[L’Analisi esclusiva] Senza anima e incapace di garantire l’effetto-leva per il rilancio: ecco i dubbi sul Recovery

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Delle tante cose dette – e, a volte, contraddette –  in queste settimane dal molto discusso Matteo Renzi, una ha colto, forse, nel segno. A questo schema di Recovery Fund, preparato dal governo, ha detto il leader di Italia Viva, “manca l’anima”. L’accusa è vaga e generica, tanto più se non si provvede a indicare puntualmente dove dovrebbe stare, invece, l'”anima”. Ma non è un’accusa ingenerosa: intorno a quella che è stata, da più parti e più volte, definita una grande irripetibile occasione per un’Italia che, da 30 anni, non ha soldi da spendere e, ora, se ne ritrova di colpo, fra aggiustamenti vari, 223 miliardi di euro, non si respira l’aria della grande svolta, che ridefinisce la vocazione dell’economia nazionale, come fu, nell’Italia del miracolo economico, il fiorire dei Brambilla da export.

Non è, necessariamente, una condanna. La lunga catena di ritocchi e sfrondamenti operata in queste settimane di trattative ha prodotto una bozza di piano che contiene una serie di indicazioni ragionevoli e condivisibili, che potranno accompagnare la ripresa italiana. Manca, però, quello che si potrebbe definire l'”effetto leva”, cioè la determinazione di concentrare la massa delle risorse in una direzione per ricavarne una spinta eccezionale per l’economia. Ma anche, in una chiave meno pirotecnica, lo schema di piano elenca un po’ burocraticamente le scelte, senza preoccuparsi di definire l’ordine di priorità, anche se, a volte, gli obiettivi sono contrastanti. Sul piano specificamente operativo, questa indeterminatezza può scontrarsi con l’esplicita richiesta europea di obiettivi verificabili, pena il ritiro dei finanziamenti.

Sono critiche che vengono da economisti, non per principio ostili a questo governo: Marco Fortis e Tomaso Monacelli. La critica più radicale è quella di Fortis. Uno dei massimi esperti di politica industriale in Italia, Fortis avrebbe voluto che il Recovery Fund si concentrasse su un punto preciso, quello che poteva determinare l’”effetto leva”. Questo punto è la riduzione degli storici divari territoriali e settoriali del paese: fra Nord e Sud, ma anche fra privato e pubblico. E’ qui il motivo per cui, nei quattro anni precedenti alla pandemia, l’economia tedesca è cresciuta del 7,7 per cento e quella italiana solo del 4,9 per cento.

Il divario fra la crescita tedesca e quella del Nord Italia è infatti contenuto a 1,4 punti. Che salgono a oltre 4 per il Centro e a 5 per il Mezzogiorno. Le risorse per le infrastrutture, l’innovazione, il digitale, l’ambiente, la coesione sociale dovrebbero essere, dunque, anzitutto concentrate nella modernizzazione dell’economia meridionale. Perché, però, anche il dinamico Nord è cresciuto meno della Germania? Perché, dice Fortis, c’è Nord e Nord. Il Nord dell’economia privata ha conosciuto una espansione, in realtà, maggiore dell’analogo settore tedesco.

A rallentare il Nord è il resto dell’economia: quella pubblica, più l’edilizia, banche e assicurazioni. Quella che, nelle polemiche, viene spesso definita “l’economia del carrozzone”. Questa parte dell’economia settentrionale ha offerto, negli stessi anni, un contributo negativo alla crescita del Pil, mentre lo stesso settore, in Germania, alimentava, invece, l’espansione. Lo stesso schema si ripete, in misura anche maggiore, al Centro, come al Sud. La conclusione di Fortis è che il Recovery darà risultati, solo se riuscirà a far decollare infrastrutture ed efficienza dei territori e dei settori in ritardo del paese.

Monacelli si preoccupa, invece, non degli obiettivi del Piano, ma della loro genericità. L’attuale schema di Piano ha il merito di definire le risorse che vengono destinate ad ogni obiettivo, ma non come verrannio spese. Ottima la decisione di puntare sugli asili nido, ad esempio, per avvicinare la parità uomo-donna, ma la Ue vuole sapere subito quanti se ne costruiranno, dove, entro quando. Soprattutto, bisognerà indicare a Bruxelles quanta occupazione femminile in più verrà messa in moto dal piano asili nido. Quanta occupazione femminile in più – si badi – entro il 2026. Solo così, infatti, quantificando i risultati sperati, la Ue può verificare che i soldi sono stati spesi bene e gli obiettivi raggiunti. E’ il requisito indispensabile per confermare i finanziamenti. Altrimenti, niente soldi e i 223 miliardi vanno in fumo. Di fatto, la parte, anche tecnicamente, più difficile della redazione del Piano deve ancora venire.

Ma non ci sono solo in ballo i soldi per l’Italia. La svolta epocale, impressa dalla Ue con il lancio del Recovery Fund da 750 miliardi di euro, al processo di integrazione europea riposa in buona parte proprio sul successo del piano italiano. A noi la fetta maggiore del Fondo, ma anche l’onere di dimostrare agli scettici paesi del Nord Europa che la svolta valeva lo sforzo.

I dubbi e i rischi non riguardano solo le grandi scelte del governo e la capacità di attuarle. Ma anche il destino dei tanti rivoli di spesa che stanno per aprirsi. Le premesse non sono incoraggianti.

Davide Giacomini, della britannica Open University, racconta sul sito Lavoce.info di avere analizzato la ripartizione dei finanziamenti del “Piano Marshall” da 3 miliardi di euro, lanciato in pompa magna, questa estate, dalla Regione Lombardia. I soldi destinati a imprese e comunità locali per interventi sulle strade, per la difesa del suolo eccetera dovevano, in teoria, andare ad ogni comune lombardo. Ad oggi, tuttavia, un comune su quattro, fra quelli gestiti dal centrodestra nella regione (governata a Milano da una giunta di centrodestra) ha ricevuto finanziamenti. Nel caso di comuni gestiti dal centrosinistra, i soldi sono arrivati solo ad uno su 9.

Per la classe politica italiana, il Recovery Fund rischia di diventare una prova della verità, sotto gli occhi di tutta Europa.

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