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[L’analisi] Uno scudo anti-spread congegnato male rischia di provocare ulteriore instabilità

Le notizie circolate ieri secondo le quali oggi il consiglio direttivo della Bce potrebbe aumentare i tassi di riferimento di 50 punti base, anziché di 25 punti come finora previsto, se confermate con la decisione odierna, segnalano il mutamento dell’impostazione della programmata gradualità con la quale si dovrebbe passare, come fin qui sostenuto, alla normalizzazione della politica monetaria. Il piano, di cui si parla da mesi, prevedeva un aumento più consistente a settembre: c’è da chiedersi, sempreché vi sarà una conferma dei 50 punti base, se e come si modifica il percorso della normalizzazione.

Si tratterebbe, comunque, di un nuovo errore nella comunicazione perché si è consentito per mesi che si formasse, non smentita, senza cioè fare nulla, da parte del vertice della Bce per prospettare pure ipotesi diverse, l’aspettativa di un aumento dei tassi, il 21 luglio, dello 0,25%, che adesso, invece, risulterebbe non più fondato. Può essere accaduto che si sia pensato a questa più consistente misura per bilanciare l’innovazione dello scudo anti-frammentazione o, meglio, per farla “digerire” ai falchi del consiglio della Bce.

Questi, magari, coglieranno strumentalmente anche la situazione politica italiana (considerato che si ritengono i titoli del nostro Paese tra i possibili beneficiari della protezione) con i rischi di instabilità di queste ore – che, però, si spera siano superati – per continuare a manifestare l’opposizione, per ora non esplosa, allo scudo in questione, magari ritenuto accettabile solo se il ricorso a esso sia legato a rigorose condizionalità. In ogni caso, resta l’attesa per conoscere la composizione e la forza dello scudo, sapendo bene che un’eventuale delusione avrebbe impatti negativi nei mercati e, paradossalmente, danneggerebbe il collocamento dei titoli pubblici piuttosto che aiutarlo.

Dovrebbe essere chiaro che penetranti condizioni per fruire dello scudo potrebbero avere la conseguenza di provocare una condizione di stigma sia nel caso del ricorso a esso, sia nella rinuncia, qualora questa fosse interpretata come motivata dal non volersi sottoporre alle condizioni in questione. Più che l’avvio della normalizzazione, sarebbe un incamminarsi verso una fase incerta, con rischi di instabilità. Ciò, pur dovendosi raggiungere una sintesi nel consiglio direttivo, impone, tuttavia, di evitare mercanteggiamenti tra le diverse visioni che porterebbero a un risultato complessivo scadente, se non rischioso, sia nel versante dei tassi sia in quello della protezione della politica monetaria.

Si parla della seduta odierna come un momento “storico” della Bce: l’aggettivo di questi tempi è sperperato; tuttavia, se giustamente si pensa di doversi cimentare con una situazione non ordinaria, allora l’impegno deve essere massimo anche nella comunicazione. In una situazione come l’attuale ancora da “stato di eccezione”, per molti versi, non si dovrebbe omettere di valutare anche misure di Vigilanza armoniche con la politica straordinaria, come accadde in epoche lontane, quale la fase del primo shock petrolifero spesso ricordata su queste pagine. Insomma, sarebbe necessario che la Bce – considerati l’aumento dell’inflazione e tutti gli altri straordinari problemi – rispondesse con l’impiego di tutti i suoi strumenti con il fine della stabilità monetaria e finanziaria e con l’apertura a un rapporto, sia pure nella sua autonomia, con la politica economica a livello centrale europeo e di singoli Paesi.

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