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Debito pubblico: ecco perché la fiducia degli stranieri costa cara | L’intervento di Guido Salerno Aletta

Piatto ricco: gli alti tassi di interesse che vengono pagati dal debito pubblico italiano fanno gola ai mercati.

C’è stata ressa infatti all’asta bandita nei giorni scorsi dal Tesoro per piazzare i Btp: di titoli a 7 sette anni ne ha collocati per 10 miliardi di euro a fronte di una richiesta di 73 miliardi; per il trentennale gli investitori erano pronti a sottoscrivere titoli per addirittura 82 miliardi a fronte di una offerta di soli 5 miliardi di euro.

All’emissione il rendimento annuo lordo del settennale è stato del 3,548% mentre quello del trentennale è arrivato al 4,515%.

Facendo un confronto, in questi giorni i Bund tedeschi a 7 anni rendono sul mercato soltanto il 2,135% mentre i trentennali arrivano al 2,428%: sono bei soldi in più che Roma paga rispetto a Berlino.

Il mercato obbligazionario si sta ben rimpannucciando un po’ dovunque rispetto ai tassi a zero registrati negli anni passati per via della politica monetaria accomodante delle banche centrali: il costo medio all’emissione dei titoli di Stato italiani è passato dallo 0,1% del 2021 all’1,71% del 2022 e al 3,76% del 2023, superando così anche il 3,61% a cui era schizzato al culmine della crisi del debito che era stata registrata nel 2011.

Un tasso così alto faceva paura, ma ora lo paghiamo con disinvoltura: la stretta monetaria delle banche centrali rende tutto ovvio.

La domanda degli investitori stranieri, pur consistente a testimonianza della fiducia riposta nel debito pubblico italiano, è comunque assai lontana dai livelli toccati anche di recente, in termini sia di stock di titoli detenuti che di percentuale sul debito complessivo.

A settembre scorso infatti su un debito lordo totale di 2.844 miliardi di euro le detenzioni dei non residenti erano 763 miliardi, pari al 26,8%.

Due anni e mezzo fa – agosto 2021 – su un totale di 2.737 miliardi di euro debito pubblico lordo erano state di ben 836 miliardi, pari al 30,4%.

E ancora: a febbraio del 2020, alla vigilia dell’attivazione del Pepp da parte della Banca Centrale Europea al fine di contrastare gli effetti del Covid, su un totale di 2.447 miliardi di euro di debito pubblico lordo le detenzioni dei non residenti erano state 796 miliardi, pari a una quota del 32,5%.

D’altra parte, anche in coincidenza con la crisi del governo Berlusconi, nel novembre del 2011, quando il debito pubblico lordo era di “soli” 1.980 miliardi di euro, una somma inferiore di ben 864 miliardi rispetto al livello raggiunto a settembre scorso, le detenzioni dei non residenti erano di 697 miliardi, pari al 35,2%.

Siamo dunque davvero lontanissimi dal livello di dipendenza dagli investitori esteri che aveva caratterizzato il primo decennio di questo secolo, culminata nell’ottobre del 2009 con la detenzione di 777 miliardi di euro in titoli pubblici italiani, quando la detenzione dei non residenti arrivò alla percentuale più alta mai registrata: 41,3%.

A settembre scorso, mentre in termini di stock le detenzioni dei non residenti erano sostanzialmente analoghe a quelle di allora, con i citati 763 miliardi, la quota percentuale era assai più esigua, essendo scesa al 26,8% (-14,5%).

C’è un ulteriore aspetto da considerare: l’impatto negativo sul saldo della bilancia dei pagamenti correnti e in particolare su quello dei redditi primari in cui vengono computati i pagamenti per gli interessi sulle obbligazioni detenute dagli investitori stranieri.

L’aumento del tasso di interesse agisce da leva: a parità di stock di debito detenuto, gli esborsi lievitano considerevolmente.

In un momento in cui il commercio internazionale non tira e i costi delle importazioni sono in tensione, il saldo dei redditi primari diviene critico.

La Banca d’Italia ha rilevato in proposito che nei dodici mesi terminanti a ottobre 2023 il conto corrente è tornato in surplus, risultando pari a 2,5 miliardi di euro (0,1% del prodotto interno lordo) mentre nei dodici mesi precedenti era stato in deficit per 27,7 miliardi di euro.

Questo miglioramento è stato determinato dal saldo delle merci, che è tornato in attivo per 33,6 miliardi rispetto al passivo di 18,8 miliardi del periodo precedente, e dalla lieve riduzione del deficit dei redditi secondari (-17,7 miliardi rispetto a -19,8), mentre è significativamente diminuito il surplus dei redditi primari (appena +0,2 miliardi rispetto a +20,7 miliardi di euro) ed è peggiorato il deficit dei servizi (arrivato a -13,6 miliardi di euro dai precedenti -9,8).

Sulla base della Nadef presentata dal governo a settembre scorso, il peso degli interessi passivi sul debito pubblico italiano passerà dal 3,8% del pil del 2023 al 4,2% di quest’anno, al 4,3% del 2025 per arrivare al 4,6% nel 2026.

A legislazione vigente, si tratta di 78 miliardi di euro nel 2023, di 89 miliardi quest’anno, di 94 miliardi nel 2025 e di 104 miliardi nel 2026: in totale sono 280 miliardi di euro tondi tondi.

Ipotizzando che i non residenti detengano una quota del 25% di tutte le emissioni del debito pubblico, in quattro anni il pagamento per interessi a loro favore ammonterebbe a oltre 91 miliardi di euro, un po’ meno della metà dei 222 miliardi di investimenti del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.

La fiducia degli investitori esteri ci onora sempre, ma costa davvero cara.

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