Tutte le aziende nascono piccole, ma non vuol dire che siano uguali. La differenza fra la start-up di Silicon Valley e la fabbrichetta in Brianza è la capacità di crescita. Troppi debiti, poco capitale, troppo piccole, troppi parenti al vertice dell’azienda.
Vuol dire pochi manager, poca innovazione, poca produttività e, appunto, poca crescita. La diagnosi degli effetti che il nanismo e il familismo del sistema imprenditoriale italiano hanno uno sull’altro e, insieme, sulle (scarse) capacità di sviluppo dimostrate dal paese negli ultimi trenta anni è nota e più volte ripercorsa.
Il problema è che questi difetti strutturali non si stanno alleggerendo. Al contrario, diventano sempre più vistosi.
In Banca d’Italia hanno condotto un monitoraggio del sistema imprenditoriale italiano che, per la prima volta, non è fatto a campione, ma abbraccia l’intero universo delle società di capitali non finanziarie. Per chi pensa che la proprietà familiare sia un handicap, soprattutto per la scarsa separazione con la gestione, i risultati sono sconfortanti. Nel 2016, il 21 per cento delle imprese aveva un solo socio: il doppio di dieci anni prima. Un altro 47 per cento ne ha due.
La proprietà è, dunque, sempre più concentrata e sempre più si confonde con la gestione. La metà del capitale di rischio è in mano alle stesse persone che amministrano e gestiscono l’azienda: nel 2005 la percentuale era minore. Il processo è evidente.
Nel 2016, i due terzi delle imprese era a proprietà familiare. Nel 2005 erano solo il 56 per cento. Non è, necessariamente, una condanna. Anche nell’efficiente sistema imprenditoriale tedesco, la proprietà familiare è assai diffusa, nelle piccole come nelle grandi aziende.
La differenza è nella gestione che, in Germania, viene sempre più spesso affidata a manager, in linea di principio più competenti e più attenti a separare interessi e patrimonio dell’azienda da quelli della famiglia. In Italia, invece, dice lo studio di Bankitalia, nel 60 per cento delle imprese familiari, proprietà e gestione coincidono.
La mappa disegnata dai ricercatori di Via Nazionale mostra che il fenomeno è più marcato, quanto più ci si allontana dalle zone a maggior sviluppo del paese. Il Brambilla, con figli e cognati, e la loro fabbrichetta sono una realtà più pervasiva nel Mezzogiorno che in Lombardia. E i riscontri indicano aziende meno produttive e con una minor crescita del fatturato. Ma l’identità impresa-famiglia non ha solo connotati negativi.
In generale, nota lo studio, le imprese familiari sono più resilienti, una dote non da poco nelle tempesta dell’epidemia di questi mesi. In generale, tendono a sopravvivere, reggere e tornare ai livelli pre-crisi prima e più in fretta delle altre imprese. In questo senso, sono aziende più solide.
Così la pensano, ad esempio, in Borsa: la performance delle azioni delle imprese familiari quotate, in questi mesi, è stata nettamente migliore di quella delle aziende normali. La proprietà familiare dà, evidentemente, più sicurezza all’investitore, convinto che la famiglia farà il possibile per resistere alle avversità.
In realtà, una impresa familiare che arriva in Borsa non può essere considerata tipica: le dimensioni la spingono a superare gran parte dei condizionamenti tipici, dalla commistione fra interessi aziendali e familiari, alla gestione diretta, anziché affidata a manager.
Sono i difetti classici che pesano sul familismo aziendale italiano e che, indica lo studio di Bankitalia, si alleggeriscono solo ai margini estremi della scala di dimensioni delle aziende: quando sono grandi o quando sono piccolissime. Il problema è che tendono a restare piccolissime, una fragilità individuata anche nel piano appena sfornato dalla commissione Colao, con due proposte specifiche.
La prima è un ulteriore rilancio dell’Ace (Allowance for Capitale Equity), uno degli strumenti fiscali più tormentati della recente storia italiana: introdotto da Prodi, eliminato da Berlusconi, riesumato da Monti, abolito nell’era Salvini-Di Maio, riproposto dall’attuale governo giallorosso.
Una sorta di cartina di tornasole della differenza fra una sinistra convinta della necessità di rafforzare il capitale e il patrimonio delle imprese e una destra più propensa a sconti fiscali a pioggia e al finanziamento bancario.
Sostanzialmente, l’Ace premia gli aumenti di capitale con sostanziosi alleggerimenti delle imposte sui profitti.
Secondo Colao, però, la sottocapitalizzazione delle aziende non può essere affrontata solo facendo leva sul patrimonio e la voglia di rischio dei proprietari.
La svolta sarebbe convogliare verso l’universo delle società non quotate gli ingenti risparmi che gli italiani tengono immobilizzati nei conti correnti e nei depositi bancari.
L’idea è di creare dei fondi che indirizzino verso le imprese queste risorse, anche se il tasso di rischio è potenzialmente troppo alto per il risparmiatore qualunque e l’accesso al fondo dovrebbe essere riservato ad una fascia alta di investitori (dai 100 mila euro in su).
I vantaggi dei sottoscrittori di questi fondi sarebbero una detassazione dell’investimento (oggi sottoposto ad una imposta del 26 per cento) e, in caso di perdite superiori al 30 per cento la possibilità di ridurre parallelamente il proprio imponibile.








