Il Paper “100 Proposte per l’Italia” – Le otto proposte per la ripartenza della Sanità

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Dopo 200 giorni da quando è nata la piattaforma digitale www.ripartelitalia.it e il relativo think tank magazine, l’Osservatorio Riparte l’Italia ha deciso di mettere insieme le idee e i suggerimenti di oltre 500 esponenti della società civile e di elaborare, sulla scia di tali considerazioni, 100 proposte per l’Italia, raccolte in un unico paper.

Vi proponiamo le nostre proposte divise per argomenti, in modo che sia più facile navigarle, consultarle e approfondirle, corredando le singole proposte con il testo del capitolo di riferimento presente nel Paper, scaricabile qui.

Le Otto Proposte per la Sanità presentate dall’Osservatorio Riparte l’Italia:

  1. Integrare i diversi modelli di sanità regionale per superare le disparità e perequare il LEA
  2. Superare parzialmente la logica della sanità accentrata sull’ospedale, favorendo una gestione decentrata del paziente
  3. Dare serenità e certezze agli operatori sanitari intervenendo organicamente sui temi della responsabilità civile e penale
  4. Promuovere una ricerca integrata – privata e pubblica – nel campo bio-medico e farmaceutico
  5. Investire nella formazione della nuova classe medica
  6. Implementare l’utilizzo delle nuove tecnologie, segnatamente la blockchain, nell’erogazione dei servizi sanitari
  7. Assumere un maggior numero di infermieri e porre questa figura al centro nella gestione decentrata del paziente e nell’assistenza delle famiglie
  8. Integrare il SSN con l’attività di assistenza svolta dagli Enti del Terzo Settore

L’Osservatorio Riparte l’Italia si è fatto portavoce di una vasta pluralità di proposte che hanno riguardato il tema della sanità, il quale si staglia al centro dell’attenzione, tanto dell’agenda politica quanto dell’opinione pubblica.

L’esplosione della pandemia, se per un verso ha decretato l’emersione di alcune criticità del modello di sanità adottato dal nostro Paese, risalenti di certo a un’epoca passata, per altro verso ha evidenziato la sua straordinaria capacità, che si alimenta dell’altissimo valore umano e professionale di tutti gli operatori sanitari, di affrontare anche gravi momenti di crisi.

L’emergenza sanitaria da Covid-19 ha determinato un significativo impatto sulla possibilità di proseguire percorsi terapeutici in atto. Una persona su 4 riferisce di avere difficoltà nel portare avanti la propria terapia in modo continuativo, e 3 su 10 dichiarano di aver saltato almeno una somministrazione nella settimana precedente l’intervista. Tra le ragioni principali: la dimenticanza nell’assumere la terapia in modo costante (27%), la difficoltà a rispettare le regole di assunzione (13%), la paura degli effetti collaterali (9%), l’interruzione della terapia quando si sta meglio (9%), l’assenza di chi aiuta o ricorda la somministrazione (8%), la svogliatezza (8%).

Tanto risulta da uno studio della Fondazione Onda, Osservatorio nazionale sulla salute della donna e di genere, attraverso un’indagine condotta dall’Istituto di ricerca Elma Research, su un campione di 558 persone tra uomini e donne con un’età media di 52 anni. I dati sono ancora più significativi se si considera che le cure maggiormente assunte dagli intervistati sono quelle somministrate per le patologie oncologiche, dal 38%, e per le malattie cardiovascolari, dal 28%. Secondo la maggioranza degli intervistati – 8 su 10 – l’emergenza sanitaria da Covid-19 non ha però avuto un impatto considerevole sulla facilità nel portare avanti le prescrizioni e il trattamento farmacologico (29 settembre 2020).

L’emergenza sanitaria in corso costituisce un’imperdibile occasione per riflettere sulle criticità, dunque sulle prospettive di riforma del Sistema Sanitario Nazionale.

Secondo Alessandra De Palma, in una prospettiva di ripartenza e di rilancio, tra i profili sui quali concentrarsi due meritano particolare attenzione. «Il primo consiste nell’integrazione dei modelli. Le esperienze che la pandemia da SARSCoV-2 ha evidenziato dicono che il Servizio Sanitario Nazionale è divenuto negli anni sempre più operativamente ed economicamente regionale: pur mostrando buone capacità di reazione, ha messo in risalto le diversità dei diversi modelli.

Infatti, alcuni sono decisamente più orientati a rendere eccellenti ed efficienti gli ospedali, altri si sono dedicati allo sviluppo delle cure territoriali, altri ancora hanno raggiunto un certo equilibrio con uno sviluppo abbastanza adeguato, anche se non ancora del tutto soddisfacente e ubiquitario di integrazione efficace fra ospedale e territorio. Ben può immaginarsi che – potendolo fare – un paziente non opterebbe per un modello o per un altro, ma preferirebbe vederli in atto tutti e contemporaneamente, in maniera possibilmente omogenea sul territorio nazionale. Si tratterebbe di mettere a sistema le migliori strategie, il che è possibile – evidentemente – solo con strumenti omogenei, condivisi e, soprattutto, coordinati. Tali opportunità consentirebbero di mitigare il rischio di “errore” e/o meglio di “inefficacia” del sistema, così la questione delle responsabilità professionali che tanto preoccupa operatori e gestori delle strutture sanitarie, passerebbe in secondo piano.

Il secondo profilo consiste nel restituire serenità al personale sanitario tutto anche, ma non solo, in una prospettiva di esaltazione dell’efficienza del sistema sanitario. In questo momento e nello specifico contesto della pandemia ci muoviamo nell’ambito della medicina salvavita, un settore dunque in cui occorrerebbe, in ragione delle peculiarità sue proprie, rimeditare la funzione della responsabilità (civile ma anche penale), anche in modo da poter dare certezze e, dunque, serenità agli operatori sanitari» (30 maggio 2020).

Sulla necessità di investire sulla Sanità si sono appuntate le riflessioni di Giuseppe Coco: «La pandemia ha messo in luce molti problemi dei sistemi economici, ma ha anche chiarito che la sanità è legata indissolubilmente alla crescita e alla capacità di resistenza di un sistema economico. Una sanità efficace quindi è uno dei presupposti della ripresa. Il punto di partenza dell’analisi deve essere la constatazione della comparativa efficienza della sanità italiana (State of Health in the EU, Lo stato della Sanità in Italia- European Commission and OECD).

L’Italia spende per la sanità l’8,8% del PIL circa un punto in meno della media europea, Germania e Francia spendono molto più del 10%. Bisogna peraltro tenere presente che il PIL pro-capite del nostro paese è molto inferiore a quello tedesco ad esempio, quindi la differenza di risorse devolute al sistema sanità è davvero ingente. La spesa sanitaria italiana in particolare ha avuto un periodo di crescita impetuosa all’inizio del secolo, tutto dipendente dalla spesa fuori controllo di alcune regioni, soprattutto del sud e il Lazio. La relativa sobrietà della spesa sanitaria negli ultimi 10 anni è stata quindi ottenuta senza una grave perdita di qualità di servizi. Della spesa totale i ¾ sono spesa pubblica (6.5% del PIL).

Il resto è quasi tutto spesa ‘out of pocket’ con ruolo limitatissimo delle assicurazioni sanitarie private. Nonostante spendiamo pochissimo quindi gli indicatori di performance della sanità italiana non sono particolarmente negativi nella media europea. Si rileva invece una forte diseguaglianza che ha le radici nelle disparità dei sistemi sanitari regionali, quindi ha un carattere territoriale oltre che sociale. Alla luce di questa evidenza possiamo però affermare che la compressione della spesa, tenendo invariata la qualità di servizio, ha raggiunto probabilmente livelli insuperabili. A titolo di esempio i posti letto per 100mila abitanti sono poco più della metà della media europea e in decremento. Ci sono alcuni problemi che dovremo affrontare nei prossimi anni con adeguata programmazione di spesa anche in rapporto alla ristrutturazione in atto nella fornitura di sanità nel mondo.

Un primo problema riguarda il personale. La classe medica italiana va incontro a un ricambio generazionale senza precedenti. Un secondo problema da affrontare è quello della diseguaglianza ed in particolare delle disuguaglianze territoriali. La ampia variabilità dei valori degli indicatori LEA tra regioni meridionali, soprattutto del versante tirrenico, e regioni del centronord, deve essere affrontata in maniera definitiva. Il divario assoluto dei LEA propone un vero e proprio divario di cittadinanza (SVIMEZ) tra cittadini di diverse ripartizioni che lo Stato non deve ignorare. Anche perché esso genera costi sociali enormi e trasferimenti perversi di ricchezza dalle regioni povere a quelle ricche.

Si pensi solo alla mobilità sanitaria che comporta ogni anno viaggi, soggiorni e rischi per i pazienti che rappresentano una dispersione netta di ricchezza per la nostra comunità nazionale, oltre a una redistribuzione territoriale perversa.

È necessario altresì investire in innovazioni e nella loro gestione. In particolare la cura deve traslare più decisamente da un sistema ospedale-centrico a una gestione del paziente decentrata sperimentando modelli diversi, anche basati sugli ospedali, ma ancor più basata sulla cura primaria e l’assistenza per cronici.

Lo spazio per questi investimenti ci viene oggi dall’occasione di utilizzare le risorse del MES a costi contenutissimi» (1° ottobre 2020).

Roberto D’Alessandro sostiene il ricorso alla tecnologia blockchain, in quanto in grado di apportare significativi vantaggi per il SSN. La stessa infatti: «opportunamente adeguata al contesto operativo di riferimento dove confluiscono dati “sensibili” cioè, tra gli altri, quelli relativi alla salute o alla vita sessuale e tra cui il Reg. UE 2016/679 (art. 9) ha incluso anche “i dati genetici” ed “i dati biometrici”, potrebbe consentire di garantire – in una cornice di sicurezza e su scala nazionale – l’immediata accessibilità a cartelle cliniche virtuali e di personalizzare, anche in condizioni di emergenza, la risposta dell’operatore sanitario interessato (medico curante, operatore del pronto soccorso).

Chiaramente, come ogni innovazione di sistema che si riveli idonea, se violata, a diffondere informazioni personali di elevata sensibilità, occorrerebbe stabilire un percorso di definizione delle modalità operative e garantirne il settlement fisico presso una struttura nazionale dedicata, funzionalmente accessibile e verificabile» (20 maggio 2020).

La pandemia ha portato alla ribalta le eccellenze nel campo della ricerca e della produzione di farmaci e di prodotti biotech.

Il ministro dell’Università e della Ricerca, Gaetano Manfredi, in visita a Pomezia alla sede dell’Irbm e del Consorzio Cnccs ha ricordato, in un’intervista all’Adnkronos, che «La collaborazione fra la ricerca pubblica e quella privata è fondamentale per la competitività», aggiungendo che «l’Irbm è una realtà importante nel settore biotech italiano che sta dando un contributo strategico allo sviluppo di uno dei vaccini per il coronavirus». Il Cnccs è il Consorzio tra Irbm, Consiglio Nazionale delle Ricerche ed Istituto Superiore di Sanità che è incaricato dal Miur di manutenere ed implementare la Collezionale nazionale di composti chimici messa a disposizione di tutte le Università ed i Centri di ricerca italiani» (9 luglio 2020).

Secondo uno studio di SRM (Centro studi collegato al Gruppo Intesa Sanpaolo) presentato all’inizio dell’estate 2020 nel corso di un webinar organizzato con Farmindustria, la filiera farmaceutica del Sud vanta 124 unità locali (il 16,6% del totale Italia) e 5.520 addetti (il 9% del dato nazionale). Il valore aggiunto farmaceutico meridionale è di oltre 650 milioni di euro (il 7% del dato nazionale) e realizza un export pari a oltre a 3,1 miliardi di euro (circa il 10% del dato nazionale), con una crescita media negli ultimi 10 anni del 5,2%.

Si registra, inoltre, un saldo commerciale positivo per 1.381 milioni di euro. Importante è l’impatto moltiplicativo del settore: si calcola che, per effetto dei legami interregionali e di filiera, nel Mezzogiorno 100 € di produzione farmaceutica attivano 42 € aggiuntivi nell’area e 529 € nelle altre regioni e negli altri settori, per un impatto complessivo di 671 € (mentre il dato complessivo medio per il manifatturiero è di 493 €) – (19 giugno 2020).

L’auspicio delle organizzazioni rappresentative delle professioni sanitarie, collimante con quello degli utenti dei servizi sanitari, è quello di un serio investimento nelle risorse umane.

Uno studio realizzato dal Censis per la Fnopi, la Federazione nazionale degli ordini e delle professioni infermieristiche e pubblicato nel giugno del 2020, ha evidenziato la necessità di 57.000 infermieri in più per il servizio sanitario nazionale, tanti per arrivare alla quota media di uno ogni 134 abitanti (ora il valore a livello nazionale si attesta a uno ogni 154).

Nel corso del webinar “Fase2: Investire negli infermieri per garantire più salute e innovare il Ssn” (5 giugno 2020), è stata proprio Fnopi a tracciare il profilo dell’infermiere del futuro. La professionalità dell’infermiere di famiglia o di comunità (inserita nel decreto legge “Rilancio”) è in un percorso di rete territoriale. Sarà in grado di educare i pazienti ai corretti stili di vita e li seguirà a domicilio, anche quando verranno dimessi dall’ospedale. Inoltre, avrà un’azione a sostegno delle famiglie e attiverà quei percorsi di cura necessari per la presa in carico del paziente da parte del servizio sanitario. Secondo il Censis, per il 91,4% degli italiani è una buona soluzione per potenziare le terapie domiciliari, riabilitative e la sanità di territorio.

Il 51,2%, invece, è convinto che l’introduzione di questa figura professionale faciliterebbe la gestione dell’assistenza. Il 47,7% pensa che darebbe loro sicurezza e maggiore tranquillità, il 22,7% che innalzerebbe la qualità delle cure.

È la presidente Fnopi Barbara Mangiacavalli a citare un progetto avviato in Friuli Venezia Giulia per l’inserimento dell’infermiere di comunità che ha portato a un calo del 10% dei codici bianchi nel pronto soccorso e a una riduzione dei ricoveri ospedalieri di circa il 20% (6 giugno 2020).

Questa la riflessione di Raffaella Pannuti, presidente di ANT, «Il numero dei pazienti da seguire in isolamento e da selezionare per l’invio in ospedale è più elevato della disponibilità offerta dalla medicina generale. Di fronte a questa situazione è necessario superare le resistenze: è tempo di integrare nel sistema pubblico e con congrue risorse economiche le realtà del Terzo Settore e del privato sociale che come ANT operano nell’assistenza domiciliare e che costituiscono, in questo momento, una risorsa imprescindibile.

Il nostro SSN deve impostare in modo più efficace ed innovativo anche il nostro sistema sanitario del futuro, sviluppando una community centred-care che sia efficace, sostenibile e centrata sull’equità della presa in carico e della distribuzione delle risorse. È infatti noto come il setting domiciliare, oltre ad essere gradito a pazienti e famiglie, sia in grado di limitare molto spostamenti, accessi ambulatoriali e ricoveri ospedalieri, contribuendo sia alla sicurezza dei pazienti che evitano così inutili rischi di contagio, sia all’alleggerimento della pressione sulle strutture sanitarie. Sono sempre di più le testimonianze internazionali che ne evidenziano il potenziale a lungo termine» (28 novembre 2020).

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