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Lo shock è già arrivato | L’analisi di Confindustria

L’effetto della guerra in Medio Oriente sull’economia italiana, scrive il Centro Studi di Confindustria, non è più una previsione: è già visibile nei dati. Il petrolio vola a oltre 100 dollari al barile ad aprile: quaranta dollari in più sulla media di dicembre. Il gas, dopo aver quasi raddoppiato a marzo (da 28 a 53 euro per megawattora), si è “moderato un po’” ad aprile. Il dollaro, nel frattempo, si è portato a 1,16 sull’euro. Il che “non sta aiutando ad attenuare i rincari dell’energia dell’Eurozona”.

Vuol dire che paghiamo cara l’energia in una valuta che vale meno. Doppia acrobazia, nessun premio. Veniamo alle cifre, che parlano da sole e non dicono niente di piacevole.

Il Centro Studi ha costruito due scenari. Nel primo, la guerra finisce a giugno con il petrolio che si stabilizza a 110 dollari in media annua: le imprese italiane si troverebbero a pagare 7 miliardi di euro in più rispetto al 2025. L’incidenza dei costi energetici sui costi totali salirebbe dal 4,9% al 5,9%. Un punto percentuale. Sembrano pochi, ma moltiplicati per il tessuto produttivo italiano fanno una cifra che fa girare la testa. Nel secondo scenario – quello in cui la guerra si prolunga per tutto il 2026 con il petrolio a 140 dollari in media annua – le imprese pagherebbero 21 miliardi in più e l’incidenza dei costi energetici balzerebbe dal 4,9% al 7,6%, con un rialzo di 2,7 punti percentuali.

Scrive Confindustria: “In questo caso si arriverebbe intorno ai livelli critici già sperimentati nel 2022 (8,3%), non sostenibili per le nostre imprese”. Intanto, mentre i prezzi salgono, la fiducia scende. Le famiglie italiane hanno bruscamente peggiorato le loro aspettative a marzo. Risultato: rischio di aumento del risparmio precauzionale già nel primo trimestre. Così i consumi frenano.

Le industrie, dal canto loro, mostrano una fiducia in “modesto aumento”, ma le attese di produzione crollano bruscamente. Il Pmi manifatturiero di marzo è in zona espansiva – 51,3 da 50,6 – ma attenzione: quella espansione è in buona parte alimentata dall’accumulo precauzionale di scorte. Le aziende comprano adesso perché temono che domani costi di più.

Ancora peggio nei servizi: l’indice Pmi di marzo è caduto bruscamente in zona recessiva, a 48,8 da 52,3. Un tonfo. Il turismo aveva tenuto bene a inizio 2026, ma ora anche quella piccola luce sembra vacillare. Come se non bastasse, i tassi hanno invertito la rotta. In Italia il rendimento dei titoli di Stato ha superato il 4%. Il costo del credito per le imprese è già al 3,33% a febbraio, ma salirà – la Bce è attesa alzare i tassi per contrastare l’inflazione che accelera. In Italia l’inflazione è rimasta più bassa, +1,7%, perché alcuni prezzi dei servizi sono scesi. Il problema è che l’energia sta salendo, e l’energia non si negozia. Tra il 18 e il 25 marzo, Confindustria ha chiesto alle grandi imprese associate di individuare i principali ostacoli legati al conflitto. La risposta è stata una classifica della preoccupazione: Il costo dell’energia in testa con il 25% delle segnalazioni. Seguono i costi di trasporto e assicurazione al 21,9% e il costo delle materie prime non energetiche al 18,4%. Ma è la prospettiva a lungo termine che spaventa di più: se la guerra dovesse protrarsi, le materie prime non energetiche diventano la prima fonte di preoccupazione per il 20,7% delle imprese, prima ancora dell’energia (19,4%).

E non è solo questione di prezzo: con un conflitto lungo, le imprese che segnalano criticità nell’approvvigionamento di materie prime (cioè proprio nel riuscire a trovarle, non solo nel pagarle) salgono dal 7,4% all’11,3%. Si passa dal caro-bollette al non c’è niente da comprare. Sfumatura importante. Gli investimenti reggono. Nei primi mesi del 2026 sono ancora sostenuti dai fondi del Pnrr. È l’unico indicatore che non ha preso la direzione sbagliata. Va dato atto che quella montagna di fondi europei, tra mille polemiche e cantieri in ritardo, sta svolgendo la sua funzione. Come un airbag che si è gonfiato nel momento giusto. Resta da vedere quanto a lungo regga l’urto. L’export aveva dato segnali incoraggianti a febbraio, con le esportazioni risalite del +2,2% a prezzi costanti. Cruciale il rimbalzo negli Usa (+8% tendenziale), trainato da farmaci e mezzi di trasporto. Ma i nuovi dazi americani dal 24 febbraio rendono le merci italiane meno competitive, e sulla bilancia pesa anche il rischio diretto sui 22 miliardi di export verso i paesi del Golfo. Nell’Eurozona l’incertezza è salita ai livelli dell’aprile 2025. Il che è come dire che siamo tornati al punto di partenza – ma con il petrolio a 40 dollari in più. Il resto è inflazione.

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