Putin e Trump non cercano la pace: cercano di non perdere le loro guerre.
Entrambi respingono compromessi, segno che la prosecuzione dei conflitti è diventata parte della loro sopravvivenza politica ed economica.
Sul fronte iraniano, Teheran offre sette giorni di apertura dello Stretto di Hormuz e negoziati separati sul nucleare.
Trump rifiuta: teme di indebolire la pressione strategica sul petrolio.
Secondo il Wall Street Journal, valuta di riprendere i bombardamenti dopo le elezioni di midterm di novembre, anche se fonti Usa confermano che i canali con l’Iran restano aperti.
Sul fronte ucraino, Putin respinge la road map americana — tregua energetica, corridoio del grano, incontri trilaterali — nonostante Trump e Zelensky abbiano dato il via libera e indicato Abu Dhabi come sede del vertice.
Il Cremlino accusa Kiev di aver colpito Mosca e attaccato i seggi, dice di non voler aggredire l’Europa, ma rivendica la difesa dei russofoni nei Baltici.
Zelensky è netto: «Segnali che Putin voglia fermare la guerra non ne vediamo».
La logica è comune: per Trump la crisi iraniana è leva sul petrolio e sulla politica interna; per Putin la guerra in Ucraina è un pilastro del suo sistema di potere.
In entrambi i casi, la pace indebolirebbe la narrativa di forza.
Nessun cambiamento all’orizzonte: le parti non vogliono cedere e non possono farlo.
La road map resta sospesa, la risposta russa non arriva, l’Europa incide poco.
Le midterm americane sono l’unico fattore esterno che potrebbe modificare la postura di Washington.
Fino ad allora, un percorso credibile verso la pace è improbabile.
Finché Trump e Putin considereranno le loro guerre indispensabili alla loro sopravvivenza politica, la pace resterà remota.
L’Occidente osserva, ma non incide: la variabile decisiva è interna ai due presidenti.








