La crescita rallenta, le materie prime potrebbero mancare, la guerra con Vladimir Putin non sarà breve e, comunque, della Russia si dovrà fare a meno a lungo. Al vertice dei leader europei a Versailles Mario Draghi porta innanzitutto i numeri di uno scenario non più ipotizzabile ma prevedibile. Numeri che rischiano di disegnare, per l’Europa e per l’Italia, il tunnel della recessione.
La velocità della risposta europea e l’asse con la Francia
Per questo, “la risposta europea dovrà essere convinta e rapida così come lo è stata quella con la Russia”, ha avvertito il premier italiano prima del summit francese. Ed è proprio con Emmanuel Macron – con cui Draghi ha avuto un faccia a faccia prima della riunione europea – che Roma fa ancora asse. Puntando innanzitutto sulla messa in campo di debito comune per affrontare il periodo di guerra. Il premier è atterrato a Parigi dopo aver riunito, in mattinata, il Consiglio dei ministri.
Il rischio recessione
Mario Draghi è preoccupato e non lo nasconde. Lo dice al tavolo del Consiglio dei ministri e lo ripete arrivando al vertice di Versailles. Mancano le materie prime, la produzione di acciaio, carta e ceramica è in frenata e la priorità del premier, che vede tramontare le speranze di una guerra breve, è «sostenere il potere d’acquisto delle famiglie». A Palazzo Chigi, prima di partire per Parigi, Draghi prospetta ai ministri un quadro per nulla rassicurante. Ricorda che il 2021 si era chiuso con un balzo del Pil del 6,5% e ammette che nel 2022 la crescita rischia di fermarsi. II timore del capo dell’esecutivo è che i prezzi nei settori energetico, agroalimentare e delle materie prime continuino a salire e che l’inflazione finisca per sommarsi con la crisi economica. Il ministro dell’Agricoltura, Stefano Patuanelli, nella sua relazione lancia un sos sulla carenza di materie prime e invoca un Energy recovery fund finanziato col debito comune europeo. Un allarme altrettanto forte lo lancia Giancarlo Giorgetti (Sviluppo), che chiede un fondo ad hoc per i settori più colpiti e stoccaggi di beni essenziali per l’industria e la tutela dei consumi.
Determinazione e risposte concrete
Quale sia il punto politico – racconta il Corriere – lo spiega in Cdm Renato Brunetta: «Se la guerra dura a lungo, le persone cominciano a perdere potere di acquisto e scatta il conflitto distributivo, una situazione che non ci ricordavamo dagli anni 80. Dobbiamo agire d’anticipo e bisogna farlo aprendo una stagione di dialogo con i sindacati». La situazione è seria e Draghi chiede ai ministri «la massima determinazione» sui dossier cruciali, agricoltura, energia e industria: «Aspetto proposte e soluzioni concrete». I primi provvedimenti a seguito delle decisioni assunte a Versailles potrebbero arrivare con un decreto legge, forse la prossima settimana. Allo studio interventi per calmierare le bollette della luce e del gas, aggiungendo all’azzeramento degli oneri di sistema anche tetti al prezzo del kilowattora e del metro cubo di gas. Ieri Confindustria, in un’audizione alla Camera, ha chiesto che vengano messi a disposizione dei settori energivori 25 terawattora al prezzo prestabilito di 5o euro al megawattora, il prezzo medio del 2019.
Il problema è europeo
Il problema, ha sottolineato Draghi, non è solo italiano. Non a caso il premier, prima del vertice europeo, ha avuto un lungo colloquio con Macron. La Spagna di Pedro Sanchez è sulla stessa linea. E chissà se nel breve percorso fatto con Olaf Scholz dalla photo-family nel cortile di Versailles all’ingresso della Reggia, Draghi non abbia provato a smussare la posizione di Berlino.
Il premier, tuttavia, vuole evitare qualsiasi narrativa che vede Italia e Francia contro i falchi europei. “Siamo pienamente allineati nelle sanzioni contro la Russia e nel sostenere le nostre economie e le nostre imprese, le nostre famiglie”, ha puntualizzato il capo del governo. Del resto anche in Italia la scelta compiuta da Usa e Gran Bretagna si fa strada. “Dobbiamo arrivare allo stop a petrolio e gas russi”, ha sottolineato il leader Pd Enrico Letta.
O recessione o inflazione
“I due mali seri dell’economia di cui si parla in questi giorni, l’inflazione e la recessione, difficilmente possono capitare nello stesso momento” spiega Stefano Lepri, giornalista di lunga esperienza sui temi economici. “Se non si è disposti a pagare di più, si compra di meno. Quando si compra di meno, la pressione al rialzo dei prezzi diminuisce” ragiona Lepri in un editoriale per il quotidiano La Stampa.
Vince l’inflazione
“Per ora fra gli economisti si prevede che il fenomeno prevalente sarà l’inflazione, almeno nei prossimi mesi. Alle imprese il credito per lavorare non manca, nonostante la frenata più o meno pronunciata decisa dalle varie banche centrali. I governi continuano a immettere denaro in circolo; anzi maggiori spese militari si aggiungeranno probabilmente agli investimenti già decisi, in Europa per il Pnrr” spiega Lepri.
L’Italia crescerà ma crescerà di meno
”Proprio ieri un economista attentissimo all’andamento della congiuntura, Sergio De Nardis, ha valutato che con la guerra l’economia italiana sarà danneggiata fra mezzo e un punto di prodotto: quindi crescerà lo stesso, crescerà meno. Dalla Francia vengono stime simili. Né alla Banca d’Italia né fra gli analisti finanziari si ipotizza ancora una recessione” precisa Lepri. Intesa Sanpaolo, pur imputando troppo ottimismo alla Bce, vede per l’area euro una crescita 2022 nell’ordine del 3%; Unicredit un po’sotto il 3%; la britannica Barclays al 2,4%”.
Se arriva la recessione sparisce l’inflazione
“Certo l’Italia è più fragile di altri paesi, con il suo alto debito e con famiglie ancora molto caute nelle spese. E l’Europa è più esposta degli Stati Uniti in parte autonomi nell’approvvigionamento di energia, e senza profughi da sfamare. Se la guerra durasse a lungo, se le sanzioni alla Russia saranno mantenute a lungo o addirittura aggravate, il clima di incertezza potrà anche infiacchire l’economia al di là degli sforzi che i governi faranno per sostenerla. E gli equilibri internazionali stanno cambiando, mutano flussi e convenienze dei commerci tanto da rendere difficile agli operatori economici adeguarsi. Il mercato globale è bruscamente cambiato. La pandemia è tornata ad allargare i divari tra i Paesi avanzati, che se ne sono difesi meglio, e quelli emergenti. All’interno dei Paesi avanzati, la guerra danneggia l’Europa più degli Usa; e provoca l’esclusione della Russia da quasi tutto. Nel tempo, la fatica dell’aggiustamento potrebbe diventare più forte della pressione sui prezzi. Ma in una recessione, teniamolo presente, i prezzi delle materie prime tornerebbero a diminuire” conclude Lepri.








