Su Repubblica Maurizio Molinari ricorda come l’Iran non disponga solamente di riserve petrolifere stimate in 157 miliardi di barili — il 9-10% del totale mondiale — ma abbia anche il 7% dei minerali cruciali per l’hi-tech, concentrati fra Yazd, Bafq e Saghand.
“Se il greggio iraniano va in gran parte verso Cina, India ed Europa e gli Stati Uniti non ne hanno bisogno, sul fronte delle terre rare — prosegue Molinari — l’interesse di Washington invece è indubbio.
Per il semplice motivo che i 17 minerali cruciali per la produzione di nuove tecnologie sono oggi in gran parte sotto il controllo della Cina — sul proprio territorio ma anche in molti paesi africani — mentre gli Stati Uniti sono impegnati in una difficile rincorsa ai restanti giacimenti.
Non a caso il tema delle terre rare è comparso nell’agenda della Casa Bianca in occasione del tentativo di impossessarsi della Groenlandia — che ne ha in misura significativa nel sottosuolo — e ora torna sul fronte dell’Iran per il semplice motivo che, anche qui, si tratta di risorse in gran parte inesplorate perché Teheran non possiede le tecnologie necessarie per estrarle come non ha neanche accesso — a causa delle sanzioni — alle catene di distribuzione internazionali per esportarle.
L’Iran è dunque una potenza mineraria incompiuta perché possiede una delle più ampie basi minerarie — tra 37 e 60 miliardi di tonnellate di risorse accertate — ma la sua presenza sul mercato è molto limitata.
Insomma, se durante il primo anno di presidenza Trump le terre rare sono state il maggior tema di negoziato fra Washington e Pechino, adesso il possibile scenario di un cessate il fuoco in Iran vede tornare alla ribalta le stesse materie prime nella cornice di una trattativa che ha due dimensioni sovrapposte: regionale Usa-Iran e globale Usa-Cina.
Perché Washington e Pechino, acerrime rivali su più fronti strategici, hanno in realtà anche il comune interesse a trovare un nuovo equilibrio globale.
Tutto ciò spiega come la sorte di ciò che resta del regime degli ayatollah è destinata ad avere un impatto che va ben oltre lo stretto di Hormuz”.








