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[L’analisi] Quando la Merkel disse (8 anni fa): «Ho parlato con Putin dell’Ucraina, ha perso il contatto con la realtà»

Il mondo intero si sta interrogando sulle intenzioni di Vladimir Putin. Cosa vuole ottenere? E come spiegherà le catastrofiche decisioni che sta prendendo? A chiederselo in un’intervista alla politologa Ekaterina Schulmann è Ksenia Sobatchak, giornalista, star della tv, ex candidata alle presidenziali e, secondo voci confermate figlioccia di Vladimir Putin che ha lavorato a lungo con il padre, Anatoli Sobtchak, ex sindaco di San Pietroburgo.  

Al potere da 22 anni

Dall’offensiva contro l’Ucraina lanciata lo scorso 24 febbraio anche quelli che credevano di conoscere il presidente russo si interrogano sulle motivazioni dell’uomo al potere in Russia da 22 anni. «C’è qualcosa di razionale, un obiettivo comprensibile oppure abbiamo a che fare con una convinzione, quasi messianica?» ha detto Sobatchak a Schulmann, che le ha ribaltato la domanda. «Come saperlo? Mi chiede di fare una psicanalisi sulla base di una fotografia. Sono io a doverle fare la domanda, è lei l’amica di famiglia!» ha controbattuto la politologa.   

Quando la Merkel disse: ho parlato con Putin, ha perso il contatto con la realtà

In un’analisi incentrata sulla figura di Putin, il quotidiano Le Monde incrocia una serie di pareri e spunti da più parti per cercare di svelare qualche indizio sull’enigmatico presidente russo. «Il 24 febbraio, l’armatura dell’autocrate illuminato si è spaccata. Il mondo ha scoperto un mostro, un folle nei suoi desideri e implacabile nelle sue decisioni» ha commentato lo scrittore russo Vladimir Sorokin. Nell’ultimo periodo si sono moltiplicate le considerazioni sull’apparente “follia” del titolare del Cremlino e l’incredulità per le sue mosse, facendo eco a un giudizio dell’ex cancelliera tedesca Angela Merkel risalente al 2014, quando dopo una lunga conversazione con Putin riferì che «ha perso il contatto con la realtà», negando la presenza russa nel Donbass. «È pazzo da legare» ha detto l’oppositore Boris Nemtsov pochi mesi prima della sua uccisione nel febbraio 2015. 

Non è più lo stesso

«Il Putin del 2014 e quello del 2022 non sono più gli stessi. I telespettatori russi se ne sono accorti nel vedere nelle scorse settimane il presidente moltiplicare i suoi lunghi interventi, carichi di considerazioni storiche»» ha sottolineato il quotidiano francese. Molti degli argomenti affrontati non sono nuovi ma il tono si è fatto più duro, le parole più rabbiose oltre ai sospiri esasperati, le mani che battono sul tavolo e una rabbia fredda che trapela. Emblematico del “nuovo Putin” è stato il suo ultimo lungo discorso di 56 minuti, registrato per essere diffuso all’alba del 24 febbraio, annunciando il lancio di «un’operazione militare speciale» mentre i missili cadevano già sull’Ucraina, mettendo i suoi concittadini davanti al fatto compiuto.  

Un capo di guerra solitario

A seconda dei cliché, il sessantanovenne Putin giocatore di scacchi o di poker, veniva considerato dall’élite come un uomo prudente, alla ricerca dell’equilibrio, che preferiva mandare avanti i suoi collaboratori. La guerra ha rimescolato le carte: anche se ha coinvolto responsabili e oligarchi, il presidente russo è passato in prima linea, come quando ha dato l’ordine di mettere le forze nucleari in allerta rafforzata. È allora apparso come un capo di guerra solitario, punto di arrivo di un processo cominciato anni fa.

Nel 2015, quando la Russia è entrata in guerra in Siria, Putin aveva riferito che «la strada di Leningrado mi ha insegnato una cosa: se la lotta è inevitabile, devi essere il primo a picchiare». Il suo universo mentale è da sempre impregnato di violenza, di guerra, indissociabile dall’inizio del suo regno cominciato con il conflitto feroce in Cecenia. La sua personalità è stata anche modellata dalla sua formazione all’interno del Kgb, alimentatasi al culto del segreto, all’orgoglio di saper manipolare i suoi interlocutori, senza dimenticare la violenza politica da sempre esercitata sui suoi oppositori. 

Culto e ossessioni

Un patrimonio di esperienze e caratteriale che si è progressivamente imposto accanto alla sua ossessione per il regime e la sua stessa sopravvivenza oltre al culto della grandezza dello Stato, diventato una quasi ideologia. Una dottrina che ai suoi occhi permette di riunificare passato imperiale e sovietico, unendosi ad un altro culto, quello per la guerra, in particolare la Seconda Guerra mondiale, in barba alla questione dei cittadini e dei popoli.   

La sua eredità

Passata l’euforia per l’annessione della Crimea nel 2014, Putin ha annunciato un suo lavoro di studio degli archivi e di stesura di articoli storici, incentrati per lo più su due temi: la lotta al revisionismo storico degli occidentali, in particolare sulla Seconda Guerra mondiale, e l’Ucraina. «Questa ossessione fa che si sente investito da una missione storica. Abbiamo di fronte molto di più di un semplice politico che cerca ad ogni costo di completare la sua eredità. In lui considerazioni come le conseguenze per il suo popolo o Paese sono totalmente assenti» ha raccontato a Le Monde un diplomatico occidentale anonimo.  

Il veleno dell’isolamento: bolla impenetrabile

Un altro elemento fondamentale quando si parla di Putin è l’isolamento, la solitudine, la maledizione del potere russo autocratico, un vero veleno. «Ha limitato sempre più i suoi contatti con gli alti ufficiali dell’esercito e dei servizi segreti. Gli stessi incaricati di informarlo hanno troppo paura, quindi lo confortano nelle sue idee, gli dicono quello che vuole sentire. Ogni nota viene scritta per piacere al capo» ha riferito la politologa Tatiana Stanovaya. Personalità più liberali che prima avevano accesso al Cremlino sono state marginalizzate a partire dal 2015. È diventata una bolla informativa impenetrabile. La maggior parte degli alti responsabili non sono nelle confidenze dei progetti guerrieri del “vojd” (il capo)» ha aggiunto Schulmann. Altra minaccia inedita che ha rafforzato l’isolamento di Putin è quella delle malattie contagiose, che teme in realtà già da qualche anno, come riferito nel suo libro dal giornalista Mikhail Zygar.

Peggiorato con la pandemia

La pandemia di Covid-19 ha segnato una svolta nella personalità del presidente russo e nella sua gestione del potere e dei rapporti con il mondo esterno. Emblematico della sua solitudine il tavolo lunghissimo al quale fa sedere i suoi ospiti, che si tratti di personalità vicine o di capi di Stato stranieri. Ha anche ridotto al minimo le uscite da quella che molti hanno definito la sua “torre d’avorio” e i suoi rari incontri con la popolazione sarebbero stati messi in scena con comparse. Un isolamento che, secondo Stanovaya, ha reso Putin ancora più sospettoso e diffidente verso chiunque esprima una minima forma di dissenso.   

Putin sta riscrivendo la storia

«In Russia oggi non c’è più alcuna separazione tra i poteri, ma una fusione tra esecutivo, legislativo e giudiziario. Anche il settore militare e l’economia sono sotto il controllo del presidente» ha detto lo storico Thomas Gomart, direttore dell’Istituto francese delle relazioni internazionali (Ifri). «La Russia oggi si riassume in un presidente, zar, storico, ex membro del Kgb e 49 boiardi, di cui 14 membri del consiglio di sicurezza e 35 oligarchi» ha fatto notare Gomart. «Il capo supremo sostiene che sta scrivendo la storia russa e di questo gli oligarchi devono essergli grato, in particolare per le loro fortune. Ma Putin ha anche il terrore di finire come Gheddafi» ha concluso lo storico francese.

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