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[L’intervento] Roberto Grassi (presidente Unione degli Industriali della provincia di Varese): «Servono sobrietà e azione non urlata ma incisiva»

Autorità, gentili ospiti, cari colleghi e gentili colleghe, siamo di nuovo qui, a Malpensa Fiere, il luogo dove ormai tre anni fa ho iniziato il cammino di questa Presidenza. Da qui oggi voglio partire, in questo mio ultimo periodo di mandato, per depositare l’esperienza realizzata e per tracciare, insieme a voi, una strada precisa che ci porti verso il futuro. È per questo motivo che ho chiesto a Giorgia Munari di aprire, anche in modo irrituale, questa Assemblea portando la sua testimonianza in quanto giovane, in quanto imprenditrice e protagonista di una nuova modernità.

Oggi più che mai servono visioni, progetti trainanti e condivisi. È quello che vi proporremo quest’oggi attraverso l’illustrazione dei punti salienti del Piano Strategico per la Varese del 2050. Prima, però, occorre partire dal presente. Quest’ultimo anno è stato ancor più complesso dei due di pandemia che lo hanno preceduto. Abbiamo visto scardinare certezze, una su tutte quella che la storia ci avesse reso immuni dal ripetere gli errori del passato. Dalla scorsa primavera abbiamo fatto un doloroso passo indietro come umanità. E non è retorica, ne sono convinto. Abbiamo sentito di nuovo parlare di guerra universale. Di minaccia atomica.

Dobbiamo invece tornare ad essere una comunità costruttrice e promotrice di pace. Non solo la pace economica, ma anche quella sociale e culturale. Serve uno straordinario sforzo per riattivare ogni canale e iniziativa possibile per una convinta azione diplomatica per fermare il conflitto in Ucraina. Solo dalla pace, passa, inevitabilmente, la normalizzazione di quei rapporti economici internazionali che rappresentano un tassello fondamentale di stabilità e difesa della democrazia. L’aggressione russa, così vicina a noi, ci ha, invece, costretto ad assistere ad un conflitto che, insieme al suo intollerabile fardello di violenza e sofferenza per milioni di persone, ci sta trasformando dal di dentro e producendo conseguenze economiche pesanti per l’Europa e ancor più per l’Italia.

Dal lato economico il balzo dei prezzi energetici ci lascia in balia di uno scenario fuori controllo. A ciò si aggiungono le difficoltà di approvvigionamento e i colli di bottiglia nella rete logistica. L’aumento dei tassi di interesse e l’inflazione più alta che si sia registrata da decenni chiudono il cerchio di uno scenario tra i più complessi della nostra storia recente. Reso ancor più difficile da un’estate (anche climaticamente) faticosa da vivere. Con un pesante fardello di danni e devastazioni. Penso alle Marche a cui va oggi doverosamente il nostro pensiero. Rischiamo, però, di non aver visto ancora il peggio.

Abbiamo di fronte a noi un programma di razionamento dei consumi energetici. C’è il grande tema della messa in sicurezza energetica del Paese. È un fronte su cui giochiamo il nostro futuro economico. Corriamo il rischio di una desertificazione industriale. O ce ne rendiamo conto o non saremo in grado di dare risposte adeguate alla crisi in atto. Purtroppo, abbiamo vissuto un velocissimo deterioramento del quadro economico in una situazione di campagna elettorale. Quanto di peggio si potesse orchestrare. La situazione ci pone ora davanti ad uno scenario che richiama innanzitutto alla responsabilità praticata nei fatti.

Oggi, dopo le elezioni politiche, siamo convinti che la guida del Paese nei prossimi anni abbia già, sin da ora, un percorso segnato davanti a sé. Un cammino obbligatoriamente fatto di responsabilità, di garanzia e di equilibrio. Sono queste le soft skills politiche che deve possedere la coalizione che governerà il Paese. Chiediamo oggi a tutte le forze politiche innanzitutto una garanzia di sobrietà nell’azione di Governo per coloro che la eserciteranno e di responsabile e costruttiva opposizione per gli altri. Perché la via è stretta. La legge di Bilancio 2023 si deve fare con estrema rapidità per evitare un improponibile esercizio provvisorio.

Le decisioni non possono essere rimandate. Non abbiamo bisogno di annunci social giornalieri, non vogliamo una comunicazione incalzante. Abbiamo piuttosto necessità di azioni quotidiane e di decreti applicativi per far funzionare ciò che già c’è ed è stato impostato. A partire dal PNRR. La campagna elettorale è finita. Lasciamocela alle spalle. È il tempo dell’azione di governo non urlata. Ma incisiva. In questo modo non disperderemo quel patrimonio di autorevolezza che abbiamo a fatica riconquistato negli ultimi due anni. L’Italia non se lo meriterebbe.

Come Confindustria chiediamo innanzitutto di restare saldamente ancorati alla scelta europea e a quella occidentale della NATO. Siamo convinti che, oggi più che mai, al nostro Paese serva una finanza pubblica che non torni ad essere a rischio in uno scenario di tassi di interesse in risalita. Sarà quindi inevitabile un riequilibrio nella fiscalità, a partire dalla lotta all’evasione nel tentativo di liberare risorse per indirizzarle verso la crescita. Che noi crediamo fermamente debba essere una crescita d’impresa, l’unica a poter dare una prospettiva a questo Paese. Attuiamo le riforme giuste, che il Paese attende già da molto tempo.

Quelle necessarie ad assicurare un welfare equo che torni a distinguere tra assistenza e previdenza. È una distinzione basilare che nel tempo ci siamo purtroppo dimenticati e che pesa, impropriamente, sulla fiscalità a carico delle imprese. Chiediamo una riduzione del cuneo fiscale per poter aumentare il potere di acquisito dei salari. E noi, che abitiamo in una terra di confine con la Svizzera, ben sappiamo quanto ciò pesi nello squilibrio del mercato del lavoro. Sulla delicata questione del salario minimo il nostro parere è noto. Il tema va affrontato estendendo l’efficacia soggettiva dei contratti collettivi. Attediamo politiche formative che accelerino la costruzione di quei tanti profili oggi mancanti alle nostre imprese.

Pensiamo a questo proposito a tutte le materie STEM, allo sviluppo degli ITS, sui quali ci siamo impegnati fortemente, anche in ambito locale. Ora che la legge è approvata, avanti con i decreti attuativi, come ha più volte ricordato il Vicepresidente di Confindustria, Gianni Brugnoli, divenuto paladino di questa causa. Le imprese hanno un disperato bisogno di figure in grado di affrontare il delicato passaggio delle transizioni che ci attendono. Quella verso la digitalizzazione, un processo che non è venuto meno, nonostante le preoccupazioni di sopravvivenza energetica di questi mesi. A questo proposito auspichiamo che si possa ripristinare e potenziare il piano di Transizione

4.0 e il supporto agli investimenti privati. Serve anche dare continuità, rafforzandolo, al network per il trasferimento tecnologico rappresentato dai Digital Innovation Hub e dai Competence Center. Transizione altrettanto importante è quella verso una sostenibilità sostenibile. Sul fronte ambientale servono obiettivi che siano sì sfidanti, ma anche raggiungibili per un tessuto come il nostro, costituito in larga parte da PMI che svolgono lavorazioni intermedie. Su questo occorre essere molto chiari: dobbiamo ripensare il Green Deal e gli obiettivi europei della decarbonizzazione alla luce della crisi energetica.

Già, il tema dell’energia. L’ho lasciato per ultimo, in questo elenco delle transizioni in atto, ma in realtà si tratta della priorità delle priorità. In termini di sostenibilità energetica paghiamo oggi il mancato coraggio di decenni, in cui ci siamo illusi che potesse essere sufficiente approvvigionarsi attraverso i consueti meccanismi di mercato. In un Paese come il nostro, che dipende strutturalmente dall’estero, ciò ha dimostrato tutti i suoi limiti e ora ci sentiamo vulnerabili. Di più: sotto attacco. Stiamo vivendo la nostra Guerra. Lo abbiamo dichiarato più volte in questo ultimo anno. Lo abbiamo discusso all’infinito.

Oggi, nonostante non sia questo il nostro modo di reagire, siamo disposti ad urlarlo. E vogliamo riconoscere al Presidente Bonomi – che ringraziamo per essere ancora una volta qui con noi – la capacità di aver dato voce e rappresentanza a questo malessere crescente. Occorrono interventi urgenti per garantire la tenuta industriale del Paese, delle sue filiere produttive e dei suoi territori manifatturieri. Abbiamo già avanzato proposte strutturate: introduzione del tetto al prezzo del gas a livello europeo, sospensione temporanea dei diritti di emissione ETS; destinazione all’industria della quota di energia da fonti rinnovabili a prezzo calmierato; sgancio del prezzo dell’elettricità dalle quotazioni del gas.

Tutti punti che, attraverso Confindustria, e sottolineo Confindustria, unico vero interlocutore del Governo, sono arrivati nell’agenda politica europea. Non possiamo più attendere. Solo così potremo sopravvivere. Occorre, però, contemporaneamente renderci energeticamente indipendenti nel tempo. Oggi, non domani, dobbiamo pensare a interventi strutturali dotandoci di rigassificatori, impianti di estrazione ed attivazione di nuovi giacimenti, nucleare sicuro di nuova generazione. Ed infine chiediamo continuità nell’attuazione del PNRR. Senza se e senza ma.

Non dimentichiamo che l’Italia tra sovvenzioni e prestiti beneficia di circa 191,5 miliardi di euro. Un quarto li abbiamo ricevuti, ma rimangono circa 145 miliardi (di cui 21 già approvati) da incassare a fronte di azioni che vanno realizzate entro il 2026. E poi inizierà la fase della restituzione dei fondi dal 2028 al 2058. Serve quindi che tali fondi vadano ben spesi ora per arginare il crescere della povertà e del disagio sociale. Non nascondiamoci i problemi. Affrontiamoli. Facciamolo per quei quasi 6 milioni di giovani italiani che oggi hanno tra i 15 e i 24 anni e che nel 2058 avranno tra 51 e i 60 anni. Di questi circa 84.000 sono anche giovani del nostro territorio.

Saranno soprattutto loro a ripagare i debiti che abbiamo contratto per questo sforzo straordinario. Per il più elementare principio di equità, dovranno essere soprattutto loro a beneficiare dell’ammodernamento del Paese che dovremo disegnare in questi anni cruciali. È anche pensando a loro che abbiamo avviato quest’anno, prima dello scoppio della crisi energetica, il grande cantiere del Piano Strategico Varese 2050. Un documento che contiene la nostra visione per costruire un territorio a misura delle nuove generazioni. Una visione che vogliamo riassumervi in un video.

* * *

In queste immagini c’è una parte importante, ma non l’unica, della nostra visione: una Malpensa moderna e sostenibile; un territorio ancora fortemente manifatturiero, ma aperto alle contaminazioni; una provincia caratterizzata dal suo saper fare; una comunità attrattiva anche grazie alle proprie eccellenze sportive; un’Unione Industriali, anzi una Confindustria Varese – si avete capito bene, una Confindustria Varese – in grado di dar vita a un acceleratore di imprenditorialità.

Puntando su nuove e rinnovate sinergie con la nostra LIUC – Università Cattaneo. Lo scorso anno durante l’Assemblea avevamo lanciato un allarme, ponendo al centro della nostra riflessione la lenta erosione della competitività del territorio. È da quella volontà di guardarci senza filtri allo specchio che siamo partiti. Avevamo fatto una promessa: quella di essere inclusivi. Di ragionare in maniera larga. Di coinvolgere istituzioni e stakeholder in un progetto trasversale.

Lo abbiamo fatto scegliendo di farci accompagnare nel co-design dal contributo della think tank internazionale, Strategique, nata attorno alla figura di Michael Porter dell’Harvard Business School, e guidata, a livello italiano, da Fernando Alberti, professore ordinario di Strategia alla LIUC, nonché uno dei primi laureati della nostra università. Avevamo bisogno di analizzarci, ma anche di confrontarci per questo dopo di me interverrà Mari Josè Aranguren, professoressa e Direttore Generale dell’Istituto Basco per la Competitività, che condividerà con noi un caso di eccellenza di ridisegno competitivo territoriale nell’area Nord della Spagna. Siamo partiti, come dicevo, adoperando una nuova metrica per fotografare il posizionamento competitivo del Varesotto.

Ne è uscita l’immagine di una provincia: ricca, ma disomogenea nella sua capacità di generare benessere; densa di filiere produttive, alcune delle quali arrivate ad un elevato livello di maturità; poco innovatrice, almeno rispetto al suo effettivo potenziale; polarizzata e schiacciata da due diverse identità: quella dell’area metropolitana Milanese, da una parte, e quella del confine con il Canton Ticino, dall’altra; infrastrutturata, ma bloccata dall’intensità di traffico lungo alcune arterie che la rendono difficilmente percorribile e, di fatto, ne isolano lo sviluppo.

Abbiamo ascoltato tutti: amministratori pubblici, università, sindacati, imprenditori, titolari d’impresa, funzionari della nostra stessa associazione, giornalisti, sistema finanziario. Più di 100 partecipanti coinvolti in quattro workshop e nelle circa 25 interviste di approfondimento successive. Persone con esperienze internazionali e figure espressione del territorio. Come ha ricordato Giorgia Munari in apertura, abbiamo voluto ascoltare prioritariamente i giovani. Perché questo piano strategico è soprattutto per loro. Qui, oggi, vorrei ringraziare tutti, perché ciascuno è stato portatore di una visione, magari differente e proprio per questo preziosa, di una proposta, di un’idea, di un progetto. Oggi è l’occasione giusta per dire a tutti loro GRAZIE.

Ne è emersa un’analisi di posizionamento robusta che, associata al metodo del design thinking, ci ha permesso di co-progettare con tantissimi stakeholder un Piano Strategico corposo e dettagliato. Un Piano, desidero sottolinearlo, che non si limita a tracciare scenari di lungo periodo, ma che già contiene al suo interno linee strategiche, obiettivi precisi, azioni di dettaglio, indicatori per il monitoraggio, kpi e risorse per l’accountability. Un piano da portare ora all’esecuzione.

Oggi non ho l’ambizione di descrivere nel dettaglio tutto il Piano. Voglio, però, condividere la logica del percorso svolto e le principali indicazioni emerse. Siamo partiti innanzitutto da una duplice esigenza: la prima è quella di perseguire lo sviluppo economico, azione che ci vede come attori principali; la seconda è quella di favorire il progresso sociale, azione che ci vede coinvolti con tutti gli altri attori della nostra provincia.

Un’azione su cui ci misureremo attraverso la costruzione del Social Progress Index di Varese con l’aiuto di LIUC. Per far tutto questo abbiamo ragionato sulle attività che possono migliorare il contesto e rafforzare il fermento imprenditoriale. Un indicatore di vitalità che, se irrobustito, trascina con sé, con un effetto valanga tutto il territorio ed è in grado di determinarne le prospettive di sviluppo future ed il livello di benessere, migliorando così anche il progresso sociale.

Tema, quest’ultimo, sul quale abbiamo lanciato già quest’anno il progetto People. È un progetto unico nel suo genere, nato per sensibilizzare, promuovere e mettere a sistema iniziative di vario tipo nelle imprese, favorendo la genitorialità, la conciliazione tra lavoro, famiglia e tempo libero. L’obiettivo è fare dei nostri luoghi di lavoro realtà attrattive ed inclusive. In primo luogo, per donne e giovani, senza dimenticare gli stranieri. A proposito di quest’ultimo tema, lasciatemi aprire una digressione.

Lo voglio fare con le parole usate dal Presidente Bonomi nella recente Assemblea di Confindustria: “Dobbiamo affrontare con profondità e serietà il tema dell’immigrazione. Una questione sulla quale serve eliminare pregiudizi e odi sociali, anche perché con la curva demografica italiana abbiamo necessità di contare su un efficace modello di integrazione nazionale e piena cittadinanza dell’immigrazione e dei lavoratori stranieri. In moltissime imprese, infatti, l’apporto degli immigrati è crescente da anni e insostituibile”.

Ciò è coerente anche con l’obiettivo di attirare verso di noi, come dicevo, le migliori competenze, i giovani più promettenti e nuovi investimenti: sono queste le prime sfide competitive che abbiamo di fronte, ma non le uniche. Il posizionamento strategico di Varese che abbiamo analizzato ci impone di dare risposte concrete.

Dobbiamo essere estremamente onesti con noi stessi: se ci paragoniamo con altre province del Paese a noi simili per struttura economica e sociale, Varese emerge come un territorio a forte rischio di immobilismo. Al 48° posto sulle prime 50 province italiane secondo l’Indice del Fermento Imprenditoriale. Prima di noi Pavia, dopo di noi Piacenza. E con un posizionamento in discesa.

Analizzando alcuni dei parametri su cui si gioca la competitività di una comunità, Varese, negli ultimi anni acquisisce posizioni solo su due dimensioni: le retribuzioni e la produttività. Mentre vede peggiorare le sue performances in tutte le altre dimensioni analizzate: nuovi posti di lavoro; nuove imprese; specializzazione; prosperità (misurata attraverso il pil pro-capite); partecipazione al lavoro; innovazione.

Tuttavia, siamo una provincia che può contare ancora su tanti punti di forza: un benessere economico e sociale diffuso; una radicata tradizione manifatturiera; una visibilità garantita da importanti brand affermati a livello internazionale in vari settori e mercati; una forte potenzialità nel comparto trasporti grazie alla presenza di Malpensa e ad un polo logistico e intermodale che sempre più si amplia attorno al nostro aeroporto; una propensione all’export ben al di sopra della media nazionale; una robusta cultura imprenditoriale; un’alta produttività della forza lavoro; una natura e un paesaggio sui quali investire in termini di attrattività turistica; e, concedetemelo, anche con una vocazione sportiva tutta da valorizzare in termini di qualità della vita e capacità di attrarre talenti e risorse.

È su queste capacità che dobbiamo investire per costruire un ambiente piacevole e stimolante in cui vivere. La difficoltà di reperimento e, soprattutto, di trattenimento dei giovani è stata un leit motive ripetuto in tutte le numerose interviste che abbiamo svolto. Ciò ci impone di lavorare per renderci più attrattivi e toglierci quella patina di scarsa modernità (di provincialismo direbbero alcuni) che lascia l’impressione che “Varese non sia un territorio per giovani”.

Varese ha bisogno di una strategia di riposizionamento capace di mettere a sistema e valorizzare le forze del territorio, attraverso le quali compensare le debolezze e ritrovare lo slancio in quel fermento imprenditoriale che ha fatto le fortune delle nostre comunità. Le imprese, da sole, non possono farcela. C’è bisogno del contributo di tutti.

Sono cinque le linee guida che insieme abbiamo individuato. Alcune sono sicuramente molto nostre e richiamano un impegno in prima persona delle imprese e di quella che, dopo i doverosi passaggi statutari, dovremo abituarci a chiamare Confindustria Varese. Altre richiedono il coinvolgimento e il “governo” di altri attori sociali. Tutte sono, però, necessarie per dar vita ad una nuova identità di Varese basata su pochi ma precisi pilastri. Elementi che la rendano riconoscibile nel Paese e nel mondo per i suoi cluster industriali; le sue startup e la sua capacità di innovazione; la sua logistica; il suo sport e il suo turismo.

La prima linea strategica prevede la costruzione di una Cittadella, anzi direi una “Fabbrica” del Sapere e del Saper Fare, che sia una cabina di regia di competenze e servizi per talenti, giovani, startup, imprese e cluster. Un acceleratore di imprenditorialità da cui ripartire. Che possa fare da pivot per l’intero piano strategico #Varese2050. Che non sia solo un centro di costruzione della competitività del territorio, ma possa agire da motore di sviluppo ed essere allo stesso tempo un luogo simbolo del riposizionamento della provincia. Un luogo di contaminazione di idee, di sperimentazione di progettualità, di accompagnamento allo sviluppo imprenditoriale, di supporto alla crescita d’impresa.

Un luogo che possa ospitare spazi per la creazione e incubazione di startup e di nuova imprenditorialità, nuove strutture per corsi ITS, nuovi servizi per le imprese e una nuova e unica sede di Confindustria Varese. Un sogno troppo ambizioso? No, una realtà di cui abbiamo già iniziato in queste settimane a gettare basi concrete. Si chiamerà: MILL – Manufacturing, Innovation, Learning, Logistics. È con orgoglio che presento a voi oggi questo progetto che troverà la sua collocazione in un’ex area industriale contigua alla LIUC – Università Cattaneo.

Ciò contribuirà, da un lato, a valorizzare, a favore delle imprese, le potenzialità connesse al maggior investimento nel futuro, nei giovani e nell’alta formazione, mai fatto da un’Associazione del Sistema Confindustria: la LIUC, appunto. Nata 30 anni fa per volontà della nostra Unione Industriali. Dall’altro lato doterà, il territorio di uno spazio proiettato all’innovazione frutto, ancora una volta, di una rigenerazione industriale a dimostrazione che Varese, quando serve, sa cambiar pelle e reinventarsi. Qui, tutto parte e nasce dall’industria.

Voglio approfittare della giornata di oggi per ringraziare pubblicamente sia i componenti del Consiglio di Presidenza, che i Past President per l’appoggio con cui hanno promosso e sostenuto questo ambizioso progetto, in particolare il Direttore Silvia Pagani e tutta la struttura UNIVA per l’importante lavoro svolto. Inoltre, è doveroso ringraziare Riccardo Comerio, Presidente della LIUC, motore insieme a noi di questa iniziativa. Così come è giusto porgere un sentito ringraziamento anche all’avvocato Daniela Inghirami, la cui famiglia era proprietaria dell’area su cui sorgerà MILL e che, come noi, ha creduto sin da subito ad un indirizzo del progetto a favore dei giovani.

La seconda linea strategica da seguire è quella di mettere i cluster al centro delle strategie di sviluppo del territorio. E per far questo dobbiamo passare per le specializzazioni economiche della provincia, quelle forti, quelle storiche, quelle emergenti e quelle possibili. L’esperienza internazionale insegna che i territori più competitivi al mondo non sono solo quelli che hanno saputo fare dei cluster, ossia le specializzazioni del territorio, il perno delle proprie politiche economiche ed industriali. Sono soprattutto quelli che lo hanno fatto in primis lavorando sui cluster già forti, andando a rinforzarli ulteriormente e agendo in profondità su di essi.

Per Varese questo significa puntare sulla sua massima specializzazione industriale: il Cluster Aerospaziale, storicamente forte in provincia e che richiede interventi dedicati per non perdere competitività e rilevanza. Ma siamo e dobbiamo rimanere un tessuto produttivo multisettoriale. Una buona politica di sviluppo locale deve rinforzare gli altri cluster esistenti e radicati da tempo andando a rinnovare competenze e tecnologie, ambiti di applicazioni e modelli di business, guardando al futuro e promuovendo la contaminazione. Mi riferisco ad esempio alla meccanica, al tessile, alla plastica, alla chimica, al farmaceutico.

La provincia di Varese è anche ricca di una pluralità di grandi multinazionali e di medio grandi imprese con brand noti che richiedono il lancio di nuove iniziative e progetti dedicati. La scommessa sarà quella di allungare il più possibile queste filiere, estendendo l’area delle opportunità dalla grande alla piccola sino ad arrivare alla microimpresa e a quella artigiana. Dobbiamo anche saper far leva sulle nuove specializzazioni che si stanno affermando sulla base delle nuove capacità emergenti sul territorio. Due su tutte: quelle legate alle tecnologie informatiche e quelle della logistica.

La terza linea di azione deve essere volta alla creazione di un ecosistema dell’innovazione per favorire la nascita di startup e l’aumento del ricorso alla brevettazione. Le analisi condotte mettono in luce questo ambito di intervento strategico che oggi costituisce un fronte di debolezza da compensare per mantenere il passo degli altri territori. Sono ancora troppo poche le startup innovative in rapporto alle imprese esistenti ed al numero di addetti del territorio. È fragile anche l’ecosistema dell’innovazione in termini di disponibilità di strutture, servizi, operatori dedicati e risorse. Ci mancano gli strumenti per supportare e trattenere idee di business e talenti.

La terza linea strategica mira a colmare questi gap e si pone come completamento della linea numero uno che prevede la realizzazione di MILL. Puntiamo quindi allo sviluppo di iniziative di formazione, incubazione e accelerazione di nuove imprese sul territorio. Azioni a cui affiancare progetti per l’attrazione di nuovi investitori e accompagnamento alla brevettazione. Sarà fondamentale dar vita a un gioco di squadra con la finanza, con le istituzioni e con altri centri di ricerca e innovazione presenti sul territorio o nelle aree circostanti. Secondo il principio che più si allarga la rete più beneficio ne ha il sistema.

La quarta linea d’azione punta a fare di logistica e trasporti il driver strategico per la competitività e l’accessibilità del territorio. Gioca a nostro favore la posizione centrale di Varese nei principali corridoi europei e il ruolo dell’aeroporto internazionale di Malpensa sia per la sua componente cargo che passeggeri. Siamo sempre più convinti che il nostro hub debba avere un ruolo strategico fondamentale nell’indirizzare lo sviluppo del territorio e nell’attrarre persone, imprese, turisti, lavoratori.

Se dovessi ragionare in termini progettuali, attorno a Malpensa andrebbe attivato uno dei prossimi cluster: quello della logistica. Già alcune importanti realtà internazionali del settore e della distribuzione on line gravitano in questa area. Serve anche in questo caso creare un ecosistema di imprese e operatori che sappiano attrarre altri player internazionali di punta che vogliano investire nel territorio e sfruttare le sinergie con gli asset esistenti. Primo fra tutti quello di un tessuto economico densamente popolato di imprese manifatturiere. Dobbiamo innescare percorsi di sviluppo sinergico.

È cruciale lavorare alla creazione di un cluster della logistica con un’azione corale di istituzioni e parti sociali. Tutti insieme. Come abbiamo fatto nei mesi scorsi in occasione del Master Plan 2035 di Malpensa. E, più in generale, sul fronte infrastrutture, occorre lavorare per rendere più accessibile e attrattivo il territorio. L’ottimizzazione e la gestione del traffico urbano ed extra urbano, deve migliorare, in un’ottica sempre più green, la mobilità di merci e persone da e verso Milano, da e verso la Svizzera e tra nord e sud della provincia. Parola d’ordine: potersi muovere e poterci raggiungere.

La quinta e ultima linea strategica punta a far diventare Varese una wellness destination, valorizzando le eccellenze dello sport, le risorse naturali e la qualità della vita. La nostra provincia su questo fronte di azione ha un potenziale, in gran parte ancora non attivato, in termini di attrattività di individui ed imprese. La natura, il paesaggio e il patrimonio artistico e culturale sono elementi da valorizzare tra gli asset strategici del territorio. È un’azione estremamente coerente con la visione del nostro piano. Dobbiamo rendere visibile anche all’esterno il nostro rebranding. Anche in questo caso attori economici, sociali e istituzioni devono lavorare insieme in maniera coordinata. Valorizzando quanto sin qui già fatto e sforzandosi di integrarlo. Penso a quanto avviato in questi anni dalla Camera di Commercio con vari progetti.

Come vedete il Piano Strategico che oggi ho voluto presentarvi per linee generali è organico e circolare. Prende in considerazione aspetti non solo economici, ma anche di benessere e qualità della vita. È inclusivo e non esclusivo: nasce da un ascolto dal basso di tutti gli attori che possono partecipare alla sua realizzazione. È costruito in maniera modulare affinché ognuno trovi un proprio spazio, identità e competenza e possa decidere di partecipare per costruire il futuro di questo territorio. È di visione, ma anche fortemente proiettato alle fasi esecutive, poiché già prevede azioni di dettaglio e strumenti di misurazione degli obiettivi raggiunti.

Non abbiamo l’ambizione di fare tutto da soli, ma abbiamo l’ambizione di dare l’avvio ad un processo di riposizionamento e valorizzazione del tanto che c’è. Perché siamo convinti che questo sia il momento giusto per dare un colpo di reni e iniziare a costruire un nuovo futuro per tutti noi. Se non ora, quando? Concludo con le parole di Alvin Toffler: “Se non impariamo dalla storia, siamo condannati a ripeterla. Vero. Ma se non cambiamo il futuro, siamo condannati a sopportarlo. E questo sarebbe peggio”.

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