Il Think Tank Quotidiano della Classe Dirigente

[L’intervento integrale] Mons. Domenico Pompili (Vescovo di Rieti e Presidente della Commissione Episcopale CEI per la cultura e le comunicazioni sociali): «Con i soldi del terremoto e del Pnrr rischiamo di costruire cattedrali nel deserto. Bisogna riportare la vita nelle zone di montagna»

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su linkedin
Condividi su whatsapp
Condividi su email

Monsignor Domenico Pompili, vescovo di Rieti, amministratore apostolico di Ascoli–Piceno e Presidente della Commissione Episcopale CEI per la cultura e le comunicazioni sociali, è intervenuto sul tema “Ecologia e Lavoro” al “Corso di Formazione all’impegno politico e sociale” organizzato a Monterotondo dall’Ufficio della Pastorale Sociale e del Lavoro della Diocesi di Sabina Poggio Mirteto. Riportiamo di seguito il suo intervento integrale.

La Laudato Sii è una proposta di rivoluzione culturale

“Quando ho partecipato a una serie di tre interviste realizzate da Carlo Petrini a Papa Francesco da cui è venuto fuori il libro intitolato “Terra futura”, mi ha colpito che Papa Francesco, parlando con Petrini, il fondatore di Slow Food con il quale abbiamo dato vita alle Comunità Laudato Sii, abbia candidamente confessato che per lui i temi dell’ecologia sono una scoperta relativamente recente. Diceva, ed è riportata questa sua affermazione nel libro, che quando si trovò ad Aparecida nel 2007 come parte del grande momento di riflessione ecclesiale che fu la Conferenza Episcopale Latino-Americana, era piuttosto infastidito dai Vescovi del Brasile e anche degli altri paesi confinanti, perché ad ogni piè sospinto tiravano in ballo l’Amazzonia.

Questo per dire che la Laudato Sii è il punto di arrivo nella maturazione della coscienza anche dell’uomo Jorge Mario Bergoglio che non ha immediatamente percepito la posta in gioco, ma che strada facendo ha colto quanto questa tematica dell’ecologia fosse in realtà trasversale.

Perciò, quello che la Laudato Sii, da cui ci separano sei anni abbondanti, intende essere non è intanto un “manifesto verde”, non è neanche semplicemente una “riflessione ecologica”, è la proposta di una rivoluzione culturale che secondo me ha dentro tre cose.

L’inedito rapporto tra scienza e fede

La prima. Direi che si profila sin dal primo capitolo della Laudato Sii un inedito rapporto tra la scienza e la fede. Il Papa fa ricorso esplicitamente ai dati scientifici, addirittura prende posizione in modo inequivocabile sul cambiamento climatico come causato dall’uomo. Fin qui la Chiesa non si era mai espressa in questi termini così espliciti. Si è sempre dibattuto sull’origine della questione relativamente al cambiamento climatico, ci sono anche qui schiere floride di negazionisti, così come c’è anche un dibattito a livello scientifico che tende a non creare un rapporto di causa-effetto tra l’uomo e il cambiamento climatico. Papa Francesco nella Laudato Sii prende posizione in modo chiaro, il cambiamento climatico è un dato irriversibile ed è causato dall’uomo.

Dunque non è vero che in realtà ciclicamente nella storia avvengono certi fatti, ma c’è obiettivamente a partire dall’epoca moderna, che ha significato una serie di elementi che hanno modificato il rapporto grazie alla tecnica poi divenuta tecnologia, tutto questo ha prodotto un grande cambiamento.

Trovo molto interessante questo nuovo dialogo tra scienza e etica. Lo dico perché oggi la scienza vive una stagione segnata da un certo disincanto, gli scienziati non è che se la passino bene in questo momento, non solo per proprie responsabilità, perché la pandemia li ha sopraesposti e hanno gli scienziati stessi ad essere troppo soggetti alle leggi della comunicazione pubblica, con l’effetto che la scienza, che nell’immaginario collettivo che fosse il presidio delle certezze, appaia invece per quello che è, e cioè una ricerca che si accresce a partire dai fallimenti, e che non ci fornisce soltanto delle ricette infallibili, ma tutt’al più ci mette al riparo da errori e da macroscopiche deviazioni.

Perciò io trovo che sia molto interessante che Papa Francesco accrediti la scienza in rapporto all’etica, dandoci subito la sensazione che la scienza e la fede sono le due ali del nostro modo di poter attraversare il mondo e che l’una non sta in piedi senza l’altra. Così come la fede ha bisogno della scienza per non scadere nella superstizione, così la scienza ha bisogno della fede per non perdere il suo orientamento.

La correlazione tra ecologia e economia

Seconda questione che mi pare sia di tutta evidenza nella Laudato Sii è il fatto che il Papa pone una relazione strutturale tra dato ecologico ed economia e società. L’ecologia non è più il pallino dei “verdi”, l’ecologia è una questione che sta in stretto rapporto con l’economia e la società. Per intenderci, il cambiamento climatico è una questione di giustizia, e non a caso si parla di migranti climatici per descrivere una nuova categoria di persone costrette ad abbandonare la propria terra a causa della insostenibilità del clima.

C’è perfino chi ha scritto che i problemi del Medio Oriente, soprattutto quelli relativi alla Siria, siano in realtà legati all’immissione forzata e all’inurbamento di milioni e milioni di gente proveniente da altri territori extra-siriani che hanno prodotto questa bomba sociale. Dunque il cambiamento climatico sarebbe la causa di questa tensione geopolitica, che noi siamo soliti attribuire alla tensione tra palestinesi e israeliani e che invece, in realtà, più semplicemente è legata al cambiamento climatico.

Allora, questa correlazione tra ecologia e economia è qualche cosa che attraversa per intero la Laudato Sii e fa finalmente comprendere che qui sta o cade la nostra possibilità di convivenza.

I cambiamenti partono dal basso

C’è un terzo e ultimo elemento che vorrei richiamare ed è il fatto che Papa Francesco dimostra che i cambiamenti possono esserci non semplicemente a partire dalle strutture o dalle istituzioni, ma a partire dal basso, cioè dai singoli. In tutta la sua riflessione c’è questa fiducia che il singolo possa fare la differenza e che i cambiamenti partano normalmente dal basso, più che dall’alto. La politica è molto fragile in questo momento e tende a mobilitarsi quando percepisce che questo possa tramutarsi in un consenso politico.

Perciò, la strada che il Papa indica è la mobilitazione dal basso da parte di tutti. Qui c’è la conferma di quella sua straordinaria novità che è stata, a partire dal 2014, l’incontro con i movimenti popolari. Non solo quelli stranieri, ma anche i nostri, che erano costituiti per lo più da persone “extra-parlamentari”. Questi movimenti popolari con i quali il Papa si interfaccia, sono spesso frange piuttosto esterne, ma il Papa non rinuncia alla possibilità di un confronto rispetto a questi movimenti perché sa che proprio da queste frange, anche quantitativamente piccole, è possibile innescare quella scintilla, che metta in grado di operare un cambiamento di mentalità.

Noi adesso identifichiamo in Greta Thumberg l’antagonista delle istituzioni, ma in realtà in questi anni ci sono state tante piccole realtà che non hanno chinato la testa di fronte a quello che stava avvenendo, ma hanno provato a fare qualcosa di diverso. Tutto questo mondo “alternativo” diventa per il Papa la conferma che le cose possono cambiare se da parte della base c’è la consapevolezza che non succede tutto sopra la nostra testa, ma che noi possiamo fare la differenza.

Questo è purtroppo l’esito della società moderna, che ha portato lentamente verso una sorta di “de-responsabilizzazione”, perché noi ci sentiamo inermi di fronte a certi processi che avvengono sopra le nostre teste, però ci sono delle cose quotidiane che sono alla portata di ciascuno di noi che possono fare la differenza.

L’urbanizzazione e l’impoverimento del territorio

Se è vero che nel 2050 l’urbanizzazione sarà ancora più preponderante, e che nelle città saranno concentrate più del 75% delle persone globali, mi verrebbe da dire che, per quanto riguarda noi che siamo la Sabina più alta, non c’è purtroppo partita. Calcolate voi che in questi ultimi 50 anni c’è stato un progressivo abbandono demografico della mia Diocesi a favore di Diocesi più vicine a Roma. L’urbanizzazione è stato questo fenomeno che si data agli inizi del ‘900 che ha di fatto spopolato la montagna a favore di questa concentrazione urbana.

Questo però pone un problema anche di natura ecologica, perché in realtà esiste storicamente una relazione stringente tra città e montagna. Queste due dimensioni sono sempre vissute l’una grazie all’altra. Faccio un esempio che è eloquente: l’acqua. L’acqua non nasce a Piazzale Ostiense, ma nasce sotto il Monte Velino, alle fonti di Peschiera, in queste zone che ormai sono quasi disabitate. L’acqua del Peschiera disseta Roma per oltre il 70%, quindi vuol dire che è fondamentale. Così fondamentale che l’altra sera il Ministro Giovannini nell’incontro con le Diocesi per le aree interne conosceva l’investimento di più di 400 milioni di soldi pubblici sull’acqua. Secondo me è importante riscoprire questo legame e siglare una sorta di contratto tra città e montagna, perché apparentemente in questo momento sembra essere avvantaggiata la città, come se avesse “la pistola in mano”, mentre la montagna da un punto di vista politico non ha alcuna rappresentanza.

Solo apparentemente le cose stanno così, perché la città dipende nelle sue risorse fondamentali dalla montagna: l’aria, l’acqua, il legname di pregio. Tutte quelle cose che fanno la vita, dipendono dalla montagna, non dalla città. Allora delle due l’una, o troviamo la maniera perché questa correlazione si ristabilisca, ma in una forma paritaria, o le cose non possono funzionare. Questa correlazione è tra soggetti paritetici, anche se non sembrerebbe. Il problema, anche in questo caso, è culturale.

No al progresso quantitativo, sì allo sviluppo qualitativo

La nostra è una società che, da un secolo a questa parte, ha finito per privilegiare un criterio esclusivamente quantitativo, cioè l’unico criterio dirimente è il PIL. Invece, perfino le organizzazioni internazionali ormai sono consapevoli che gli obiettivi sono almeno 17, non ce n’è solo uno. C’è la qualità della vita, la scolarizzazione, la salute, solo per citarne alcuni.

Questo introduce una categoria che nel Magistero Sociale della Chiesa è molto presente a partire dalla fine degli anni ’60, la categoria di “sviluppo”, che è altra cosa rispetto a quella di “progresso”.

Il progresso ha un carattere eminentemente quantitativo, lo sviluppo dice invece qualche cosa che ha a che fare con la qualità.

Io mi aspetto che si abbia l’accortezza di ricostruire questa correlazione, ma non semplicemente sulla base di un pendolarismo “mordi e fuggi”, all’insegna della nostalgia del paesello, perché quello che dobbiamo fare non è ricostruire dei presepi, ma ricostruire dei centri anche piccoli che però consentano alle persone d vivere in quota avendo le stesse opportunità di chi vive “in basso”.

Questo deve accadere perché diversamente, il rischio che noi stiamo correndo, visto anche che sta iniziando la ricostruzione dopo il terremoto, è che stiamo costruendo delle cattedrali nel deserto. Se la gente non rimane e se ne va, e restano per lo più gli anziani, è chiaro che non c’è prospettiva. Se questi territori spopolati si spopolano ancora di più, che fine farà la possibilità di conservare queste risorse così fondamentali?

E’ per questo che la montagna di Roma è importante come Roma, perché vivono in simbiosi. Noi abbiamo perso la capacità di cogliere la connessione che esiste anche tra situazioni geografiche diverse, invece questo dire che tutto è connesso è il criterio discriminante della Laudato Sii. Già Paolo VI aveva introdotto il concetto di Interdipendenza, che in sintesi dice che nessuno se la cava da solo. E questa è una lezione che abbiamo appreso in maniera drammatica durante il Covid.

Siamo la società del rischio

A me sembra che la nostra società del progresso abbia censurato il tema del rischio, noi ci siamo cullati nella favola della sicurezza. La nostra invece è una società che per definizione è del rischio, perché quello che è stato l’elemento di crescita, di sviluppo e di progresso ha creato tante e tali interconnessioni che, come nel caso del virus, hanno reso questa trasmissione immediata, in tempo reale.

Queste società così sviluppate, strutturalmente così sofisticate, sono quelle più facilmente esposte a tutta una serie di shock, di cui però stranamente la nostra mente non riesce mai a prevedere quello che accade. Dall’inizio del nuovo millennio, abbiamo avuto tre shock anafilattici: l’11 settembre, la crisi finanziaria del 2008 e la pandemia. Nessuno è stato in grado di prevedere questi fenomeni.

La connessione che dobbiamo trovare quindi è questa, la connessione tra città e montagna, e questo vuol dire investire sicuramente nelle infrastrutture digitali ma anche investire in altre forme che rendano possibile la vita in montagna come in città.

La decrescita e la difesa di terra, casa e lavoro

La decrescita è un imperativo che impone una restrizione che non ci viene così naturale. Credo che quella della decrescita deve essere una prospettiva, presente nella Laudato Sii, che non deve terrorizzarci. Infatti il pregio della Laudato Sii è di non fare del terrorismo ambientalista. Sono in tanti a fare questo mestiere, ma il terrorismo non funziona, non è che le cose cambiano perché qualcosa ci spaventa. Il pregio della Laudato Sii, che parte da un’analisi lucida dei dati scientifici per farci entrare nella realtà della nostra “casa comune”, è che accanto a questo c’è anche una prospettiva positiva, perché il Papa invita a riscoprire la bellezza del creato. Il tono francescano della Letizia si fa strada per mostrare che questa decrescita in realtà ci fa ottenere uno stile di vita che ci soddisfa ancora di più.

Il Papa quando parla di decrescita fa riferimento a tre cose: la terra, la casa e il lavoro, che sono le cose essenziali che definiscono il bene comune, senza le quali non si dà la possibilità di un’esistenza umana. Queste tre cose vanno tenute insieme. Il lavoro quindi è una componente che deve essere assicurata a tutti.

L’ecologia integrale

Il discorso che fa il Papa sull’ecologia integrale è di non ridurre il discorso sull’ecologia solo alla terra, ma allargarla alla qualità delle nostre relazioni umane, la nostra capacità di saper declinare insieme diritti individuali e doveri sociali. Noi veniamo da una stagione, quella del ‘900 che ha sponsorizzato questo individuo che è quasi un apolide che da solo se la cava rispetto a tutto il resto. Siamo stati sbalzati da cavallo dalla vicenda del Covid, quindi questa non può essere una semplice ripartenza, ma deve essere un nuovo inizio che ci aiuta a declinare meglio l’io con il noi. Anche questa è ecologia integrale. Le cose non vanno avanti perché ognuno mette in primo piano il proprio interesse particolare.

Chiudo con un esempio. Il terremoto di Amatrice è stato un evento tragico, che però è stato anche la storia degli effetti di un malcostume che è diffuso in cui l’io, e le pretese individuali, spesso hanno la meglio su qualsiasi altra considerazione un pochino più larga. Molti dei morti di Amatrice sono finiti sotto le macerie perché il modo di costruire negli anni ’70-’80 ha privilegiato delle caratteristiche individuali.

Dobbiamo connettere il ponte tra io e noi. Moltissime case non si riescono a ricostruire, perché ci sono tantissimi abusi che non consentono di avviare le pratiche. L’esito di questo malcostume è che tutto è venuto giù.

Questo è un tempo nuovo in cui ripartiamo e dobbiamo aiutarci a riaprire questo ponte tra l’io e il noi, tra i diritti e i doveri, e questo è il compito che ci aspetta. Questa è ecologia integrale, l’ecologia non può essere circoscritta a un singolo tema ma riguarda il nostro modo di essere uomini e donne e di approcciarci alla realtà.

SCARICA IL PDF DELL'ARTICOLO

[bws_pdfprint display=’pdf’]

Iscriviti alla Newsletter

Ricevi gli ultimi articoli di Riparte l’Italia via email. Puoi cancellarti in qualsiasi momento.

Questo sito utilizza i cookie per migliorare l'esperienza utente.