Finora il fenomeno inarrestabile è affrontato da un punto di vista ideologico e in quanto tale è divisivo. La diversità di Francesco e del Terzo Settore.
Immigrati e rifugiati, senza loro colpa, sono diventati pietra d’inciampo politico nei Paesi democratici. L’immigrazione è diventata una questione scottante che da umanitaria si è trasferita nell’ideologia riducendo la politica a un’arena litigiosa, teatro di menzogna, capro espiatorio di ogni disagio sociale. Le forze politiche in materia sono diventate ondivaghe e minimaliste rispetto al grande respiro costituzionale. Manca un progetto Italia sull’immigrazione. E un progetto –si sa – come minimo deve basarsi su una visione e sulla fattibilità. Partendo da una equilibrata e documentata visione della condizione presente. C’è da chiedersi perché la politica italiana non riesca a elaborare un progetto sull’immigrazione largamente condiviso e ispirato ai principi fondativi della Repubblica. Cosa lo impedisce? Finora l’ambito sociale che ha recepito meglio e in forma coerente questi principi è stato il Terzo Settore, quella parte di Paese che cerca di non pensare soltanto a se stesso. Ma il Terzo Settore è anche quello che non può dispiegarsi pienamente senza il sostegno della politica e dell’economia. Sarebbe già importante si potesse ispirare maggiormente le scelte legislative e amministrative. Chi vive l’immigrazione come un pericolo e causa del disagio sociale in genere privilegia il profitto di classi ristrette. Chi vede gli immigrati dall’ottica dei diritti umani viene poi dissuaso dall’approvare leggi conseguenti per calcoli puramente elettorali.
L’Europa, compresa l’Italia, si trascina da decenni la questione migratoria come una palla al piede ondeggiando tra accoglienza e respingimento. L’Europa ha paura di guardare l’immigrazione come una questione anzitutto umana e solo in quanto tale anche economica e sociale. La dimensione umana è stata prevalente quando erano le nostre contrade a emigrare in cerca di lavoro. Quando il bisogno di altri ha bussato alle porte d’Europa, sono prevalse politiche egoiste.
Chi non vuole gli immigrati nel rispetto dei loro diritti umani non si ritiene egoista ma punta a diffondere sentimenti di paura irrazionale tra la gente, la paura dello straniero dipinto anzitutto come un pericolo, uno che viene per rubare le nostre case, il nostro lavoro, il nostro futuro. Che viene per fare da padrone. La paura può generare soltanto politiche opportuniste che, nel tempo, degenerano in condizioni esplosive e ingovernabili. Non si è mai visto un tale ritorno all’indietro nella storia come si verifica nelle politiche migratorie europee e italiane. Anziché decidere su un progetto nazionale condiviso e saggio ci si ritrova in un pantano politico di indecisioni che vive sulla segregazione e la discriminazione dovuta alla paura. Gli avversari dell’immigrazione alzano la voce e allargano consensi elettorali facili alimentando paure. I politici sensibili temono di perdere parte dell’elettorato proponendo leggi migratorie meno liberticide. In definitiva la politica è ostaggio della paura non solo degli immigrati ma del basso tasso di solidarietà e umanità degli elettori.
In questa situazione ideologica allucinante e inconcludente, il Terzo Settore si è trovato a fare da tappabuchi delle insufficienze politiche e amministrative dello Stato e addirittura le Chiese a trasformarsi in “ospedali da campo” nel contrasto insanabile degli egoismi nazionali e internazionali. Eppure basterebbe ripartire dall’inizio per ricostruire sane politiche migratorie che liberano l’Italia dalla paura e rilancino politiche di vasto respiro economico e culturale sviluppate nella solidarietà che caratterizza la Carta costituzionale.
Occorre riconoscere al Terzo Settore il rilancio delle buone pratiche che rendono effettiva la solidarietà sociale. Come occorre riconoscere che papa Francesco è il leader che sulla solidarietà e l’immigrazione ha avuto una visione ampia e coerente fin dall’inizio. Dal 2013 nella famosa visita a Lampedusa – questi giorni al centro di rinnovate polemiche di schermaglie politiche sulla pelle degli immigrati e dei residenti – Francesco ha un po’ terremotato l’asettico parlare ecclesiastico e civile preferendo parlare di immigrati piuttosto che di immigrazione. Non si è mai mosso dal vocabolario evangelico prescelto, immutabile e innovativo. Trovandosi al centro degli strali politici di natura più o meno discriminatoria e razzista. Analoghi strali ammantati di devozione sono risuonati perfino all’interno della Chiesa cattolica.
La trasparenza e la semplicità del suo catechismo-immigrati è disarmante. Ne citiamo alcuni esempi. “ Non dobbiamo avere paura delle differenze! La fraternità ci fa scoprire che sono una ricchezza, un dono per tutti! Viviamo la fraternità!”.
“Roma dovrebbe essere la città che permette di ritrovare una dimensione umana, di ricominciare a sorridere. Quante volte, invece, qui, come in altre parti, tante persone che portano scritto “protezione internazionale” sul loro permesso di soggiorno, sono costrette a vivere in situazioni disagiate, a volte degradanti, senza la possibilità di iniziare una vita dignitosa, di pensare a un nuovo futuro!”. “Accogliere queste persone con un progetto”. “Solidarietà, questa parola fa paura al mondo sviluppato. Cercano di non dirla. Solidarietà è quasi una parolaccia per loro. Ma è la nostra parola! Servire significa riconoscere e accogliere le domande di giustizia, di speranza, e cercare insieme delle strade, dei percorsi concreti di liberazione”.
Gli avversari di Francesco incalzano perché applichi nella Chiesa la liberalità per gli immigrati richiesta alle istituzioni civili. Cosa che Francesco fa. “La sola accoglienza non basta – ha ripetuto rivolto ai suoi -. Non basta dare un panino se non è accompagnato dalla possibilità di imparare a camminare con le proprie gambe. La carità che lascia il povero così com’è non è sufficiente. La misericordia vera, quella che Dio ci dona e ci insegna, chiede la giustizia, chiede che il povero trovi la strada per non essere più tale”. Nessun critico di Francesco, neppure tra i politici, ha investito e speso tanto quanto Francesco in favore degli immigrati e dei poveri in ogni area del mondo, Italia compresa.
“Il Signore chiama a vivere con più coraggio e generosità l’accoglienza nelle comunità, nelle case, nei conventi vuoti. Carissimi religiosi e religiose, i conventi vuoti non servono alla Chiesa per trasformarli in alberghi e guadagnare i soldi. I conventi vuoti non sono vostri, sono per la carne di Cristo che sono i rifugiati”.
E’ finito per tutti, Chiesa compresa, il tempo in cui l’Occidente era l’ombelico del mondo. La geografia e la geopolitica si sono modificate in maniera irreversibile. Lo hanno ricordato più volte e in diversi modi i volontari e le loro organizzazioni chiedendo politiche solidaristiche, maturate apertamente in dialogo con i cittadini, senza sotterfugi, partendo da una visione di fondo che sceglie tra vedere gli immigrati un problema o una risorsa.
Ma la fase attuale presenta novità e aspetti particolarmente interessanti che dovrebbero entrare con naturalezza nel dibattito culturale e politico, proprio a motivo del carattere globale delle migrazioni. Il dibattito politico ridotto a pollaio inconsulto andrebbe evitato perfino nei media.
Parlare della nostra come dell’età delle migrazioni è corretto – ricordano Castles e Miller nel loro libro The Age of Migration – “non solo per l’elevata portata degli spostamenti di popolazione, ma anche e soprattutto per la rilevanza della questione in tutti i paesi, sia in quelli di partenza sia in quelli di arrivo. La spinta ad emigrare è diffusa in tutti o quasi i paesi del Sud del Mondo, mentre la preoccupazione per arrivi massicci di immigrati è diffusa in tutti i paesi sviluppati”. Le nuove migrazioni internazionali, in altri termini, “si muovono in un contesto di frontiere chiuse o comunque di frontiere molto più chiuse che in passato. Questo riguarda tutti i principali paesi di immigrazione e le restrizioni riguardano sia gli immigrati sia i rifugiati”.
Quest’ultima componente (i rifugiati) insieme a quella dei richiedenti asilo, negli ultimi anni è andata acquistando un peso ed un rilievo crescenti. Tuttavia, se all’origine di questi flussi ci sono crisi politiche, guerre, e disastri, non va dimenticato che, una volta arrivati nei paesi di accoglienza, questi immigrati finiscono per gravare, in un modo o nell’altro, sull’economia.
Non c’è solo la povertà in termini generali alla base della scelta di emigrare, ma una serie di squilibri presenti nel Terzo Mondo, in particolare quello tra popolazione e risorse.
Nelle analisi delle migrazioni internazionali, però, si tende a sottolineare “il ruolo dell’offerta di lavoro e a sottostimare il ruolo della domanda di lavoro, cioè, il bisogno di manodopera dei paesi ricchi. Questa tendenza spiega in parte la politica di chiusura delle frontiere esercitata dai paesi ricchi”. In realtà queste frontiere “sono chiuse solo a metà, nel senso che un nutrito numero di immigrati riesce comunque ad entrare in condizioni di irregolarità. Ciò non avviene per caso: nei paesi sviluppati c’è un crescente assorbimento di lavoratori immigrati, soprattutto in aree occupazionali caratterizzate da salari e condizioni di lavoro modesti”.
Sarebbe auspicabile che il dibattuto politico sulle migrazioni fosse portato a un livello alto e tale restasse anche nella proposta agli elettori puntando più alla testa che alla pancia. Senza fossilizzarsi su irregolarità e clandestinità che rimangono non risolvibili senza una cornice complessiva di legislazione liberante anziché stagnante di passate stagioni.
Perché meravigliarsi allora se davanti all’ennesima brutta vicenda libica dove la Guardia costiera da noi sovvenzionata spara su migranti ricondotti a forza sulla riva e nei luoghi di detenzione illegale sia un gesuita, padre Ripamonti direttore del centro Astalli, a ricordare che in Libia si muore e che in Italia si continua a fare una narrazione strumentale sulla pelle dei più deboli?








