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Se si fermano Suez e Hormuz si ferma l’Italia | Lo scenario

«Per lo stretto di Hormuz passano tra il 20 e il 30% del petrolio e del gas mondiale, attraverso quello di Bab el-Mandeb (la porta a sud del Mar Rosso) con tutte le precauzioni prese negli ultimi anni il traffico si è ridotto a non più di 2-3 milioni di barili. Ma questo non vuol dire che il passaggio a sud-ovest non resti fondamentale e soprattutto che l’effetto-accumulo delle due “chiusure”, che potrebbero diventare tre con il Canale di Suez, non abbia ulteriori devastanti effetti per il mercato energetico. Ma a tutto questo Trump come al solito non ci avrà pensato».

Joseph Stiglitz, 83 anni, guru della Columbia University, premio Nobel nel 2001, ha appena pronunciato un discorso infuocato contro le politiche dell’amministrazione Usa. L’occasione è l’inaugurazione presso la sede delle Nazioni Unite di Ginevra dell’Agenzia Onu per le diseguaglianze, che Stiglitz andrà a presiedere.

«Stiamo andando verso una stagflazione, quanto di più diabolico: l’inflazione aumenta (l’Ocse l’ha alzata al 4% come media del G20) mentre la crescita diminuisce, a partire dagli Usa dov’è ormai la metà di quella prevista per quest’anno. È una situazione complicatissima da gestire, peggio di qualsiasi depressione. Gli Stati Uniti ci sono passati l’ultima volta proprio in occasione della nascita della Repubblica Islamica nel 1979, quando il petrolio salì da 13 a 40 dollari. Ci vollero un genio testardo come Paul Volcker e quattro anni di tassi a doppia cifra per tirarcene fuori. Ma stavolta è ancora più dura per le caratteristiche anomale di questa guerra che nessun americano ha capito. Come sempre i poveri ne pagano le spese, trovano con maggior difficoltà lavoro, i loro salari stagnano».

Non è più una crisi temporanea, ma un cambio strutturale degli equilibri globali.

Dal World Shift – High-Level Strategic Forum, promosso dal Forum Italiano dell’Export nella cornice di Courmayeur, emerge con chiarezza una consapevolezza condivisa tra imprese, istituzioni e grandi player industriali: l’export italiano è entrato in una fase di rischio sistemico permanente.

L’instabilità nel Mar Rosso, aggravata dall’ingresso degli Houthi nel conflitto e dagli attacchi alle navi commerciali, sta compromettendo la sicurezza del Canale di Suez, mentre le tensioni sullo Stretto di Hormuz mettono sotto pressione uno dei principali snodi energetici e commerciali mondiali.

Per la prima volta, due choke point strategici del commercio globale risultano simultaneamente vulnerabili, generando un effetto domino su rotte, costi e tempi di consegna.

Le conseguenze sono già evidenti: incremento significativo dei noli, aumento dei costi energetici, allungamento delle rotte e crescente instabilità nelle connessioni internazionali.

Una dinamica che coinvolge non solo il trasporto marittimo, ma anche quello aereo.

Come evidenziato dal presidente di Ita Airways, Sandro Pappalardo, le attuali scorte di carburante consentono ancora di contenere l’impatto sui prezzi dei biglietti, ma il protrarsi della crisi potrebbe incidere inevitabilmente su costi e operatività, anche a causa della chiusura di importanti hub internazionali come Dubai, Tel Aviv e Riad, con effetti a catena sull’intero sistema dei collegamenti globali.

A questa pressione esterna si somma una fragilità strutturale interna.

L’Amministratore Delegato di Anas, Claudio Andrea Gemme, ha sottolineato come il tema centrale sia quello della capacità di investimento e della gestione efficace delle infrastrutture, in un contesto caratterizzato da una rete estesa e da un progressivo invecchiamento delle opere.

Il presidente di Leonardo, Stefano Pontecorvo, ha evidenziato come non ci si trovi di fronte a una crisi episodica, ma a un vero cambio di paradigma, in cui l’Europa è chiamata a compiere scelte strategiche decisive.

L’economia globale si sta trasformando in una economia di tensione, in cui sicurezza, logistica e capacità produttiva diventano elementi inscindibili.

In questo scenario, il rischio per l’Italia è concreto: tra i 18 e i 20 miliardi di euro di Made in Italy transitano ogni anno nell’area del Golfo, con oltre 500 aziende direttamente coinvolte.

Dal World Shift emerge una piattaforma operativa chiara, che sarà portata all’attenzione del Governo.

In primo luogo, l’introduzione di un credito d’imposta straordinario per l’export, finalizzato a compensare l’aumento dei costi logistici e preservare la competitività delle imprese italiane sui mercati internazionali.

In secondo luogo, la creazione di un fast corridor a Jeddah, con procedure doganali semplificate, per trasformare il Golfo in un hub strategico di redistribuzione verso l’intera area Gcc.

Infine, lo sviluppo di un corridoio terrestre via Turchia, attraverso il rafforzamento del trasporto su gomma e il coordinamento politico e doganale, per garantire continuità operativa alle esportazioni.

Oggi non siamo davanti a una crisi logistica, ma a una crisi di sistema. Se si interrompono le rotte, si interrompe il valore. E se si interrompe il valore, si ferma l’Italia”, sottolinea Lorenzo Zurino, presidente del Forum Italiano dell’Export.

Non basta più accompagnare l’export: oggi dobbiamo difenderlo, ridisegnando le rotte, sostenendo le imprese e assumendo una visione strategica che metta al centro chi ogni giorno riempie quelle navi di lavoro, qualità e identità italiana”.

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