L’economia dell’Eurozona ha incassato lo shock energetico senza piegarsi.
I prezzi dell’energia sono tornati a correre, l’inflazione ha ripreso quota, i tassi a lungo termine sono saliti sensibilmente.
Eppure, nel quadro tracciato da Christine Lagarde davanti al Parlamento europeo, non c’è il ritratto di un’economia frenata.
Al contrario, la presidente della Bce descrive un’area euro che continua a mostrare una capacità di resistenza superiore alle previsioni.
Il Pil dell’area euro è atteso in crescita dello 0,9% nel 2026, dell’1,4% nel 2027 e dell’1,5% nel 2028.
Numeri che raccontano una ripresa graduale, non una corsa.
E che spiegano perché ogni decisione di politica monetaria debba tenere insieme due esigenze opposte: non lasciare che l’inflazione sfugga nuovamente di mano e, nello stesso tempo, non soffocare la crescita.
“Nonostante i venti contrari a causa dello shock energetico, l’economia dell’area euro si è dimostrata resiliente”, ha detto Lagarde.
È un elemento importante perché arriva in una fase nella quale l’economia europea si trova a fare i conti con un nuovo aumento dei costi energetici.
E tuttavia, almeno per ora, lo shock non sembra aver prodotto quella reazione a catena che Francoforte teme di più: il passaggio dai prezzi dell’energia ai salari e, successivamente, a un’inflazione più persistente.
Il manifatturiero, racconta Lagarde, mantiene una dinamica solida, sostenuta anche dall’aumento della spesa pubblica per la difesa e le infrastrutture.
La fiducia dei consumatori, dopo i livelli depressi della primavera, è tornata a risalire.
E sullo sfondo compare anche uno dei grandi motori della trasformazione economica globale: l’intelligenza artificiale.
La sua crescita è già visibile nei servizi digitali, negli investimenti delle imprese e nelle esportazioni.
Ma è soprattutto il mercato del lavoro a rappresentare, nelle parole della presidente della Bce, uno degli argini che stanno impedendo allo shock energetico di trasformarsi in una frenata più profonda.
A luglio il tasso di disoccupazione nell’area euro era al 6,4%.
Un livello che testimonia la tenuta dell’occupazione, anche se Lagarde avverte che la crescita dell’occupazione e della forza lavoro sta progressivamente rallentando.
Anche sul fronte dei salari, per ora, non si vede quella rincorsa che potrebbe alimentare una nuova spirale inflazionistica.
La retribuzione per occupato, indicatore della crescita dei salari nominali, è aumentata del 3,3% nel secondo trimestre, in rallentamento rispetto al 3,6% del primo.
“Finora i salari non mostrano una risposta significativa allo shock energetico”, ha osservato Lagarde.
Ed è proprio qui che si apre il capitolo più delicato.
Perché se l’economia tiene, l’inflazione è tornata a salire.
Ad agosto quella complessiva ha raggiunto il 3,2%, dal 2,9% di luglio.
Ancora più evidente è stata l’accelerazione della componente energetica, passata dal 10,3% al 14,3%.
L’inflazione al netto di energia e alimentari, invece, ha mostrato un lieve arretramento, scendendo al 2,4%.
Il problema, dunque, non è soltanto ciò che sta accadendo oggi, ma soprattutto ciò che potrebbe accadere domani.
Le proiezioni di settembre della Bce indicano un’inflazione media al 3% nel 2026, destinata poi a scendere al 2,5% nel 2027 e al 2,1% nel 2028.
Il percorso, quindi, va nella direzione di un graduale ritorno verso l’obiettivo del 2%, ma è più lento e accidentato rispetto a quanto si poteva immaginare qualche mese fa.
Sono soprattutto le prospettive per il 2027 e il 2028 a essere state riviste verso l’alto, principalmente a causa dell’aumento dei prezzi dell’energia.
Ed è questo il motivo per cui Lagarde continua a usare un linguaggio prudente.
Le aspettative di inflazione nel breve periodo restano elevate, mentre la maggior parte degli indicatori sulle aspettative di più lungo termine continua a collocarsi intorno al 2%.
La distinzione è fondamentale.
Per la Bce, un aumento dei prezzi dell’energia non rappresenta automaticamente un motivo per reagire.
Il vero rischio nasce quando lo shock diventa persistente, quando entra nelle aspettative, nei salari e nei comportamenti di imprese e consumatori.
Quando, in altre parole, l’inflazione comincia a radicarsi.
Per ora, dice Lagarde, questo passaggio non si vede.
“Vediamo un’inflazione più elevata in prospettiva, ma non ci sono ancora segnali che si stia radicando”.
È una frase che riassume tutta la cautela di Francoforte.
La Bce si trova così davanti a un equilibrio tutt’altro che semplice.
Da una parte deve evitare che l’aumento dei prezzi energetici si trasformi in una nuova fiammata inflazionistica.
A complicare il quadro c’è anche l’aumento dei tassi di interesse a lungo termine.
Lagarde ha spiegato che sono cresciuti sensibilmente dall’ultima riunione della Bce e che questo finirà per rallentare la crescita.
Ma, allo stesso tempo, tassi più elevati contribuiranno a ridurre la trasmissione dello shock energetico sull’economia.
Per questo la presidente della Bce parla di una “risposta misurata”.
Francoforte, ha ricordato Lagarde, non reagisce direttamente ai prezzi dell’energia: reagisce invece al rischio che il loro aumento finisca per diventare inflazione persistente.
È una differenza che, nei prossimi mesi, potrebbe diventare decisiva.








