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[L’analisi del vaticanista] Il coraggio della pace di Papa Francesco

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Scomodo, Francesco già lo era perché aveva aperto le porte del palazzo ai poveri, perché fustigava il malcostume clericale, la carità pelosa, l’ipocrisia.

La guerra mette alla prova la credibilità

A proposito di guerra e pace la sua integrità e coerenza cristiana stanno mettendo a dura prova la credibilità della politica e dei media. La guerra in Ucraina sta mettendo a nudo le foglie di fico che coprono i limiti di aggressore e aggrediti, quando questo mantra si rivela vuoto di sostanza.

Non basta dichiararsi aggrediti per giustificare ogni mezzo di difesa né essere gli aggressori per legittimare ogni deriva. La guerra inchioda tutti al dovere di fare i conti con la verità di cui nessuno è padrone. Non basta definire l’avversario per stare dalla parte giusta. Nella guerra sciagurata contro l’Ucraina possiamo tutti misurare la fatica di essere uomini, di cercare la verità umilmente se vogliamo davvero uscire dalla guerra senza cascarci subito dopo in un altro luogo con altri pretesti. Quando scoppia una guerra, la prima necessità è come uscirne insieme, sanando quei mali che l’hanno provocata.

Che fare?

E’ questo l’interrogativo cui nessuno sembra rispondere se non con il proseguire verso le ritorsioni. E’ rompere questo cerchio di morte pare proprio la missione che papa Francesco ha ritagliato per sé, il ruolo che lo tiene fedele al vangelo e quindi all’umano. Le persone vengono prima del potere e degli interessi. E le persone si trovano sui fronti contrapposti del conflitto. Solitamente la prima vittima della guerra è la fraternità, sale la strana febbre di giustizieri e ci si ritrova dei Caino, illusi di riportare la pace con le armi, le stesse che uccidono Abele.

Se ci fossero stati dei dubbi, con l’intervista rilasciata al Corriere della Sera Francesco li ha fugati in via definitiva. Inascoltato dagli inizi, sembrava il grande non allineato, l’imprudente, il temerario che incontrava il nemico. L’unico che non ha rivolto epiteti ingiuriosi nei confronti di Putin, senza approvarne l’operato. Il grande circo mediatico specialmente dei social e televisivo non si è mostrato all’altezza, alimentando passioni piuttosto che razionalità per capire gli eventi. Se Putin aveva preparato con cura l’aggressione, la risposta mediatica ha faticato a trovare equilibrio della verità assediata dalle fake news.

Papa Francesco ha bussato a tutte le porte

L’Europa ha faticato e fatica a ritrovare la sua diversità nel conflitto tra grandi potenze. In qualche modo Francesco ha preso su di sé l’azione moderatrice propria dell’Europa e lo ha fatto senza diventare il chierico di nessun potere secolare. Nella notte della ragione caduta improvvisa sulla culla dell’illuminismo, Francesco ha bussato a tutte le porte per farle riaprire. “Sono pronto a incontrare Putin a Mosca” ricorda al Corriere. Fin dai primi giorni di guerra. Ma il disarmo più difficile, da subito in ogni conflitto è quello dei cuori. Attizzando odio si ricava la spirale crescente di violenza e distruzione. Nel ricercare la pace la politica si è mossa nell’ambiguità, incrementando il circolo delle armi.

Non a caso la cosa più terribile nella sua crudezza che conclude l’intervista del papa al quotidiano di Via Solferino, è la sintesi pessimista: “Per la pace non c’è abbastanza volontà. La guerra è terribile e dobbiamo gridarlo. Per questo ho voluto pubblicare con Solferino un libro che ha come sottotitolo Il coraggio di costruire la pace…Io sono pessimista ma dobbiamo fare ogni gesto possibile perché la guerra si fermi”.  Il dubbio sulla reale volontà di pace di una geopolitica di potenza che incrementa a dismisura l’impiego di armi sostenendo di volere la pace ha accompagnato il papa fin dall’inizio.

Il Regina Coeli del 1° maggio

E questo dubbio lo ha rivelato ai fedeli il primo maggio dopo la recita del Regina coeli: “Mentre si assiste a un macabro regresso di umanità, mi chiedo, insieme a tante persone angosciate, se si stia veramente ricercando la pace; se ci sia la volontà di evitare una continua escalation militare e verbale; se si stia facendo tutto il possibile perché le armi tacciano. Vi prego, non ci si arrenda alla logica della violenza, alla perversa spirale delle armi. Si imbocchi la via del dialogo e della pace!”. 

Con Francesco cadono molti tabù come quello di pensare i preparativi di guerra necessari a garantire la pace. Il vecchio adagio che ha informato le politiche di potenza (se vuoi la pace prepara la guerra) ha trovato in Francesco un critico convinto.

L’intervista al Corriere della Sera

Anche se in forma dubitativa, rispondendo al Corriere sulla fornitura di armi agli ucraini in guerra. “Non so rispondere, sono troppo lontano, all’interrogativo se sia giusto rifornire gli ucraini. La cosa chiara è che in questa terra si stanno provando le armi. Le guerre si fanno per questo: per provare le armi che abbiamo prodotto. Così avvenne nella guerra civile spagnola prima del secondo conflitto mondiale. Il commercio degli armamenti è uno scandalo, pochi lo contrastano”.

Un altro tabù in occidente è la Nato. Francesco a modo suo si mette tra coloro che da molti anni ne propugnano una riforma radicale dal momento che si mostra obsoleta. “Forse – ha detto da candido gesuita – l’abbaiare della Nato alla porta della Russia ha indotto il capo del Cremlino a reagire male e a scatenare il conflitto. Un’ira che non so dire se sia stata provocata, ma facilitata forse sì”.

Serve una politica metodica per ottenere la pace

Mettendo insieme i vari interventi di Francesco sulla guerra in corso in Europa si evidenzia una prospettiva organica di pensiero: occorre che la politica anzitutto si dia metodo e contenuti aggiornati per la pace. I trent’anni seguiti al crollo del Muro di Berlino sono stati sprecati, zeppi di errori. Si pensò – sbagliando – che fosse sufficiente il venir meno di una parte della Guerra fredda per un’era di pace perpetua. Ma l’Occidente non aveva capito che doveva a sua volta riformarsi, trovare un’anima adeguata al futuro nuovo che si spalancava davanti.

Se alla caduta del Muro aveva contribuito la Conferenza di Helsinki del 1975 sulla distensione portando i 35 Stati di sistemi contrapposti a sottoscrivere i grandi principi del diritto e delle libertà, oggi servirebbe una nuova Helsinki, un progetto adeguato ai tempi dal momento che la geopolitica dominante non garantisce pace e sicurezza. “Ho chiesto al cardinale Parolin dopo venti giorni di guerra, – ricorda Francesco – di far arrivare il messaggio che ero disposto ad andare a Mosca. Era necessario che il leader del Cremlino concedesse qualche finestrina. Non abbiamo avuto risposta e stiamo insistendo. Temo che in questo momento non possa e voglia”.  

Il diplomatico Parolin

Davvero un grande diplomatico, dice di Pietro Parolin papa Francesco; nella tradizione di Agostino Casaroli, “sa muoversi in quel mondo, io confido molto in lui e mi affido”. E Parolin ricambia la fiducia del papa. Tesse la tela cercando di convincere la politica mondiale a una diversa partenza: “La pace è nell’interesse dei popoli. Rafforzare la partecipazione agli organismi internazionali e una maggiore capacità di iniziativa europea”. L’appello a “superare le posizioni rigide, altrimenti la guerra continuerà a divorare i figli dell’Ucraina”.

Oggi “c’è bisogno di una nuova Conferenza di Helsinki”. E ripete in gergo diplomatico l’appello etico di Francesco a cambiare strada; parla di uno “schema di pace” da contrapporre allo “schema di guerra”. “Di fronte alla tragedia che vediamo accadere in Ucraina, di fronte alle migliaia di morti, ai civili uccisi, alle città sventrate, ai milioni di profughi – donne, vecchi e bambini – costretti a lasciare le loro case, non possiamo reagire secondo quello che il papa chiama lo schema di guerra”.

Il coraggio della distensione

Ci vuole il coraggio della distensione per sedersi e progettare insieme la pace. La pace insieme garantisce più di ogni pace di parte, fosse anche dei vincitori.  Il papa lancia due idee incredibili: alleanza mondiale delle donne e dei giovani per un mondo di pace. Sul solco della memoria storica di Helsinki, Parolin traduce l’apparente utopia di Francesco in linguaggio diplomatico sonante: “La pace è nell’interesse dei popoli, la sicurezza internazionale è nell’interesse di tutti”.

Occorre pertanto di “rafforzare la partecipazione agli organismi internazionali e anche ritrovare una maggiore capacità di iniziativa europea”. È l’Europa, “l’Europa cristiana”, ad essere infatti colpita dalla “tremenda guerra” in corso in Ucraina: “Non entro nel merito delle decisioni che i vari Paesi hanno preso per l’invio di armi all’Ucraina, che come nazione ha diritto a difendersi dall’invasione subìta”.

Iniziativa forte è il cessate il fuoco

Tuttavia “limitarsi alle armi rappresenta una risposta debole”, chiosa il segretario di Stato. Una risposta forte è, invece, quella che intraprende “iniziative per fare cessare i combattimenti, per arrivare a una soluzione negoziata, per pensare a quale sarà il possibile futuro di convivenza nel nostro Vecchio Continente”. La Comunità internazionale “ha l’obbligo non di far proseguire la guerra ma di attuare ogni possibile iniziativa politico-diplomatica per arrivare a un cessate-il-fuoco e ad una pace giusta”. Giusta e, soprattutto, “duratura” che “non può essere affidata soltanto alle deliberazioni dell’aggressore e dell’aggredito”.

“Abbiamo il dovere di fare di più per la pace” superando lo spirito “cainista” che impedisce di operare insieme nella fraternità. Sarà un caso, o forse un piccolo lume diverso dalla logica muscolare del ribattere colpo su colpo, acceso negli stessi giorni anche dal capo dello Stato italiano. Sergio Mattarella ha richiamato l’Europa a ricordare Helsinki, ossia la capacità e la voglia di fare insieme la pace. Se non prevale questa volontà è inutile illudersi: saranno le armi a decidere  cosa ne resterà dell’Europa. “Abbiamo continuato a costruire un mondo fondato sulle alleanze militari e sulle colonizzazioni economiche”, annota ancora il segretario di Stato, mentre è necessario “costruire un nuovo sistema di relazioni internazionali, non più basato sulla deterrenza e sulla forza militare” per evitare di “correre verso il baratro della guerra totale”.

La logica di La Pira: solo la pace è inevitabile

La logica è quella di Giorgio La Pira: “Non guerra inevitabile, ma pace inevitabile”. Occorre mettere subito fine alla dialettica di ritorsione, un avvitarsi crescente di sanzioni fino all’inevitabile conflitto totale. “Questa guerra – osserva ancora Parolin – forse nessuno pensava che sarebbe scoppiata, che si sarebbe trovato qualche escamotage. Ma ho l’impressione che sia stata la conseguenza ovvia di un processo degli ultimi decenni. La Santa Sede ha parlato di erosione del multilateralismo: si vedeva che le nazioni e i responsabili non credevano più in una soluzione comune dei problemi. Era logico che si sarebbe andati verso questa conclusione e si andrà di più se non si metterà fine a questa tendenza”. Per mettere punto a questa tendenza, ci vuole coraggio. Tornando allo spirito di Helsinki.

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