favore del governo gioca l’attuale situazione congiunturale con il tracollo del trasporto aereo. Tutte le compagnie di bandiera sono state finanziate con soldi pubblici».
RIASSETTO DELL’ACCIAIO: PROVA GREEN PER CINGOLANI. SETTIMANA DECISIVA PER IL FUTURO DELL’ILVA
«Udienza camerale prevista per giovedì 11 marzo con la richiesta di “sospensiva”, sentenza del Consiglio di Stato entro il 16 maggio. Il ricorso della ArcelorMittal Italia guidata dalla CEO Lucia Morselli e dei commissari straordinari dell’impianto contro la sentenza del Tar del Lecce — che ha disposto la chiusura dell’area a caldo entro fine marzo in caso di mancato rispetto dei target sulle emissioni ambientali — è il banco di prova decisivo ed “esogeno” rispetto al riassetto che si è costruito a dicembre con il precedente governo».
«Un’intesa a cui manca ancora la formalizzazione di un decreto del Tesoro, atteso ora alla firma di Daniele Franco, che espliciti il ritorno dello Stato nell’acciaieria tramite Invitalia. La società guidata da Domenico Arcuri dovrebbe entrare nella nuova società paritetica costituita con la filiale tricolore della multinazionale ArcelorMittal per poi salire al 60% del capitale a fine 2022, quando termineranno le prescrizioni ambientali».
«Un esborso per lo Stato superiore al miliardo di euro, di cui una prima tranche da 400 milioni. La volontà è riportare in bonis l’Ilva che negli ultimi anni ha perso tra uno e due milioni al giorno. Per farlo si sta lavorando a un progetto di riconversione ambientale della filiera dell’acciaio che prevede l’adozione di un forno elettrico oltre ai volumi garantiti dall’altoforno 4 per un obiettivo di 8 milioni di tonnellate annue nel 2025, appena sarà possibile superare il vincolo dei 6 milioni come prescrive il piano di riconversione ambientale (nel 2023)».
«È stato appena firmato un protocollo che prevede il coinvolgimento di Leonardo, Saipem e della Danieli per la riduzione delle emissioni adottando la soluzione del forno elettrico ibrido alimentato per mezzo di una miscela di metano e ed idrogeno. Una svolta nella riduzione del minerale ferroso degli altoforni».
«Un cambiamento di strategia green — che inevitabilmente muterà anche il rapporto con i fornitori — al centro dell’azione del nuovo ministero Mite per la transizione energetica guidato da Roberto Cingolani. I fondi europei, compresi quella della Next Generation Eu, saranno utilizzati e infatti nel nuovo Recovery plan allo studio di Palazzo Chigi questo diventerà uno degli elementi principali. Si attende anche un decreto del governo per l’estensione della cassa integrazione ai dipendenti rimasti all’amministrazione straordinaria».
MONTEPASCHI
«Nel travagliato epilogo della vicenda Montepaschi c’è una certezza: lo Stato ci rimetterà miliardi di euro. Si tratta solo di capire quanti. Finora ne sono stati impiegati 5,4 nel 2017 quando il Tesoro è diventato azionista di maggioranza (oggi ha il 64% dopo la cessione dei crediti deteriorati alla bad bank pubblica Amco)».
«Tre anni dopo il salvataggio, lo Stato deve uscire da Siena entro il 2021, come prevede l’accordo con la Ue. La via più sicura è trovare un compratore. Il governo Conte II con Roberto Gualtieri ministro dell’Economia aveva previsto una dote che arrivava a 6 miliardi (tra crediti fiscali dalle Dta, 2 miliardi in aumento di capitale e garanzia sui rischi legali)».
«Finora il nuovo ministro del Tesoro, Daniele Franco non si è espresso, anche se la linea pare quella di continuare sulla cessione. In questo momento la partita del Monte è comunque in stand-by almeno fino ad aprile, quando si insedierà il nuovo CEO di Unicredit, cui la banca è stata offerta».
«Ma Andrea Orcel dovrà convincersi che i rischi di esecuzione dell’aggregazione Mps non siano troppo grandi. L’ingresso in un gruppo più grande è considerata da molti una strada obbligata perché Mps superi il suo principale problema, la redditività. In base a quanto comunicato dalla stessa banca, Mps non farà utili al 2023 e a breve comincerà ad essere a corto di capitale».
«In ogni caso serve un aumento di capitale e il CEO Guido Bastianini l’ha individuato in 2,5 miliardi, soprattutto se non ci sarà un acquirente. Anche in questa ipotesi il Tesoro dovrà versare pm-quota».
«Ma prima c’è da superare il vaglio della DgComp circa “l’intervento dello Stato sulla base della viability stand alone”, cioè se Mps può stare in piedi da sola. L’esame è in corso e l’esito non scontato. L’attesa però rischia di pesare su Mps».
«Il numero uno della Fabi, Lando Sileoni, ha evocato lo spettro del fallimento, naturalmente per scongiurarlo. Ma solo parlarne indica che il rischio esiste. Mps è sistemica, quindi non può andare in liquidazione come le banche venete ma in risoluzione. Al Tesoro costerebbe i 5,4 miliardi (già ora persi per oltre l’80%); al mercato, l’azzeramento di bond subordinati per 1,5 miliardi».
«In quest’ipotesi, la parte sana di Mps potrebbe finire in Unicredit mentre il resto, comprese le cause, verrebbe gestito in un ambito di liquidazione. Ogni strada conduce a una perdita finanziaria. Ma l’obiettivo del governo sarà minimizzare i danni economici, sociali, politici».








