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Pia Saraceno (Ad Ref): «Cop26 meglio del previsto, ma ancora insufficiente»

L’accordo raggiunto alla Cop26 di Glasgow è buono, ma non ancora sufficiente. Ne parla l’amministratrice delegata di Ref, Pia Saraceno, e spiega che l’intesa raggiunta «non prevede il “phase out” dei combustibili fossili (pur riconoscendo per la prima volta che il danno ambientale proviene da loro) ed il mondo più ricco non si dichiara disposto a pagare in modo adeguato il proprio “debito climatico”».

«L’appuntamento concordato al 2022 per la revisione dei piani in modo da renderli coerenti all’obiettivo dei 1,5° potrebbe rappresentare una nuova occasione, se il tempo per il superamento delle divergenze negoziali verrà speso meglio di quanto avvenuto dopo l’accordo di Parigi».

«Nell’immediato, gli accordi sulla riduzione delle emissioni di metano e contro la deforestazione possono imprimere l’accelerazione richiesta, ma tra pochi anni, se non si rivedono i piani, la discesa verso le emissioni zero si arresterebbe. Nello scenario più favorevole se gli Stati faranno le revisioni del loro Ndc in base a quanto dichiarato a Glasgow, nel 2030 le emissioni di gas serra sarebbero ancora il doppio di quanto gli scienziati ritengono indispensabile conseguire».

 «Collettivamente i paesi hanno infatti reclamato diritti ad inquinare superiori a quello che il pianeta è disposto ad accettare e non c’è accordo su come limitare questi diritti, che ciascuno volontariamente reclama», continua.

«Si attribuisce la principale responsabilità all’irrigidimento di India e Cina (terzo e primo paese nella graduatoria delle emissioni, ma rispettivamente 151esimo e 36esimo nelle emissioni pro-capite) sull’uso del carbone. Pur accettando che il carbone sia tra i principali responsabili delle emissioni, non vogliono impegnarsi ad un termine ravvicinato per il suo “phase out”, accettano solo il “phase down”».

«Del resto, la loro posizione è chiara: lasciare ai paesi che hanno più contribuito alla concentrazione di emissioni dei gas serra più diritti ad inquinare perché partono da un livello di emissioni pro-capite più elevato non solo non è equo, ma non favorisce neanche la formazione dei giusti incentivi. Il punto di partenza dei due paesi è però molto diverso».

«Eppure ci sarebbe un modo semplice per comporre le differenti esigenze: lo ha riproposto recentemente in un articolo del Ft Raughar Rajan: ciascun paese dovrebbe pagare (ricevere) a (da) un fondo (Global Carbon Incentive – Gci) un prezzo (da definire) moltiplicato per la differenza tra le tonnellate pro-capite emesse e la media pro-capite globale, moltiplicata a sua volta per la popolazione».

«Il Gci restituirebbe ai paesi con emissioni inferiori alla media globale per le politiche di adattamento, mitigazione, sviluppo: la Cina dovrebbe probabilmente già pagare al fondo, mentre l’India sarebbe in credito», prosegue. «In questo modo non si creerebbe l’incentivo a sviluppare tecnologie per emettere pro capite più del limite medio globale fissato come obiettivo nel percorso verso emissioni zero nel 2050».

«Le risorse così raccolte anche con prezzi delle emissioni bassi (10$ ad esempio) sarebbero di gran lunga maggiori di quelle promesse ai paesi meno sviluppati (spesso mal spese e comunque sempre inferiori al promesso) dai paesi industrializzati. I paesi in via di sviluppo, chiedendo un prelievo obbligatorio su tutti i diritti d’emissione (sempre basato su piani volontari) avevano tentato di legare le risorse per l’adattamento alle responsabilità storiche ma i paesi ricchi hanno rifiutato. Le regole del Mercato del Carbonio (art. 6 del Trattato) sanciscono la sola partecipazione volontaria».

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