Lo smart working è diventato ormai parte integrante della vita di molti lavoratori. Basti pensare che, secondo una recente ricerca dell’Osservatorio Smart Working della School of Management del Politecnico di Milano, nella fase più acuta dell’emergenza sanitaria oltre 6 milioni e mezzo di lavoratori dipendenti italiani – circa un terzo del totale e dieci volte di più rispetto ai 570mila del 2019 – hanno sperimentato questa modalità.
E se lo smart working è entrato nella quotidianità dei lavoratori italiani ed è destinato a rimanerci (si stima che anche al termine dell’emergenza i lavoratori agili che lavoreranno in parte da remoto saranno complessivamente oltre 5,3 milioni), non necessariamente la casa è il luogo preferito dove lavorare. Anzi. A rivelarlo un’indagine condotta da Nibol, la startup dell’ufficio diffuso, su un panel di 20.000 utenti della piattaforma.
L’indagine effettuata da Nibol ha messo in evidenza quali sono gli aspetti negativi che rendono l’ambiente domestico il luogo ‘più odiato per lavorare’. In cima alla lista, il 30% dei partecipanti ha messo la solitudine in cui si è costretti a lavorare stando a casa, senza alcuna possibilità di una chiacchiera o un incontro in presenza con colleghi e clienti. Segue, con il 28% delle preferenze, la condivisione forzata degli spazi di casa: figli che seguono la didattica a distanza, compagne/i pure in smart working, animali domestici. La convivenza in una stessa stanza e la condivisione di computer e connessione Internet sono motivo di stress per chi lavora da casa.
Per il 20% degli intervistati, lavorare da casa significa perdere completamente il work-life balance: lavorare nello stesso luogo in cui si cucina o ci si rilassa sul divano consente infatti una continua invasione dell’ambito professionale in quello privato e viceversa. Con il rischio di passare l’intera giornata in pigiama o di fare call mentre si mangia. C’è poi la questione legata ai costi: per il 12% degli intervistati lavorare da casa è causa di costi extra che non si avrebbero se si lavorasse in ufficio, al bar o in uno spazio di coworking: bollette, ma anche la spesa per preparare il pranzo.
Infine, per il 10% del panel pesa la sedentarietà, l’impossibilità di muoversi, di ‘sgranchirsi’ le gambe, anche solo spostandosi dalla propria scrivania a quella del collega. Non solo. Stando sempre in casa, la tentazione di aprire la dispensa e trovare qualcosa da sgranocchiare, tra una video-call e un’altra, è dietro l’angolo.
Insomma, il lavoro è sì smart, ma non necessariamente da casa. Tanto che molti utenti della piattaforma hanno anche indicato luoghi alternativi al proprio ‘primo domicilio’ tra i preferiti per il lavoro da remoto. «Nibol nasce per aiutare gli smart workers a trovare postazioni di lavoro in luoghi diversi da casa: soprattutto caffetterie, ma anche coworking o sale riunioni ‘a tempo’. Prima delle nuove restrizioni, lavorare in un bar era un’alternativa molto apprezzata dagli smart workers perché rappresentava una soluzione a molti dei problemi che sono emersi dalla nostra indagine: permette di avere un proprio spazio, di entrare in contatto con altri professionisti diversi da quelli della propria cerchia abituale, ma anche di attivare nuove routine e tutelando la separazione degli ambienti casa e lavoro», spiega Riccardo Suardi, fondatore di Nibol.
«Dalla nostra posizione privilegiata di rapporto con la community, in questo periodo sono emersi altri trend, molto interessanti. Alcuni dei nostri utenti, infatti, raggiungono spesso le seconde case per lavorare. Ove possibile, chi non ha la seconda casa sceglie di passare qualche giorno o qualche settimana off-site, non necessariamente in luoghi di villeggiatura, ma anche in zone vicine che però abbiano un terrazzo o la comodità dei servizi. Altri ancora, anche in questo periodo, pur di non restare a casa stanno prenotando tramite la nostra app postazioni di lavoro negli alberghi» conclude.








