Le forniture verso l’Italia di gas russo in gennaio sono state di circa la metà rispetto a dicembre e del 75% circa sotto le medie dei mesi invernali degli ultimi anni. Vladimir Milov, viceministro dell’Energia durante il primo mandato di Vladimir Putin al Cremlino, ha dimostrato dati alla mano come il razionamento sia frutto di una decisione di Mosca. «Ci sono prove crescenti che Gazprom è stata coinvolta nel prevenire la consegna di volumi significativi di gas al mercato europeo» ha dichiarato al Corriere.
Lo shock energetico
Occorre dunque capire cosa accadrà adesso, soprattutto se l’Unione europea decidesse altre sanzioni contro la Russia. Qualora Bruxelles escludesse le banche russe dai sistemi di pagamento in euro (con il necessario assenso dell’Italia), Mosca potrebbe varare ritorsioni.
Potrebbe tagliare le forniture di gas e petrolio, che per l’Italia rappresentano rispettivamente il 43% e il 10% dell’import di materia prima. Si tratta di capire in che misura il Paese sia in grado di sostenere uno choc del genere.
D’altronde, se ci si accordasse come sembra su una delle possibili sanzioni da comminare alla Russia (il blocco del sistema dei pagamenti SWIFT), l’Italia non potrebbe ritirare la fornitura di gas naturale perché impossibilitata a pagare. Va ricordato al riguardo che i pagamenti SWIFT, o trasferimenti bancari internazionali, rappresentano uno dei sistemi di mercati finanziari più grandi al mondo. Sebbene politicamente non sia indifferente se l’Italia dovesse non acquistare, o se la Russia decidesse di non esportare, il risultato cambierebbe poco: perderemmo circa la metà delle importazioni.
Aumentare le importazioni
La questione è allo studio del ministero della Transizione ecologica che due giorni fa, in via prudenziale, ha imposto a tutti gli operatori nazionali di aumentare al massimo le importazioni. Da ieri è raddoppiato il tiraggio dei gasdotti che arrivano in Italia da almeno cinque direzioni (oltre la Russia da Nord Europa, Libia, Algeria e Azerbaigian). Senza aspettare la fine dell’inverno le autorità hanno varato un avvio anticipato del riempimento delle riserve, che oggi sono al 30 %: un livello tutt’altro che elevato (erano al 90% in autunno), ma superiore a quelli tipici di questa stagione. Questi cosiddetti «stoccaggi» di solito vengono ricostituiti in estate pompando gas nei vecchi giacimenti esauriti, in modo da avere scorte per l’inverno successivo.
Il piano di Draghi
Il piani di emergenza per affrontare una crisi energetica arriva fino alla riapertura delle centrali a CARBONE, a nuovi rigassificatori e a un aumento della produzione di gas nazionale.
Non farsi trovare impreparati, è l’imperativo del presidente del Consiglio, Mario Draghi, nell’informativa alla Camera sulla guerra in Ucraina, anche se precisa di augurarsi che questi piani non servano. Intanto, per far fronte alla vulnerabilità dell’Italia, “il governo è al lavoro per approntare tutte le misure necessarie per gestire al meglio una possibile crisi energetica”, dichiara Draghi. Detto in inglese sarebbe il famoso “whatever it takes”, del 2012. Allora c’era l’euro da salvare, ora tutto il necessario serve a limitare il più possibile l’impatto della guerra e delle sanzioni sull’economia italiana.
Centrali a carbone
Le misure eccezionali a cui fa riferimento Draghi prevedono una maggiore flessibilità dei consumi di gas, sospensioni nel settore industriale, regole per il termoelettrico, l’aumento delle forniture alternative con l’incremento del gas naturale liquefatto dagli Usa (con in prospettiva il miglioramento delle capacità di rigassificazione), portare a pieno carico i gasdotti Tap dall’Azerbaijan , Transmed da Algeria e Tunisia e Greenstream dalla Libia. Fin qui sono le misure già anticipate dal ministro della Transizione energetica, Roberto Cingolani, al Parlamento. Poi arriva la novità. “Potrebbe essere anche necessario – dice il premier – la riapertura delle centrali a CARBONE per colmare eventuali mancanze nell’immediato”. Quindi non solo aumentare l’energia prodotta dalle centrali ancora attive, ma addirittura fare una momentanea marcia indietro rispetto all’impegno di dismettere o rincovertire tutti questi impianti entro il 2025, come prevede il Pniec – Piano nazionale integrato energia e clima – e gli impegni di Glasgow. La proposta fa subito discutere, anche se Draghi aggiunge che “la risposta più valida nel lungo periodo sta nel procedere spediti, come stiamo facendo, nello sviluppo delle fonti rinnovabili”. Il CARBONE, incalzano gli ambientalisti Angelo Bonelli ed Eleonora Evi di Europa Verde, è “un killer della salute”. Anche Roberta Lombardi del M5s e il segretario nazionale di Sinistra Italiana, Nicola Fratoianni si dicono preoccupanti. Mentre si esprimono a favore deputati di Forza Italia e Carlo Calenda, secondo il quale con la riapertura di quegli impianti si può ridurre la dipendenza dal gas del 50% per tutto il periodo della crisi. Il vecchio CARBONE è intanto già venuto in soccorso: in questi giorni la centrale di Civitavecchia sta lavorando a pieno regime, come dimostrano le navi carbonifere a largo del porto. E già a dicembre, per un paio di settimane, erano state riaccese e poi rispenti gli impianti a carbone a La Spezia di Enel e a Monfalcone che fa capo ad A2a.








