Che in Europa e soprattutto in Italia è un’attività economica ancora molto forte.
Avendo perso la corsa con le 7 grandi dell’hi-tech nel mondo.
Questo potrebbe diventare un modello italiano anche da studiare come lo fu il modello dei distretti, puntando sull’adozione e l’utilizzo efficace dell’IA già esistente.
Anche il difficile 2025 terremotato dai dazi di Donald Trump si è chiuso meglio di quanto non si fosse aperto.
Non solo per i pasticci del Presidente americano che, dopo aver tuonato lanciando fulmini e saette, è stato via via costretto a ridimensionare le sue minacce, fino a una clamorosa ritirata di fronte alla contro-sfida della Cina.
L’anno nuovo si apre con un gran sollievo per l’industria tricolore della pasta, mentre Trump disamorato dai dazi e stoppato da Vladimir Putin, si butta sul Venezuela di Nicolás Maduro.
Intanto le imprese italiane hanno digerito non senza difficoltà anche l’amaro boccone del protezionismo americano continuando ad aumentare le esportazioni.
Dal 2019 c’è stata una crescita del 30%; se prendiamo i saldi della bilancia commerciale l’Italia è al quarto posto, ha superato la Corea del sud e quest’anno potrebbe sorpassare anche il Giappone.
Nel 2025 s’è vista una forte ripresa in settori come la farmaceutica, i mezzi di trasporto esclusa l’auto, l’agro-alimentare oltre ai macchinari che restano al primo posto.
Certo, la produzione industriale italiana è scesa in modo continuo, salvo pochi intervalli da oltre due anni, a causa di una domanda interna anemica, inoltre la crescita del Pil l’anno scorso è rallentata fino ad appiattirsi del tutto dal secondo trimestre.
Occorre una politica industriale di tipo nuovo, non incentivi monetari (non solo), ma una politica nella quale entri con un ruolo centrale l’istruzione a tutti i livelli.
Dunque non c’è da stappare del prosecco: l’industria manifatturiera ha mostrato la sua solidità anche finanziaria.
Non c’è solo il bilancio dello Stato a essere sotto controllo, i bilanci privati, quelli delle imprese, hanno fatto molto meglio.
Il rapporto tra debito nel suo complesso (cioè prestiti più emissioni obbligazionarie) e il totale delle attività (o passività) risulta pari al 28,7% nel 2024, con un calo di 15,8 punti percentuali rispetto al 44,5% del 2011 (massimo della serie storica).
Se poi guardiamo al rapporto tra il credito bancario alle imprese e il prodotto lordo, siamo a 27,2% a fine 2024 contro un massimo di 53,9% a fine 2011.
La minor dipendenza dall’indebitamento e soprattutto dalle banche, con l’ampia liquidità messa in sicurezza, rendono le imprese molto più pronte ad affrontare le tempeste.
Ma l’incognita, anzi la sfida maggiore, sarà l’avvio in modo diffuso di una nuova innovazione dirompente che anziché concentrarsi in un prodotto o in un settore trasformerà ancora le aziende manifatturiere e forse ancora di più i servizi.
Questa innovazione si chiama IA, intelligenza artificiale, non quella che verrà per la quale le sette sorelle americane si stanno sfidando a suon di trilioni di dollari rischiando un patatrac finanziario, ma quella che c’è già.
Imprese come Fastweb (numero uno nella telefonia dopo la fusione con Vodafone Italia) si stanno lanciando su questa strada.
La Cassa depositi e prestiti si sta attrezzando per finanziare start-up e dare sostegno alle nuove iniziative che vanno dalla robotica alle biotecnologie, lo stesso mondo della stampa e dell’informazione sta facendo i conti con le possibilità e contraddizioni della nuova disruptive innovation.
Secondo il presidente della Cdp Giovanni Gorno Tempini, intervistato dal Foglio, proprio il nuovo salto tecnologico sarà la novità più rilevante dell’anno a cominciare dalla manifattura.
Quando poi arriverà nella Pubblica amministrazione avverrà un nuovo salto.
Dice Gorno Tempini: è inutile inseguire le «magnifiche sette sorelle», il divario ormai è troppo grande, non potremo mai mobilitare trilioni su trilioni di dollari.
Ma “l’Europa ha una forza manifatturiera che manca agli Usa, il tentativo di Trump di riportare la manifattura negli Stati Uniti è difficilissimo, tanto quanto il tentativo dell’Europa di recuperare il gap con le Big Tech.
Se invece parliamo di sposare IA con la manifattura noi abbiamo molto da dire, noi italiani in primo luogo”.
Un uso realistico e diffuso dell’IA farebbe compiere un salto al modello europeo che non è di per sé condannato a restare schiacciato tra Cina e Usa.
Insomma, potrebbe diventare un modello italiano anche da studiare come lo fu il modello dei distretti, puntando sull’adozione e l’utilizzo efficace dell’IA già esistente.
Teniamo conto, però, che siamo molto indietro.
L’Italia ha ancora un basso livello di alfabetizzazione digitale e non sono sufficienti i laureati nelle facoltà collegate, i cosiddetti Stem (Science, Technology, Engineering, Mathematics).
L’IA non è un gadget né un videogioco, oggi la maggior parte dei manager sono loro stessi impreparati.
C’è molto da fare, insomma, e occorre una politica industriale di tipo nuovo, non incentivi monetari (non solo), ma soprattutto una politica integrata dei fattori nella quale entri con un ruolo centrale l’istruzione a tutti i livelli.
Peccato che di tutt’altro oggi si discuta e il Governo sembra in tutt’altre faccende affaccendato.








