[Intervista esclusiva] Emanuela Claudia Del Re (vice ministro degli Affari Esteri): «Non bisogna aver paura della parola inclusione. Occorre una strategia globale anti-Covid per sostenere i Paesi più fragili come quelli africani»

Una politica estera di Cooperazione allo Sviluppo innovativa che riesca a contagiare di più giustizia e umanità tutta la politica italiana.

Rimane un obiettivo strategico della sociologa Emanuela Claudia Del Re, vice ministro degli Affari Esteri, assorbita nella tessitura di una strategia dell’attenzione e della sinergia con il Terzo Settore, per quanto attiene segnatamente la Cooperazione allo Sviluppo.

L’esperienza terribile del Covid-19 vissuta dall’Italia ha reso evidente l’importanza della solidarietà come lievito della politica in ascolto del volontariato e del Terzo Settore, considerati finora marginali e di complemento.

La vice ministro che ha maturato le sue competenze in lunghe ricerche scientifiche in diverse aree del mondo, tra i pochissimi oggetti personali ha esposto nel suo ufficio alla Farnesina due immagini emblematiche: un quadro dai vivaci colori africani dell’angolano Jacaranda Kabongo e un raro manifesto originale della campagna di Mandela per le prime elezioni multirazziali alle presidenziali del 1994.

Emanuela Del Re fece parte, infatti, del gruppo di osservatori internazionali a quella storica investitura elettorale di un uomo simbolo di raccordo e di pace.

Per questo trova del tutto naturale spendersi ora in un dialogo a tutto campo nel Governo, nel Parlamento e nel diffuso ambito di servizio sociale reso dalle ONG per aprire una stagione nuova e promettente di collaborazione della politica liberata dalla paura del diverso e convergente con il Terzo Settore sul primato delle persone e della loro dignità. Su questi orizzonti è stata intervistata da Riparte l’Italia.

Che differenza trova nell’occuparsi di cooperazione e sviluppo prima e dopo il Covid 19 dallo stesso punto di responsabilità governativa ma in maggioranze diverse?

“Il Covid 19 ha comportato un cambiamento veramente epocale, soprattutto nel far riflettere sulla necessità di superare il senso di immanenza che il modello di vita occidentale ha imposto negli ultimi decenni. Intendo dire che ci si è trovati di fronte alla necessità di pensare con una prospettiva di lungo corso, di elaborare strategie veramente trasformative, che costruiscano un futuro realmente sostenibile”.

“Le dolorosissime morti di tanti in Italia e nel mondo, il lockdown con le sue conseguenze devastanti sul piano socio-economico, ci hanno fatto comprendere che è il momento di lavorare insieme concretamente, di superare barriere ideologiche e di essere realmente inclusivi”.

“E così la Commissione Europea ha varato il Team Europe con un focus speciale sui paesi Africani, finalmente chiamati “partner” e non solo beneficiari del nostro aiuto”.

“Ecco che ci rendiamo conto che è nostro interesse aiutare noi stessi ma anche gli altri, perché siamo interconnessi e interdipendenti, ormai è ovvio, e quello che accade altrove ha un effetto anche su di noi”.

“Ecco che nella narrativa i termini “globale”, “cooperazione”, “equità”, “coerenza”, diventano i concetti cardine delle politiche nazionali e internazionali. L’Italia ha ispirato questa nuova visione e ne vado fiera”.

“Io stessa, nel mio ruolo, ho cercato e cerco costantemente di promuovere un approccio olistico alla pandemia, che ci porti a vedere i problemi, ma anche le risorse del mondo nell’ottica dello sviluppo in senso lato”.

“Nella Cooperazione allo Sviluppo sto portando avanti insieme a tutti gli attori coinvolti – istituzionali, della società civile, del privato – un ri-orientamento dei progetti che non snaturi il senso delle attività di cooperazione ma che le renda più coerenti con le esigenze attuali nel mondo, in particolare nella sanità intesa come summa di situazioni socio-economiche complesse soprattutto in paesi fragili, con l’ambizione di dare risposte strutturali, non emergenziali”.

“Per l’Italia il Covid 19 in qualche modo rappresenta anche uno spartiacque tra un prima e un dopo, in questa legislatura”.

Lei ritiene che sia più urgente e proficuo per l’Italia cambiare le attese delle ONG e della cooperazione internazionale verso la politica o cambiare l’intelligenza e l’attenzione della politica nei confronti della cooperazione internazionale?

“Per prima cosa bisognerebbe dare più spazio alle tematiche connesse alla Cooperazione allo Sviluppo, al Terzo Settore, alle ONG, perché davvero l’immagine che viene proiettata di questo mondo dinamicissimo e creativo è sfocata e a volte svilisce il senso di un’azione estremamente significativa che peraltro, come dico sempre, costituisce il braccio operativo più importante della politica estera italiana”.

“La Cooperazione allo Sviluppo è un esempio rimarchevole del tessuto valoriale del nostro paese, perché è nel nostro DNA, e lo dimostra il fatto che nel sistema cooperazione vi sono tutti gli attori: dalle università agli enti locali, dalle ONG, ai ministeri (MEF, Interni ed Esteri i principali), dalle regioni all’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo, alle amministrazioni centrali”.

“Questo vuol dire che si tratta di una vera e propria weltanshauung condivisa in Italia, radicata nella società, che fa parte di una consapevolezza profonda del ruolo e della posizione che l’Italia può, deve e vuole avere nel mondo. Per questo non credo che sia opportuno chiedere alle ONG della Cooperazione Italiana che cambino le loro attese verso la politica, perché è proprio da quelle attese che la politica trae ispirazione ed energia dinamica”.

“Di certo il dialogo politico è fatto di negoziati per stare al passo con i tempi – mai come in questo momento ne siamo consapevoli –, ma è quello stesso dialogo che garantisce che l’attenzione sia costante e si lavori per dare risposte adeguate”.

“In questo periodo, infatti, ho tenuto rapporti continui con le ONG e con tutto il sistema della Cooperazione, che sta lavorando in squadra, per il bene del nostro Paese e del mondo. Non è retorica: è nel nostro interesse favorire un mondo equo, perché questo garantisce la nostra stessa stabilità, il nostro benessere”.

“Le disuguaglianze portano instabilità anche da noi. Per quanto riguarda il cambiare l’intelligenza o l’attenzione della politica nei confronti della Cooperazione, posso dire che nonostante critiche – contenute e per lo più strumentali – di alcune forze politiche, vi è una consapevolezza diffusa dell’importanza della Cooperazione allo Sviluppo”.

“Una consapevolezza non solo italiana ma anche Europea. Partecipando ai Consigli dei Ministri europei dello Sviluppo, ho notato che anche i Paesi più riluttanti e chiusi in se stessi di fronte alla necessità di dare risposta alla strategia globale anti-Covid 19 sostenendo i Paesi fragili hanno accettato di partecipare, nello spirito del Team Europe”.

“Stiamo costruendo un equilibrio politico che si basa sull’inclusione, e anche chi si spaventa di fronte a questa parola dovrà accettarla, perché non si torna indietro: il mondo è uno e tutto è collegato”.

Ascoltare la voce del Terzo Settore significa da parte politica elargire qualche favore ai volontari e al volontariato o cambiare l’attenzione alla solidarietà portandola al centro della progettualità politica ed economica del Paese?

“In Italia ci sono circa sei milioni di volontari, di cui quattro impegnati in organizzazioni strutturate. Ci sono grandi tradizioni filantropiche, intere zone che intrattengono rapporti con Paesi in via di sviluppo da decenni o che lavorano sul territorio italiano. Non si può in alcun modo parlare di elargizione di favori a un settore che rispecchia una società che rivolge lo sguardo verso l’altro come espressione naturale della sua stessa etica”.

“Siamo una società di diritti, non di favori. In questo momento il Terzo Settore si è espresso presentando istanze che riguardano l’emergenza creata dalla pandemia e la necessità di una riforma”.

“Il governo sta varando la riforma che riguarda il complesso di norme che ha ri-disciplinato il no profit e l’impresa sociale, e dà la massima attenzione al settore, con cui intrattiene un costante dialogo franco e aperto”.

Perché a suo avviso questioni come le politiche migratorie che riguardano l’adempimento degli articoli fondativi della Costituzione italiana sono diventati, invece, un motivo di divisione e contrasto profondo tra gli italiani?

“Da sempre la creazione di un “nemico” comune è stata usata come elemento rafforzativo della propria posizione da parte di forze partitiche soprattutto per scopi elettorali. Dovremmo entrare in un’analisi sociologica molto complessa che ci rimanda addirittura alla scuola di Chicago, che studiava lo straniero negli USA a partire dalle relazioni diverse che si instaurano tra i membri di una comunità e lo straniero – ad esempio nello studio di Margaret Mary Wood del 1934 – così come la condizione di marginalità dello straniero sospeso tra due mondi, senza poter contare sui valori di riferimento, che Robert Park ha studiato a fondo nello stesso periodo”.

“Oggi gli studi si concentrano su un concetto post-moderno che definisce la nostra epoca come caratterizzata da un senso di instabilità soprattutto nei contesti urbani. Come si inserisce lo straniero in questi contesti? Bauman ci ha condizionato con la sua “società dell’incertezza”, ma ci ha portato anche a capire che lo straniero, il migrante, è soggetto – per dirla con Touraine – non oggetto. Resta il fatto che l’inserimento di un migrante  in un ordine costituito è temuto perché non si possono prevedere le conseguenze di tale inserimento. Ma la situazione nel mondo globalizzato è completamente diversa, perché il fenomeno è conosciuto, controllato, e anche quando si tratta di arrivi in Italia di migrazioni illegali, vi sono protocolli e procedure già stabilite”.

“Di certo bisogna combattere i trafficanti di esseri umani, mettere fine alle tragiche morti di migranti in mare o nei deserti. Queste sono argomentazioni validissime, sulle quali la politica deve impegnarsi al massimo. Ma quando si portano come argomentazioni razziste ingiustificate, sulla base di visioni assurde come “invasioni” o altro, allora l’unica interpretazione è che ci si trovi di fronte a una mancanza di informazione, o a informazione distorta che oggi con i canali social – che trovo comunque straordinari – può portare alcune persone a fruire soltanto di una visione molto parziale delle cose perché seleziona solo quello che conferma i propri timori”.

“Se si allargasse il campo al fatto che le diaspore in Italia sono ben inserite, che producono PIL, che abbiamo circa 450mila imprese straniere in Italia che contribuiscono al nostro sviluppo, certamente non si arriverebbe alla strumentalizzazione delle migrazioni. Se pensiamo a quante comunità diasporiche in Italia hanno fatto donazioni a ospedali e amministrazioni pubbliche durante la pandemia, ci rendiamo conto che il Paese è diverso da come alcuni lo descrivono. Dovremmo aiutare di più quella parte dell’opinione pubblica che non può o non riesce ad avere informazioni corrette a farsi un patrimonio di conoscenze per sviluppare un’immagine più realistica. Valorizzare la scuola, che è un luogo aperto e democratico in cui si ritrovano insieme bambini e ragazzi di tutte le provenienze”.

“Non possiamo però ignorare le istanze di comunità disorientate che, in una fase di grande incertezza anche identitaria nel nostro Paese, manifestano paure nei confronti del migrante, del diverso. Sono convinta che questi sentimenti siano transitori e circostanziati, e che una popolazione come quella italiana che ha per prima costruito politiche sociali inclusive straordinarie per tutti nei secoli e le ha insegnate al mondo, non cadrà nelle trappole concettuali basate sulla paura, perché la ragione, di cui la Costituzione è l’esempio più alto, prevale sempre negli italiani”.

Lei che svolge un ruolo importante nel Governo a motivo della sua competenza e non si dimentica tuttavia della “compassione” che nobilita la politica, spera ancora che le forze politiche sapranno ascoltare di nuovo la domanda di dignità che sale dalla gente piuttosto che la tentazione spartitoria di potere e interessi di parte?

“Questa domanda mi riporta a Seneca, e alle sue profonde riflessioni sul rapporto tra morale e politica. Tengo sempre sul comodino le “Lettere a Lucilio” di Seneca, ma è nel De Ira e nel De Clementia che si trovano gli spunti più significativi per rispondere alla questione fondamentale di come il politico possa resistere alle tipiche patologie – clientelismo, vendetta, ira e altro – non cadendo nella trappola delle passioni e mantenendo la lucidità che impone il ruolo. Cito Seneca perché è bene avere sempre a disposizione alcuni specchi letterari, filosofici e storici che ci permettano di guardarci dentro così come siamo oggi”.

“Il politico, donna o uomo, deve avere autocontrollo, deve sapersi dominare e il potere è legittimo solo se esercitato nel rispetto dei valori costituzionali. Deve avere una coscienza morale. Credo che la politica debba essere espressione di umanità e giustizia”.

“Mi spiace che l’esercizio della politica venga svilito agli occhi dell’opinione pubblica. Avendo lavorato sul campo in zone di conflitto per tanti anni, dai Paesi dell’Unione Sovietica ai Balcani, al Medio Oriente, a molti Paesi dell’Africa, posso dire che vedere la democrazia in atto è veramente meraviglioso. Penso che peraltro vi sia stata un’evoluzione importante nella nostra società negli ultimi anni, perché sono emersi nuovi modi di intendere la politica, nuovi linguaggi, movimenti che hanno promosso un’interpretazione “comunitaria” della politica che ha riavvicinato molta parte della nostra opinione pubblica all’attivismo, al desiderio di partecipare alla Res Publica anche nelle nuove forme comunicative che la tecnologia offre oggi”.

“Ad esempio, il modello proposto dal Movimento 5 Stelle ha questa ambizione di riconoscere la dignità di ognuno, e credo che abbia portato a una riflessione su questo principio fondamentale in chiave contemporanea anche le altre forze politiche. Parlare di interesse ha un senso diverso dal passato, soprattutto a seguito della pandemia: oggi implicitamente interesse include “comune”, e non è cosa da poco”.

“Credo che la pandemia, con i suoi eroi del quotidiano, con l’appello alla responsabilità di tutti – perché ogni cittadina e cittadino ha dovuto impegnarsi per sconfiggerla – ci aiuterà a costruire una società ancora più inclusiva, condivisa, globale per i nostri figli, che ci chiederanno che mondo gli consegniamo, e spero che saremo in grado di guardarli negli occhi a testa alta”.

Iscriviti alla Newsletter

Ricevi gli ultimi articoli di Riparte l’Italia via email. Puoi cancellarti in qualsiasi momento.

Questo sito utilizza i cookie per migliorare l'esperienza utente.