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Maria Chiara Carrozza (presidente Cnr): «Ricerca: con i fondi Pnrr dobbiamo puntare al 10»

La ricerca italiana? Oggi «ha preso 8 e dobbiamo lavorare perché con i fondi del Pnrr arrivi a 10». A sostenerlo è l’ex ministra di Università, Istruzione e Ricerca, oggi presidente del Cnr, Maria Chiara Carrozza, a margine della presentazione della “Relazione sulla ricerca e l’innovazione”, un’analisi sullo stato della ricerca pubblica e privata italiana. «Per quanto riguarda i Programmi Quadro europei, l’Italia contribuisce al bilancio per la ricerca comunitaria con il 12,5 per cento» si legge nel documento «ma i finanziamenti che ritornano sono pari a solo l’8,7 per cento».

«Ciò è dovuto in parte al fatto che i ricercatori in Italia sono un numero più esiguo rispetto ai partner, con circa 6 su mille unità di forza lavoro, a fronte di oltre 10 in Francia e Germania. Solo lo 0,5 per cento della popolazione in età lavorativa ha inoltre raggiunto il dottorato di ricerca, a fronte dell’1,2 per cento che si conta nelle altre nazioni dell’Unione Europea».

Complessivamente, riportano gli esperti, le risorse destinante alla ricerca e sviluppo previste nel PNRR ammontano a circa 17 miliardi di euro, circa il 7,5 per cento complessivo delle risorse totali. La maggior parte si concentrano su ricerca applicata e sviluppo sperimentale (circa 10 miliardi), ricerca di base (4 miliardi), azioni trasversali e di supporto (1,88 miliardi) e trasferimento tecnologico (380 milioni).

In uno dei punti della relazione, si legge che «il tasso di occupazione dei dottori di ricerca è pari al 93,5 per cento, ma meno della metà ritiene di sfruttare pienamente le conoscenze acquisite nel mercato del lavoro. La quota che trova impiego nel settore privato è inferiore al 10 per cento nell’Industria e dell’8 per cento nelle attività professionali, scientifiche e tecniche. In Italia si trovano raramente dottori di ricerca nel settore industriale».

«Per aumentare lo sbocco professionale dei dottori di ricerca nell’industria è stata introdotta una nuova tipologia, il Dottorato Industriale, guidato da tutor aziendali e accademici allo scopo di svolgere parte del percorso in azienda». Per promuovere il Dottorato Industriale, Confindustria e CNR hanno elaborato progetti per borse in cui ricerca e impresa siano protagonisti del processo finalizzato alle esigenze delle imprese. I primi esperimenti, secondo la relazione, sembrano fornire segnali incoraggianti. Per quanto riguarda le contraddizioni di genere, gli esperti riferiscono che «la quota di donne è cresciuta e rappresenta più della metà dei dottori di ricerca».

«Si riscontra tuttavia una polarizzazione, gli uomini coprono il 60 per cento dei posti nelle STEM (Science, Technology, Engineering and Mathematics) e le donne il 58 per cento nelle altre materie. Si riscontra inoltre un gap salariale pari a circa 312 euro mensili in Italia e 209 all’estero, che esplode nelle scienze mediche, dove gli uomini, dopo 4-6 anni dal conseguimento del titolo, guadagnano addirittura 704 euro in più delle donne. Una parte considerevole di studenti italiani svolge il dottorato all’estero».

«Per quanto riguarda, infine, la produzione scientifica, si conferma una comunità accademica e della ricerca che risponde alle incertezze istituzionali generando una quantità di pubblicazioni scientifiche (censite dal World of Science) significativa come quota sul totale mondiale, quasi il 5% nonostante il progressivo aumento di quelle provenienti dalla Cina, e con un impatto in aumento. La produzione di brevetti continua ad essere al di sotto di paesi come Germania e Francia (4.600 brevetti italiani depositati all’Ufficio Europeo del Brevetto nel 2020, contro i 25.954 della Germania e i 10.554 della Francia), anche se il rapporto di quelli depositati ogni 100 mila abitanti mostra un miglioramento».

«Anche guardando i dati della Relazione» ha commentato il ministro Messa «si conferma che, come mondo della ricerca, dobbiamo superare alcune vecchie logiche. Tra queste, l’antitesi fra ricerca di base e applicata: la ricerca deve essere di qualità e finanziata in quanto tale, sia quella guidata da curiosità che quella applicativa, che devono coesistere senza contrapposizioni o trasformarsi l’una nell’altra».

«Dobbiamo inoltre superare il preconcetto della separazione fra ricerca pubblica e privata, che allontana le imprese con cui gli enti di ricerca hanno sempre attivato collaborazioni, mentre le università hanno conosciuto delle fasi diverse, un gap che va recuperato. L’avere stimolato grandi filiere attraverso i bandi è proprio una risposta in tal senso, senza immettere nuove fondazioni o istituzioni di ricerca, ma facendo rete con quanto di buono c’è già. Dobbiamo capire che se come mondo della ricerca vinciamo questa sfida diventiamo fondamentali per il paese, perché creiamo spin-off, start up, proof of concept, lavoro, opportunità per i giovani. È questa è la vera sfida che abbiamo davanti».

«Il PNRR» conferma Carrozza «costituisca un’unica e probabilmente irripetibile occasione: per instaurare il circolo virtuoso tra ricerca e innovazione e sviluppo economico e sociale del paese; per avviare numerosi progetti di sviluppo scientifico e tecnologico e nuove collaborazioni tra mondo accademico, amministrazione pubblica, enti locali e industria; per una collaborazione tra settore pubblico e privato diretta verso la soluzione delle grandi sfide della società. Tali condizioni devono essere mantenute assicurando adeguate risorse ordinarie anche quando le risorse straordinarie del PNRR avranno esaurito il proprio compito».

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