In un editoriale pubblicato su La Stampa, Gabriele Segre riflette sul modo in cui Donald Trump potrebbe presentare come un successo il cessate il fuoco con l’Iran, sostenendo che il presidente americano punti soprattutto a costruire una narrazione favorevole della vicenda, nonostante i risultati appaiano limitati.
Secondo l’autore, la tregua resta fragile, mentre Teheran continua a mostrarsi forte e determinata, alimentando la percezione che Washington non abbia ottenuto una vera vittoria.
Segre osserva che, quando i risultati concreti sono modesti, il potere tende a riscrivere la realtà attraverso simboli e monumenti.
Richiama esempi storici, dall’Impero romano a Napoleone, fino ai grandi edifici che hanno attraversato i secoli, sostenendo che essi servano a trasformare gli eventi in mito, sottraendoli al giudizio della cronaca e delle sconfitte.
Secondo l’editorialista, Trump incarna perfettamente questa logica: più che cambiare la realtà con i fatti, saprebbe orientarne la percezione attraverso il racconto.
Opere come il muro al confine con il Messico o i progetti architettonici legati alla Casa Bianca vengono interpretati come strumenti simbolici destinati a consolidare un’immagine di forza e successo, al di là della loro effettiva efficacia.
L’autore evidenzia inoltre come i monumenti rappresentino anche obiettivi da colpire nei conflitti, perché incarnano l’identità e la memoria di un popolo.
Cita, a questo proposito, gli attacchi contro la chiesa della Dormizione a Kiev e le minacce rivolte a simboli degli Emirati Arabi Uniti.
Nella parte finale, Segre introduce il tema dell’intelligenza artificiale, sostenendo che essa rappresenti una nuova forma di potere capace di influenzare il modo in cui interpretiamo la realtà senza ricorrere a monumenti o simboli materiali.
Proprio questa invisibilità, conclude, potrebbe renderla ancora più pervasiva e difficile da contrastare.








