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Lo shock inflazionistico ha salvato i conti pubblici | L’analisi di Giuseppe Coco, economista

Negli ultimi anni i conti pubblici italiani hanno mostrato una tenuta sorprendente, soprattutto se si considera l’impatto eccezionale dei bonus edilizi introdotti durante la pandemia dal governo Conte II.

Misure come il Superbonus e il bonus facciate, caratterizzate da un’elevata generosità e dalla possibilità di cedere integralmente i crediti d’imposta, hanno prodotto una massa di crediti senza precedenti.

Secondo la Banca d’Italia, il costo complessivo ha raggiunto circa 170 miliardi di euro entro il 2023, equivalenti a circa 3 punti percentuali di PIL per ciascun anno tra il 2021 e il 2023.

Alla luce di queste cifre, molti osservatori prevedevano un forte deterioramento dei conti pubblici a partire dal 2023.

Le attese sono state smentite dai fatti.

Proprio dal 2023 il deficit ha iniziato a ridursi in modo relativamente rapido, mentre i mercati finanziari hanno mostrato un rinnovato livello di fiducia verso il debito italiano.

Lo spread sui titoli di Stato decennali si è progressivamente ridotto fino ad allinearsi, dall’inizio del 2025, alla media dell’area euro.

Tra le spiegazioni più diffuse vi è il cosiddetto “fiscal drag”, ossia l’aumento automatico delle entrate fiscali dovuto all’inflazione.

Le stime variano tra i 12 e i 25 miliardi di euro, ma si tratta di importi insufficienti a compensare una spesa straordinaria come quella dei bonus edilizi.

Inoltre, una parte rilevante di queste maggiori entrate è stata restituita attraverso misure fiscali nelle leggi di bilancio.

Anche l’effetto moltiplicativo dei bonus sulla crescita economica risulta limitato, con valori inferiori all’unità secondo le principali stime.

Il fattore decisivo è stato invece lo shock inflazionistico del biennio 2022-2023, con un aumento cumulato dei prezzi superiore al 14% (Cosa ha salvato i conti pubblici italiani – Lavoce.info).

In questo periodo i tassi di interesse nominali sono cresciuti, ma sono rimasti ben al di sotto dell’inflazione, determinando tassi reali fortemente negativi, fino a circa -6%.

Questo ha comportato una significativa riduzione del valore reale del debito pubblico: in sostanza, lo Stato ha rimborsato il debito con moneta meno “costosa” in termini reali.

Un esercizio controfattuale, basato sul confronto con il tasso reale medio del periodo 2002-2021 (pari al 2,1%), suggerisce che il risparmio implicito sugli interessi possa aver raggiunto circa 350 miliardi di euro nel biennio.

Un secondo canale di aggiustamento ha riguardato la dinamica del costo del lavoro pubblico.

Tra il 2021 e il 2023 il numero di occupati nella pubblica amministrazione è aumentato, e la spesa nominale è passata da 172 a 183 miliardi di euro.

Tuttavia, in rapporto al PIL essa è scesa dal 9,36% all’8,59%, grazie alla crescita del denominatore trainata dall’inflazione.

I rinnovi contrattuali non hanno compensato pienamente l’aumento dei prezzi (8,1% nel 2022 e 5,6% nel 2023), determinando una compressione dei salari reali.

Le mie stime indicano un risparmio implicito di circa 24 miliardi.

Dinamiche analoghe hanno interessato anche la spesa pensionistica, che ha un peso ancora maggiore sul bilancio pubblico, pur in presenza di meccanismi di indicizzazione parziale.

Nel complesso, è stata soprattutto la combinazione tra svalutazione implicita del debito e contenimento della spesa reale a compensare l’enorme costo dei bonus edilizi, neutralizzandone gli effetti potenzialmente destabilizzanti.

Tuttavia, questo processo ha avuto conseguenze redistributive significative tra lavoro e rendita edilizia.

L’inflazione avrebbe potuto rappresentare un’occasione storica per ridurre in modo strutturale il debito pubblico.

Altri paesi ad alto debito in effetti hanno avuto una correzione dello stock di debito su PIL molto più marcata, la Grecia ad esempio di 50 punti percentuali.

In Italia, invece, l’inflazione ha prodotto soprattutto una stabilizzazione temporanea, poiché gran parte del “dividendo inflazionistico” è stato assorbito dal costo dei bonus.

E va ricordato che essa è avvenuta a costo di un impoverimento reale dei salariati (anche privati) e del paese per la bolletta energetica anomala dei due anni.

Al governo Meloni si può riconoscere una gestione prudente di questi margini, che ha contribuito alla riduzione dello spread.

Tuttavia, non sono state affrontate in modo incisivo le distorsioni strutturali del bilancio pubblico.

La stabilità attuale appare quindi legata a fattori straordinari e difficilmente replicabili, più che a un percorso solido e duraturo di riduzione del debito.

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