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Le minacce di Trump alla Nato e le implicazioni per l’Europa | L’analisi di Paolo Gnes

Gran parte dei Paesi europei della Nato e il Canada hanno preso le distanze dall’attacco Usa-Israele all’Iran, rifiutando di autorizzare l’uso delle basi per operazioni di attacco e di inviare navi da guerra a supporto delle forze Usa a Hormuz.

Violentissima la reazione di Trump, che ha accusato gli alleati di codardia, inaffidabilità nel rispetto degli impegni, ingratitudine per non voler ricambiare l’aiuto, parassitismo per voler godere i frutti dell’impegno americano contro la dittatura degli Ayatollah senza prendervi parte.

Questo comportamento non sarà dimenticato e potrebbe portare all’uscita degli Usa dalla Nato e al ridimensionamento della loro presenza militare in Europa.

Intenzioni riprese da Rubio, con la precisazione che saranno affrontate operativamente appena concordata la tregua con l’Iran.

Si tratta di accuse palesemente infondate.

Il Trattato Nord Atlantico ha finalità difensive e non obbliga a intervenire in favore di un alleato quando sia lui l’aggressore, tanto più se in violazione delle leggi e della buona fede.

Inoltre l’attacco è stato condotto senza alcuna consultazione con gli alleati, in massima parte neppure informati.

Motivo dell’attacco sono stati gli interessi geopolitici e petroliferi israelo-americani e non l’intento umanitario di ridare libertà e democrazia al popolo oppresso dal regime con il quale Trump era pronto a trovare un accordo — sul modello Venezuela — se avessero soddisfatto i suoi interessi.

Nel merito, poi, erano via via emerse in termini sempre più evidenti le carenze strategiche e organizzative dell’attacco, che hanno infine condotto al suo insuccesso per quanto riguarda i risultati conseguiti rispetto a quelli dichiarati, provocando gravi danni economici soprattutto ai Paesi europei.

Infine, gli “alleati” si ritengono tali e non sudditi pronti ad eseguire senza discutere gli ordini dell’egemone, come preteso dalla nuova strategia della Casa Bianca e finalmente rifiutato formalmente da quasi tutti gli ex-alleati, inclusi giapponesi e sud-coreani.

Queste le principali ragioni dei Paesi europei, che sarebbe opportuno far conoscere nel mondo, in particolare agli americani, per conservare il rispetto e l’amicizia tra i popoli.

Non per sperare di recuperare un rapporto con il governo americano che — dopo aver corrisposto molto bene alle aspettative di entrambe le parti dal 1945 alla fine della Guerra Fredda e anche dopo — è entrato da tempo in una crisi che la svolta di Trump ha reso irreversibile.

Non significa che non possiamo restare amici e anche alleati, non certo alle condizioni pretese dalla Casa Bianca, ma su un piano di parità se e quando la potremo pretendere.

Oggi dobbiamo raccogliere la sfida per liberarci da una dipendenza divenuta non solo non dignitosa ma anche contraria ai nostri interessi, nell’unico modo possibile, e cioè promuovendo l’unità politica dell’Europa per farla diventare potenza.

Ne abbiamo la capacità e i mezzi.

Dobbiamo superare il complesso di non poterci difendere da soli, ma basterebbe integrare le nostre forze per accrescerne le capacità di difesa e deterrenza.

Del resto, non avendo alternative, prima iniziamo lo svezzamento, prima lo completiamo.

Lo avessimo iniziato il 24 febbraio 2022, ora saremmo a buon punto.

L’integrazione politica europea non è più l’araba fenice, molti ne comprendono oggi la necessità e ne sosterrebbero l’avvio.

Ma senza proposte concrete si rischia l’involuzione.

Lo abbiamo visto con la crisi di Hormuz: in assenza di un’azione europea sono ripartite le iniziative nazionali.

Come pensiamo di reinserirci in Medio Oriente — area certamente strategica per l’Europa — senza un’azione comune?

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