È opinione largamente condivisa che negli anni Trenta del secolo scorso, politiche a base di dazi e contro dazi e svalutazioni competitive ebbero l’effetto di trasformare il crollo di Wall Street del 1929 in una recessione globale, con le conseguenze drammatiche che conosciamo.
In un saggio del 1937 Joan Robinson definì queste politiche “beggar thy neighbour” e, nel dopoguerra, l’obiettivo di evitarle ispirò la creazione del sistema di Bretton Woods, in cui dazi e svalutazioni non erano proibiti, ma dovevano avere una buona ragione.
Bretton Woods fu abbandonato nel 1971, ma non venne meno l’idea che ognuno dovesse mettere ordine in casa propria prima di mettere in atto politiche potenzialmente dannose per altri.
Era questa la finalità principale della cooperazione finanziaria internazionale e dei vertici che si tenevano in vari formati (G7, G10, G20, FMI, Banca dei Regolamenti Internazionali ecc.).
Oggi il Fondo Monetario lancia allarmi sugli squilibri macroeconomici globali (principalmente l’enorme deficit esterno degli USA e l’enorme surplus della Cina), ma nessuno ascolta, perché la furia iconoclasta di Trump ha gettato alle ortiche il multilateralismo e ha anzi sdoganato la brillante idea che con i dazi si può far pagare agli altri paesi il proprio deficit di bilancio pubblico: forse per la prima volta, un “beggar thy neighbour” conclamato.
Per fortuna, la maggior parte degli altri paesi, a cominciare dall’Europa, non ha risposto con contro dazi e, per fortuna, la Corte suprema ha bocciato l’assurdità dei cosiddetti dazi reciproci di Trump.
Ma la storia non finisce qui.
Trump è alla ricerca di nuovi modi per far danni e tutti i paesi sono alla ricerca di sbocchi di mercato alternativi agli Stati Uniti.
Il che significa che, ad esempio, in Europa le imprese strillano, a buon diritto, perché non riescono più a reggere la concorrenza cinese.
Per ora è andata ragionevolmente bene, ma la vicenda è solo agli inizi.








