Ripartire dall’educazione. Che cosa ha imparato la scuola in questo lockdown

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Il 6 Giugno finiranno le scuole con le aule vuote. Gli studenti sono stanchi di vedersi “a distanza” con i loro compagni e desiderano chiudere quanto prima questo capitolo strano della loro vita. Nessuno avrebbe mai pensato di dover finire l’anno scolastico in questo modo ed ora, in mezzo alle polemiche sull’Esame di Stato e alle problematiche del rientro a Settembre, sarebbe importante fare il punto su quel che è accaduto per ripartire con il piede giusto.

In questi mesi siamo cambiati insieme ai nostri studenti. Non solo perché siamo stati costretti a inventarci nuove strade per continuare ad insegnare rimanendo in rapporto con loro, ma anche perché siamo stati obbligati ad andare all’essenziale. Quante volte nella nostra storia professionale abbiamo dato per scontato la possibilità straordinaria di avere un rapporto quotidiano, in presenza, con i nostri alunni o con i nostri colleghi? Questa situazione ci ha fatto desiderare il momento della lezione live con i nostri studenti come un appuntamento preparato con cura, di cui non trascurare o perdere nessun dettaglio, e ci ha aiutato a capire che nessuno può andare avanti da solo.

Non sto pensando solamente all’aiuto che i docenti più giovani hanno dato a tutti gli altri per acquisire velocemente gli strumenti tecnici necessari per fare lezione a distanza, ma anche all’esigenza di condividere materiali prodotti con tanta fatica, alla possibilità di “entrare” dentro le lezioni dei colleghi, alla necessità di lasciare traccia di quello che si fa e condividere idee: attività, materiali, presentazioni documenti, risorse in rete, videolezioni.

In tre mesi sono cambiate tutte le tipologie di prove e le modalità con cui cerchiamo di renderci conto se i ragazzi stanno imparando. Siamo stati costretti a restituire alla valutazione il suo senso più autentico: quello di capire e far capire a che punto si è nel percorso che si sta facendo.

Tuttavia non è accaduto ovunque così. Nel corso del tempo si sono confermate le differenze abissali che esistono fra i diversi ordini di scuola, i territori, i contesti sociali e tra le singole scuole con i loro docenti e i loro dirigenti. L’emergenza sanitaria che abbiamo vissuto è speculare a quella educativa. In questi mesi è emerso con chiarezza che il cuore del sistema sanitario sono persone disposte a dare la vita per aiutare gli altri, ma abbiamo anche capito che, senza saper come affrontare la malattia e senza avere strutture adeguate, si possono letteralmente uccidere le migliori risorse umane e paralizzare un Paese. Tutta l’organizzazione della sanità dovrebbe muoversi attorno a questa domanda: come formare, far crescere, valorizzare ed aiutare a lavorare nel modo migliore possibile professionisti in grado di curare ed accompagnare chi è colpito dalla malattia?

I problemi della scuola non sono diversi e i mesi di lockdown li hanno evidenziati come una potentissima lente di ingrandimento. Abbiamo visto all’ opera migliaia di insegnanti che hanno fatto ogni sforzo per continuare il percorso didattico con i propri studenti, ma ne abbiamo anche visti altri scomparire, non solo per mancanza di infrastrutture tecnologiche, ma anche per assenza di passione verso ciò che insegnano e verso quel bene dei propri studenti che costituisce il motore vero della scuola. Otto milioni di alunni, da un giorno all’altro, hanno perso la possibilità di andare in classe con i propri compagni e i propri docenti, costretti a concludere inesorabilmente, ogni giornata, con l’immancabile bollettino dei morti.

Centinaia di migliaia di bambini e ragazzi, purtroppo, non hanno avuto la possibilità di continuare a frequentare la scuola neanche a distanza e, anche laddove siamo riusciti a farlo, è emerso in modo chiaro che non bastava ripetere il modello di scuola a cui eravamo abituati da sempre. Chi ora disprezza le lezioni live fatte a distanza, dimentica che sono state l’unico strumento che abbiamo avuto per non perdere il contatto con i nostri studenti. Hanno avuto il merito di riportare, nel ritmo di una giornata sospesa tra il divano, la playstation e le notizie martellanti sull’andamento della pandemia, la forza della realtà: la bellezza di una poesia o di un’opera d’arte, la durezza di una formula di chimica, il fascino di una legge fisica capace di spiegare con quattro lettere l’universo intero.

Sono stati mesi in cui i bambini e i ragazzi hanno sentito la mancanza di quelle ore di scuola a cui sono abituati da quando hanno 6 anni, hanno capito la passione, l’amore, la dedizione di quei docenti che, proprio per loro, stavano rivoluzionando il modo con cui insegnavano da una vita. Insieme abbiamo ricapito che il cuore della scuola è l’educazione, il rapporto che si può stabilire ogni giorno, concretamente, fisicamente, tra docenti e studenti nelle mille ore all’anno che si vivono insieme. Da soli ci si informa, insieme si conosce, si scopre, si cresce. Ecco, allora, che fissare che cosa abbiamo imparato in questi mesi di lockdown può essere l’occasione per ripartire da subito in modo diverso, avendo il coraggio di rompere i lacci che da tempo bloccano la scuola italiana.

Ecco alcune idee che potrebbero avere il vantaggio di essere realizzate già a partire dall’estate.

Prima proposta

La qualità della scuola dipende dalla qualità dei docenti, dalla capacità di chi la dirige e dalla competenza dello staff amministrativo che li supporta. Tutto il sistema scolastico dovrebbe essere costruito su questa domanda: in che modo posso formare, selezionare, far lavorare bene insieme e valorizzare persone preparate nelle discipline che insegnano, capaci di rapporto con gli studenti e con i colleghi?  La diatriba recente sulla stabilizzazione dei precari è, da questo punto di vista, emblematica. Come può un test con 60 domande chiuse selezionare docenti che hanno queste caratteristiche? Si tratta evidentemente di una “parvenza” di concorso, pensata per dare la possibilità a chi ha fatto supplenze in questi anni di entrare in ruolo, nulla di più.

Ed anche la sostituzione del test con una prova scritta non modifica sostanzialmente la situazione. Non voglio entrare in merito ai motivi per cui siamo arrivati a questo punto. Da più di vent’anni i Ministri hanno proposto modalità diverse con cui formare e selezionare in ingresso i docenti e, con questi cambiamenti continui, abbiamo impedito ai giovani insegnanti di entrare in modo regolare dentro la scuola, aumentando le code di precari che aspettano il loro turno per ottenere una cattedra. Ora sono previsti nuovi concorsi, ma sembra che l’unico problema sia aumentare il personale.

Non discuto della validità della decisione di selezionare i docenti senza prevedere un tirocinio con cui verificare la capacità di gestire una classe, ma dell’abitudine, ormai consolidata, di non utilizzare l’anno di prova previsto dal contratto per fermare chi dimostra chiaramente di non essere in grado di insegnare. In questi anni si contano sulle punta delle dita di una mano le persone non assunte a tempo indeterminato dopo l’anno di prova. In molti l’hanno dovuto ripetere perché erano emersi dei problemi, ma, dopo il secondo tentativo, sono entrati tutti.

Non è detto che un insegnante sia bravo perché ha svolto tre anni di supplenza e non è detto che un giovane laureato sia in grado di insegnare perché conosce bene la sua materia. Per valutare un docente occorre vederlo in azione in classe, almeno per un anno, ed è quello che prevede una norma esistente che, per una miriade di motivi, non è mai stata applicata.

È ora di farlo con decisione. Tutte le ricerche internazionali dimostrano che il problema della qualità della didattica non è legato al numero di studenti per classe, ma alla qualità dei docenti. Meglio classi numerose con docenti bravi che classi piccole con insegnanti poco preparati e motivati.

Seconda proposta

Il problema della scuola non sono solo le effettive ore di lezione, ma la qualità dell’esperienza che gli studenti vivono in quelle ore. In questi mesi alcuni docenti si sono rifiutati di utilizzare la didattica a distanza per continuare a fare lezione ai propri studenti perché “non era prevista nel contratto”. Queste posizioni estreme e, per fortuna, limitate, indicano l’urgenza di definire uno stato giuridico dei docenti, un codice deontologico, e di promuovere una revisione del contratto. È anacronistico far coincidere il lavoro dell’insegnante unicamente con le ore di cattedra, non prevedere una formazione continua ed una valorizzazione del suo lavoro attraverso una progressione di carriera. Questi mesi lo hanno dimostrato in modo evidente.

La didattica a distanza ha costretto ad un cambiamento di paradigma che può suggerire come valorizzare al massimo la possibilità di vedersi, di incontrarsi, di lavorare insieme ogni giorno insieme o a piccoli gruppi e può continuare ad essere una risorsa importante anche quando torneremo a scuola in presenza. Nel decreto rilancio sono state destinate molte risorse per il potenziamento della rete così da garantire a tutti gli studenti la possibilità di avere un supporto tecnologico adeguato e per un piano di formazione dei docenti. Sarà importante usarle al meglio.

Il documento del comitato tecnico per la riapertura delle scuole a settembre, parla di una diversa distribuzioni degli spazi orari, ma, se non cambieranno le regole solite, come sarà possibile farlo mettendo a frutto quello che abbiamo imparato?

Terza proposta

Stiamo tutti ripensando al rientro a scuola settembre. Se avessero chiesto il rispetto del protocollo che dovremo seguire per gli esami di maturità, avremmo dovuto mettere una pietra tombale sulla riapertura in presenza, anche con i doppi turni. Il documento tecnico chiede l’uso delle mascherine ed il rispetto della distanza di un metro, ma c’è una precisazione sul rispetto di tale distanza anche nei movimenti. Inutile negare che questo potrebbe mettere tutte le scuole in grande difficoltà. Penso sia importante valutare quanto è veramente necessario, infatti occorre considerare che, anche se ci sarà una ripresa del virus in autunno, la situazione sarà molto diversa perché sappiamo come affrontare la malattia prima che si aggravi.

Guardiamo a quello che stanno facendo gli altri Paesi: è giusto rimodulare gli orari, distribuire le ricreazioni in tempi diversi, evitare assembramenti, utilizzare le mascherine, igienizzare le mani, garantire una buona areazione e chiedere, infine, ai genitori di certificare lo stato di salute dei figli, ma non chiediamo una distanza che impedirà, di fatto, il rientro a scuola, in presenza, a settembre.

Quarta proposta

Il tema della riapertura delle scuole ha riproposto in modo fortissimo anche la questione della edilizia scolastica. Nelle scuole italiane, già prima di questa epidemia, esisteva un problema enorme di spazi, di bellezza e di funzionalità degli edifici scolastici. Ci sono milioni di euro, stanziati per costruire nuove edifici scolastici bloccati da anni e c’è, da parte di tutta la società civile, una responsabilità, nei confronti di questo tema, che andrebbe recuperata. Esiste l’Art bonus, perché non ripristinare uno School Bonus per favorire un piano di ricostruzione sistematico di tutte le scuole da qui a 5 anni? Perché non semplificare le procedure e imparare da quello che abbiamo fatto dopo il terremoto dell’Emilia, quando in 6 mesi sono state ricostruite 100 scuole molto più sicure, belle e funzionali di quelle che c’erano prima?

Quinta proposta

Il 15 giugno è la nuova data fissata dal Ministero per la sospensione delle attività didattiche in presenza. Perché non dare alle istituzioni scolastiche la possibilità di proporre da subito delle attività libere per i propri studenti? Non ha senso poter andare al ristorante mantenendo la distanza di un metro, poter organizzare attività ludiche con i centri estivi per i bambini dai 3 ai 13 anni, poter promuovere attività artistiche, culturali e sportive con associazioni ed impedire alle scuole di fare qualunque tipo di proposta. Dare questa possibilità sarebbe il modo migliore per non dimenticarsi di una fascia di età che nessuno considera, quella dai 14 anni in su.

Sesta proposta

Solo ora, davanti alla difficoltà di tante persone che hanno perso il lavoro si è scoperto che in Italia esistono 900.000 famiglie che devono pagare una retta perché hanno i figli iscritti in una scuola non statale. Le scuole paritarie, in questi mesi, hanno fatto ogni sforzo possibile per continuare a pagare il personale, anche se le famiglie non riuscivano più a versare le quote, ma ora si trovano in grande difficoltà. Il decreto rilancio, dopo tre mesi di silenzio su questo tema, prevede un contributo aggiuntivo di 120 milioni alle scuole paritarie, per far fronte a queste necessità.

Molti sostengono sia una cifra irrisoria rispetto al costo che lo stato dovrebbe sopportare nel caso in cui le scuole paritarie chiudessero e tutti gli studenti si dovessero riversare nelle scuole statali (basta moltiplicare il costo annuo medio di uno studente nella scuola statale che ammonta a 7.000 euro all’anno per i 900.000 studenti che frequentano le scuole paritarie per avere un’idea della cifra), ma personalmente ritengo sia un segnale importante che potrebbe preconizzare un cambiamento di rotta.

Sarebbe un passo di civiltà importante perché, nel nostro Paese, già dal 2000 esiste una legge di parità che istituisce il sistema nazionale pubblico di istruzione, costituito da scuole statali e da scuole non statali paritarie, ma questa norma non è mai stata applicata fino in fondo.

Potrebbe essere arrivato il momento di farlo, per non trattare più gli studenti che frequentano le scuole paritarie come cittadini di serie B. Basterebbe ispirarci alla Germania, alla Spagna, all’Inghilterra, alla Francia, all’Olanda e a tanti altri Paesi che da tempo hanno trovato le strade perché questa opportunità sia garantita.

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