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Cassa integrazione, prestiti, reddito di emergenza e sanatoria: Ecco tutti i flop della ripartenza

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Gli allarmi si moltiplicano, si incrociano, si accumulano.

La sanatoria per gli immigrati? Un flop: poche migliaia di domande contro le 200 mila attese. Il reddito di emergenza, 1 miliardo di euro stanziati per 850 mila famiglie prive di altri sussidi? Le domande arrivate finora sono solo 244 mila e il 30 giugno lo sportello chiude. La cassa integrazione? La scelta di usare gli strumenti normali per una situazione eccezionale non ha funzionato, creando vuoti e ritardi: ci sono assegni che non sono ancora arrivati e altri che stanno finendo troppo presto.

I prestiti alle imprese? Un labirinto, che i tentativi di semplificare hanno ulteriormente aggrovigliato, in un crescendo fantozziano: arriva il decreto che semplifica le procedure, l’Assobancaria fa una circolare interpretativa, il giorno dopo il Fondo per le piccole e medie imprese, che gestisce i soldi, ne fa una propria, che però è interlocutoria, perché annuncia una nuova circolare a giorni. L’indomani esce una nuova circolare dell’Abi che spiega la circolare del Fondo del giorno prima.

Un bollettino deprimente, che fotografa situazioni diverse e in continua evoluzione (quante altre circolari Abi?), ognuna con la propria dinamica e, spesso, la propria giustificazione, ma che, tutte insieme, danno l’impressione che gli sforzi, spesso frenetici, del governo per tamponare la crisi si fermino poco più in là dei cassetti di Palazzo Chigi e delle bollinature della Ragioneria generale del Tesoro. Con il risultato di azzoppare una manovra di emergenza che, forse, già in partenza non era all’altezza della crisi.

A occhio, gli economisti calcolano che, in questo frangente, le misure di stimolo all’economia dovrebbero equivalere all’impatto che la crisi ha sul Pil. Nel caso italiano, le previsioni che il crollo dell’economia nel 2020 si fermi all’8 per cento sembrano sempre più ottimistiche, ci sia o no una seconda ondata di epidemia. L’Ocse stima che si andrà sotto di più dell’11 per cento, gli analisti Unicredit valutano il 13 per cento.

A fronte di questo affondare, il disavanzo aggiuntivo creato dalla manovra di governo e Parlamento è pari al 4,2 per cento del Pil, quasi solo un terzo di quello che, forse, sarebbe necessario. Il conto lo fa un rapporto di Oxford Economics che fotografa la situazione al 21 maggio. Anche se il disavanzo nelle prossime settimane venisse aumentato, come dicono le indiscrezioni, di altri 10 miliardi di euro, non si arriverebbe al 5 per cento.

Poco? In realtà, nel confronto con gli altri paesi europei, non è affatto poco. Secondo la classifica di Oxford Economics, lo stimolo aggiuntivo post-Covid messo in campo dalla Francia arriva solo all’1,7 per cento del Pil, quello spagnolo al 2,5 e anche quello tedesco si fermava al 3,9 per cento. Dopo il 21 maggio, tuttavia, Berlino ha rilanciato con un altro maxipiano da 130 miliardi di euro, equivalente ad un 3 per cento del Pil.

Lo stimolo totale iniettato da Angela Merkel e Olaf Scholz è dunque pari al 6,9 per cento del Pil. Non solo più alto di quello italiano, ma anche più adeguato all’impatto del virus: l’economia tedesca si ridurrà quest’anno in misura pari al 6,5 per cento del Pil e non oltre il 10 per cento, come l’Italia. Lo stimolo di Berlino, insomma, è all’altezza della sfida, quello italiano ancora no.

Ma il bollettino dei flop ci dice che l’entità dei fondi stanziati è solo il primo tempo della partita. Ed è il secondo tempo – quello dell’attuazione delle misure – la fase più importante e dove il confronto è più bruciante. Nel caso delle garanzie sui debiti delle imprese con le banche, ad esempio, l’Italia ha fatto più della Germania. I tedeschi hanno messo a disposizione delle aziende garanzie per un volume di prestiti pari al 31 per cento del Pil tedesco.

Le analoghe misure italiane equivalgono (con i 750 miliardi di euro messi a disposizione con i primi due decreti anti-crisi) al 42 per cento del Pil. Forse, dicono gli analisti di Oxford Economics, addirittura troppo: i 750 miliardi di euro di nuovi prestiti potenziali, che il governo è pronto a sussidiare, risultano, infatti, secondo i dati della Banca d’Italia, perfino di più del totale di debiti che, fino al virus, le aziende non finanziarie (banche e assicurazioni escluse, quindi) avevano contratto con il sistema bancario.

Conta poco, però, se sono soldi per ora solo virtuali. Al 27 maggio, dice Oxford Economics, la Sace (dove arrivano le richieste di garanzia delle aziende più grandi) aveva ricevuto domande per garantire prestiti per 36 miliardi di euro. Autorizzati, alla stessa data: solo 200 milioni. Intanto, in Germania, alla stessa data la Kfw – che sta facendo lo stesso lavoro della Sace – aveva già autorizzato crediti per 47 miliardi di euro.

La crisi, dicono le simulazioni compiute in questi giorni, può bruciare fino ad un milione e mezzo di posti di lavoro, quasi il 10 per cento dei lavoratori dipendenti oggi occupati. I prestiti alle aziende sono vitali per evitare che questo avvenga: la liquidità garantita dallo Stato serve infatti ad evitare che chiudano i battenti, licenziando i dipendenti. Ma, all’altro capo della catena, la cassa integrazione serve a mantenere i redditi di quei dipendenti che, al momento, l’azienda non è in grado di pagare e anche a conservare il ritmo dei consumi.

Anche qui, però, emergono i ritardi italiani. Il Kurzarbeit, l’analogo tedesco della Cig italiana, mostra che a marzo, quando l’epidemia si stava diffondendo, insieme alle quarantene, in Germania il sussidio ai lavoratori era in aumento. In Italia, dove pure l’epidemia era scoppiata prima, le ore integrate dall’Inps a marzo sono meno di quelle di febbraio. In altre parole, mentre il virus si estendeva, la cassa integrazione si restringeva. Ad aprile, l’Italia ha riequilibrato la situazione Cig rispetto alla Germania. Ma solo in chiave di ore autorizzate dall’Inps. Che non significa effettiva erogazione del sussidio e soldi in tasca ai lavoratori. Nel bollettino dei flop, la ruggine sui meccanismi della cassa integrazione è il più drammatico.

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