La Corte dei Conti fotografa un Paese in cui il fisco continua a bussare quasi sempre alle stesse porte: l’82% dell’Irpef infatti viene versato da lavoratori dipendenti e pensionati.
Significa che il grosso delle imposte sul reddito continua a essere pagato da chi la busta paga la riceve ogni mese e da chi vive di pensione.
Tutti gli altri contribuenti, pur partecipando naturalmente al gettito, restano ai margini di un’imposta che negli anni avrebbe dovuto diventare il simbolo dell’equità fiscale e che invece continua a gravare quasi esclusivamente sulle categorie più facilmente tracciabili.
A mettere nero su bianco questa realtà è il presidente della Corte dei Conti, Guido Carlino, nella relazione sul Rendiconto generale dello Stato.
Un richiamo che arriva mentre la riforma tributaria avviata nel 2023 continua il suo percorso.
Finora sono stati approvati diciotto decreti legislativi e sei Testi unici di riordino.
Un cantiere imponente che però, secondo la magistratura contabile, lascia ancora aperte questioni decisive.
Tra queste spicca la revisione delle cosiddette tax expenditures, l’infinita galassia di detrazioni, deduzioni e agevolazioni fiscali che vale circa 119 miliardi di euro di mancato gettito, pari al 5,3% del Pil.
Una cifra enorme che da anni tutti promettono di razionalizzare e che puntualmente sopravvive a ogni tentativo di potatura.
Ma il problema fiscale è soltanto uno dei tasselli di un mosaico più complicato.
Perché la Corte dei Conti, nel giudizio di parificazione del Rendiconto dello Stato per il 2025, avverte che l’economia italiana continua a navigare in acque agitate.
I rischi arrivano soprattutto dall’esterno: tensioni geopolitiche, energia, materie prime e un contesto internazionale che cambia velocemente.
Per questo motivo, spiegano i magistrati contabili, i margini di bilancio restano strettissimi e impongono una rigorosa ridefinizione delle priorità.
In altre parole, la stagione nella quale si poteva promettere tutto a tutti è finita.
Ogni euro speso dovrà dimostrare di valerne la pena.
La preoccupazione nasce dai numeri.
Nel 2025 la spesa netta è cresciuta dell’1,9%, mentre per quest’anno il governo stima un ulteriore aumento dell’1,6%.
E il conto potrebbe diventare ancora più salato nel 2027 quando, secondo le previsioni illustrate dal presidente di coordinamento delle Sezioni Riunite, Mauro Orefice, la crescita della spesa potrebbe raggiungere il 2,2%, soprattutto per effetto dell’indicizzazione delle pensioni.
A pesare sarà il ritorno dell’inflazione alimentata dai nuovi shock energetici.
Come se non bastasse, continua a inseguire i conti pubblici il fantasma del Superbonus.
Il rapporto deficit-Pil è fermo al 3,1%, ma una parte della differenza rispetto alle stime precedenti è legata all’emersione di nuovi crediti edilizi riconducibili alla normativa passata.
È la coda lunga di una misura che, pur ridimensionata, continua a presentare fatture inattese allo Stato.
Poi c’è il capitolo Pnrr, il grande motore della crescita che avrebbe dovuto cambiare il volto del Paese.
La Corte riconosce che il Piano continua ad avanzare senza ulteriori rallentamenti.
Ma c’è un dettaglio che pesa come un macigno: i ritardi accumulati non sono stati recuperati.
La spesa effettivamente sostenuta è salita a 113,5 miliardi di euro, contro gli 83 miliardi registrati nell’agosto del 2025.
Un’accelerazione significativa che porta al 58% delle risorse complessive.
Tuttavia resta una quota importante destinata a slittare oltre la scadenza del 2026.
Parliamo di 24,2 miliardi distribuiti su 66 misure, poco meno del 40% dell’intera dotazione interessata dalle revisioni.
Interessante anche il dato geografico.
Il Mezzogiorno appare più veloce della media nazionale nell’attuazione dei progetti.
La Corte, però, invita alla prudenza.
Il vantaggio potrebbe dipendere non soltanto dall’efficienza ma anche dalla minore dimensione finanziaria di molti interventi e dalle procedure accelerate introdotte per recuperare storici ritardi amministrativi.
Sul fondo resta una questione che va oltre i numeri.
Carlino rivendica il ruolo della Corte dei Conti come presidio della legalità finanziaria in una fase nella quale si discute di riformare il sistema dei controlli pubblici.
Un messaggio chiaro: modernizzare non significa abbassare la guardia.
La tutela delle risorse dei contribuenti resta una funzione essenziale dello Stato.
E forse è proprio qui che tutti i temi finiscono per ricongiungersi.
Dalle tasse pagate quasi soltanto da dipendenti e pensionati ai bonus edilizi, dalle pensioni al Pnrr.
Perché alla fine il problema non è soltanto quanto lo Stato incassa o quanto spende.
Il problema è capire chi paga il conto e verificare che quei soldi vengano utilizzati nel modo migliore possibile.
Oggi la Corte dei Conti ricorda che il conto continua a passare soprattutto dagli stessi portafogli.








