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Marcello Cattani, presidente di Farmindustria: “L’aumento dei prezzi dei farmaci? Potrebbe succedere entro l’anno. Con la chiusura di Hormuz, stimiamo un 20% di maggiori costi industriali fra energia, manifattura, trasporti e materie prime”

Aspettiamoci il rincaro dei medicinali, in testa i salvavita e quelli innovativi.

L’effetto combinato del conflitto in Medio Oriente e delle misure Mfn negli Stati Uniti sta spingendo verso l’alto i listini della farmaceutica in Europa, Italia compresa.

La clausola Mfn, Most favored nation, voluta dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump impone infatti alle aziende farmaceutiche di abbassare i prezzi dei nuovi farmaci in linea con quelli della nazione più favorita.

Un boomerang per l’Italia e l’Europa.

Lancia l’allarme Marcello Cattani, presidente di Farmindustria oltre che presidente e ceo di Sanofi Italia e Malta.

L’associazione sarà in audizione il 31 marzo alla Commissione Affari sociali e sanità del Senato, sul Testo unico della legislazione farmaceutica, per il riordino della normativa sul settore.

Cattani chiederà che “sia riconosciuto il valore d’innovazione delle imprese farmaceutiche” (cioè di aumentare l’investimento in spesa farmaceutica, spingendo però anche sulla prevenzione con l’analisi dei dati e l’intelligenza artificiale) e di accelerare l’autorizzazione in Italia dei farmaci già approvati dall’Ema (l’autorità europea), per esempio “eliminando i prontuari regionali e potenziando l’Aifa”, l’agenzia italiana del farmaco.

Dobbiamo aspettarci un aumento dei prezzi dei medicinali?

Sì, potrebbe succedere entro quest’anno per effetto delle dinamiche internazionali”, risponde Cattani in una intervista a “L’Economia del Corriere della Sera”.

Che impatto può avere sulla farmaceutica italiana la guerra Usa-Iran, con la chiusura di Hormuz?

Stimiamo almeno un 20% di maggiori costi industriali fra energia, manifattura e trasporti, poi si aggiungono le materie prime. Ed è una previsione conservativa – prosegue – Va sommata all’incremento del 30% che già abbiamo registrato dal 2021 a oggi, con le crisi precedenti. Se la guerra in Medio Oriente durerà a lungo rischiamo poi una carenza di farmaci salvavita come gli anticoagulanti, ma anche i neurolettici e i farmaci per la pressione, tutti di ampia diffusione con un rimborso molto basso dal sistema sanitario nazionale”.

Perché?

Con l’aumento dei costi e i ritardi nelle forniture diventa complicato mantenere la produzione alta in Italia e nel resto d’Europa. La logistica tornerà a essere un elemento critico”.

Quanto esporta la farmaceutica italiana verso il Medio Oriente?

Tra il 2020 e il 2025 l’export è aumentato del 352% a 1,4 miliardi, in testa l’Arabia Saudita con il 51% poi gli Emirati Arabi Uniti con il 22% quindi Israele con l’8% e l’Iran con il 4%. L’Italia è il quinto Stato per valore dell’export dopo Germania, Svizzera, Paesi Bassi e Belgio. L’impatto può essere sistemico ed estendersi ad aree esterne al conflitto. Ma ancora più cogente è la clausola Mfn americana, che entrerà in vigore nei prossimi mesi”.

L’industria farmaceutica dovrà abbassare i prezzi negli Stati Uniti. Per questo li aumenterà in Europa?

Gli Stati Uniti si sono assicurati 400 miliardi di dollari di investimenti in ricerca e sviluppo sul territorio americano da parte delle aziende estere, di cui 100 sottratti all’Europa. È il momento di agire con urgenza. Negli Stati Uniti il calo dei prezzi potrà essere tra il 20% e il 60%, in Europa ci si aspetta un aumento analogo, in compensazione. Gli Usa sono il primo mercato, non possiamo non esserci. E l’Europa non è indipendente, sconta un ritardo nella ricerca”.

Come se ne esce?

In Italia è urgente la riforma del Testo unico farmaceutico. Siamo contrari alla proposta di una clausola di salvaguardia e alla revisione del prontuario terapeutico per tagliare i prezzi, già più bassi di Spagna, Francia e Germania, oltre che al payback. Apprezziamo ciò che il governo ha fatto finora, ma bisogna dare all’Italia un percorso early access all’innovazione – suggerisce CattaniLa disponibilità di un farmaco o un vaccino dev’essere immediata, appena c’è l’autorizzazione dell’Ema, senza la valutazione di ogni singola regione. Bisogna abolire i prontuari regionali, è tutto già nelle competenze dell’Aifa, che va semmai potenziata. Non si possono aspettare 4 mesi per un farmaco. Poi va misurato e riconosciuto all’industria farmaceutica il valore dell’innovazione”.

E come si fa?

Si calcola il vantaggio potenziale. Per esempio: quanti letti posso ridurre se accolgo queste terapie innovative nei prossimi cinque anni? Cambia l’approccio, da una negoziazione sul minor prezzo al ‘value based’”.

L’aumento dei prezzi lo pagherebbe il servizio sanitario nazionale?

Sì ma su una logica di valore, non di costo, aumentando l’efficienza e la prevenzione. Per esempio con l’uso dell’intelligenza artificiale. La farmaceutica vale l’1,5% del Pil, con la life science arriva al 10%. Oggi la spesa per farmaci è di 25 miliardi, per mantenerci competitivi dovrebbe salire a circa 28 miliardi”, ricorda Cattani.

Ma il Servizio sanitario nazionale non ha i fondi necessari…

Perché spesso ci si focalizza su farmaci e vaccini. Bisogna concentrarsi sul restante 85% della spesa in sanità: chirurgia, personale, ospedali. La spesa destinata alla sanità dovrebbe essere più alta, come la spesa per la difesa”, osserva.

Avete aumentato l’export del 28,5% a 69,2 miliardi nel 2025. Effetti?

Un record, ma il fatto straordinario è che la parte del leone l’hanno fatta il Centro e il Sud. Il nostro settore sta ridisegnando l’economia italiana”, conclude.

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