[L’intervento] Andrea Baldanza (Vice Capo di Gabinetto del MEF): «Il Recovery Fund è un nuovo Piano Marshall, ma bisogna rivedere il riparto delle competenze istituzionali per rispettare i tempi e le modalità imposte dalla UE e per evitare conseguenze sul nostro debito pubblico»

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Andrea Baldanza, Magistrato della Corte dei Conti e Vice Capo di Gabinetto del Ministero dell’Economia e delle Finanze, è intervenuto all’evento tenutosi a Bologna organizzato dal nostro Osservatorio Riparte l’Italia, ed ha partecipato al panel dal titolo “Recovery Fund, la sfida da vincere”. Vi riportiamo di seguito il suo intervento integrale.

«Iniziative come quella di oggi consentono di fare una riflessione quanto mai utile per il Paese sul tema del Recovery Fund, perché abbiamo tempi ristretti, decisioni da assumere e obiettivi che non possono essere falliti.

Permettetemi un breve riferimento storico, non è la prima volta che l’Italia dispone della disponibilità di avere risorse, 190 miliardi pare di cui 62 come sussidio; nella nostra storia abbiamo avuto già in passato una vicenda analoga che è quella del cosiddetto Piano Marshall. Il Piano Marshall, ambientato nel dopoguerra, ha alcune similitudini rispetto all’impianto attuale. Innanzitutto la dimensione, nel senso che se consideriamo i dati del Piano Marshall rapportate al PIL 2020, facendo i dovuti calcoli e convertendo i dollari in euro si vede che ha inciso a suo tempo per il 10%, così come attualmente tutto il finanziamento e le assegnazioni di risorse previste dalla manovra europea, se correttamente richieste e nei tempi previsti, incideranno nella stessa misura.

È però molto diverso lo scenario. I dati del piano Marshall ci dicono che soltanto nel nostro paese, che era il terzo come soggetto di destinatario di risorse dopo l’Inghilterra e la Francia, in investimenti venne impiegato solo il 25%. E ancora siamo occupati nella rendicontazione del Piano Marshall attraverso la Federconsorzi.

Detto questo, con una adeguata dose di preoccupazione rispetto a questa ulteriore circostanza, è molto diverso anche il piano istituzionale. Noi abbiamo un sistema che con il titolo V della Costituzione si sostanzia in un riparto delle competenze tra Stato, Regioni ed Enti locali di cui non possiamo non tener conto nel momento in cui pensiamo di dover investire le risorse.

Noi potremo presentare dei progetti, ma è un po’ grossolano dire che in Italia ci vuole tanto tempo per realizzare un’opera pubblica perché ci sono i ricorsi al Tar, il non aggiudicatario, l’interveniente e quant’altro. In realtà a mio giudizio si arriva all’ultimo tassello del bando di gara per l’opera pubblica dopo un periodo lunghissimo di trattativa tra tutti i soggetti coinvolti, tra le varie amministrazioni di cui dopo l’ultimo tassello è il bando di gara, quello forse più visibile, che desta più sconcerto nell’opinione pubblica, ma si arriva dopo un percorso che è molto lungo.

Ora questo non ce lo possiamo permettere, quindi è evidente che dobbiamo in qualche maniera cercare di individuare una procedura diversa. Le Regioni giustamente non vogliono essere soltanto un soggetto che è attuatore, altrimenti potrebbe farsi nella maniera più semplice, si prendono risorse e progetti, si individuano una percentuale per ogni Regione e poi ogni Regione procede a individuare i piani di spesa per quel tipo di attribuzione. Ma sarebbe la negazione del piano, perché finirebbe nel localismo e perderebbe la capacità di poter innovare il sistema rispetto a quelle che sono le linee guida e i documenti che sono stati presentati dal Governo. Quindi una ripartizione per territorio, anche una funzione perequativa sotto il profilo delle infrastrutture, non risponderebbe allo spirito dell’intervento e del finanziamento dell’Unione Europea.

Poi c’è di fondo, e permettetemi in questo caso di indossare la veste della Corte dei Conti, che se le risorse non sono impiegate nei modi e nei tempi giusti, non solo non ci permetterebbe di accedere alle ulteriori somme del finanziamento, ma anche quelle pregresse si perdono e quindi diventano debito pubblico, con tutto quello che deriva da questa spettrale ricostruzione. Il che vuol dire che una occasione nata per poter avere delle risorse che davano copertura a spese, se non tempestivamente e correttamente curate generano un effetto moltiplicatorio negativo sul nostro debito, quindi su quella che è la nostra capacità per il futuro di poter garantire i servizi a tutte quante le generazioni.

È chiaro che su questo occorre fare una riflessione da parte dell’intero Paese. E poi risorse al pubblico o investimenti anche dei privati? E sugli investimenti dei privati, sono aiuti di stato, come sembra in qualche maniera essere rappresentato dall’Unione Europea? Allora è chiaro che se qualsiasi investimento da parte di un privato si cumula come aiuti di Stato e quindi occorre procedere a notifiche e quant’altro, oltre che a dover essere ancora più rapidi nella presentazione dei progetti, c’è pure un problema di quantificazione delle somme.

Se viceversa è “soltanto” risorse per impiegarle all’interno delle infrastrutture pubbliche o comunque servizi che possono essere di aggiornamento e miglioramento della qualità della vita e delle prospettive, anzi è una sorta di volano per futuri investimenti, è chiaro che su questo occorre fare una riflessione per riparto delle competenze perché l’assetto esistente non è idoneo a supportare tutte le richieste che l’Unione Europea ci pone.

Qualche riferimento più recente lo abbiamo avuto. Nell’Expo 2015 venne costituita appositamente una società di scopo con la finalità di essere da un lato soggetto appaltante dall’altro soggetto esecutore, dove aveva questo duplice ruolo. Qui è da comprendere qual è il ruolo che deve essere istituito da questa entità, senza arrischiarmi in alcuna identificazione. Ci deve essere un soggetto, una cabina di regia che deve assicurare che le risorse non vengano assegnate esclusivamente sulla base di una ripartizione territoriale, che vengano ad essere individuati dei progetti che possano essere rispondenti a quelle che sono le aspettative da parte dell’Unione Europea, e che abbia una capacità di controllo o comunque di intervento, di avocazione delle competenze laddove ci sia una difficoltà, un ritardo nella elaborazione e nella attuazione degli interventi che sono stati prospettati, nel rispetto delle prerogative costituzionali.

È chiaro che questo comporta un collegamento- che rende tutto ancora più difficile – tra la struttura ministeriale, gli organi di controllo esistenti e la capacità di intervenire rispetto alle singole iniziative. È impensabile che secondo l’attuale sistema di riparto delle competenze se il singolo comune si oppone ad una variante rispetto ad un’opera ferroviaria o ad un’opera pubblica questo possa bloccare e far perdere risorse a tutti.

Occorre una riflessione collettiva da parte dei soggetti pubblici, da parte dei soggetti privati, direi da tutta quanta la società civile, degli elettori, per poter giungere a chiarire in tempi rapidi che le risorse arrivano da fuori, dall’estero, sono pure a fondo perduto, ma incombono le regole di bilancio nazionale. Occorre capire su questo che soltanto se si ha una capacità di innovare sul piano delle attribuzioni delle competenze sarà possibile rispettare le prescrizioni, altrimenti il rischio concreto è che questa si trasformi in un’occasione perduta con tutto il resto delle conseguenze nefaste per il nostro debito»

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