Su Repubblica Andrea Bonanni commenta la decisione dell’Europarlamento di dare il via libera alla proposta della Commissione di stop alla vendita di motori termici nel 2035.
Tra tredici anni, dunque, tutte le auto nuove saranno elettriche. Quelle a benzina, diesel, metano e perfino le ibride usciranno di produzione e verranno relegate al mercato dell’usato. Una scelta ambiziosa, quella degli eurodeputati.
Ma non è ancora la rivoluzione. La proposta, infatti, dovrà adesso andare all’esame dei governi, dove la consapevolezza delle difficoltà produttive, logistiche ed economiche legate ad una decisione così radicale è molto più forte.
Dopo di che si aprirà un tavolo di trattative tra Consiglio, Commissione e Parlamento che potrebbe apportare modifiche anche consistenti.
Resta comunque il fatto che il voto del Parlamento ha suonato una sveglia che non si può ignorare.
La rivoluzione dei trasporti pone però problemi strutturali enormi, che non possono essere sottovalutati. Oggi l’Europa è completamente dipendente dalla Cina e dall’Asia nel settore cruciale delle batterie elettriche.
Recentemente Bruxelles ha lanciato grandi progetti lautamente finanziati per superare i ritardi e acquisire anche in queste campo una “autonomia strategica” che riduca la nostra dipendenza.
Ma riusciremo a colmare il gap in tredici anni? Lo stesso mercato delle auto elettriche, oggi, vede la Cina in notevole vantaggio rispetto alla concorrenza europea.
Questo non è in sé un buon motivo per rifiutare il cambiamento, come sostengono le destre del Parlamento europeo.
Ma saremo in grado di gestire la transizione evitando il dumping dell’industria cinese, lautamente finanziata dai poteri pubblici, a danno dei produttori europei?
La sfida industriale comporta, per l’Europa, anche una sfida commerciale globale che non può permettersi di perdere.
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