[Intervista Esclusiva] Il segretario di Stato Vaticano Pietro Parolin: «La modernità è fragile, serve un nuovo modello di economia. Ecco il progetto di Papa Francesco»

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Insieme al vaccino, per rendere davvero efficace la lotta al Covid 19 c’è una precondizione richiesta a tutti e indicata dal cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato di papa Francesco, con il vocabolo africano ubuntu.

In bantu significa benevolenza verso il prossimo: “Io sono ciò che sono in virtù di ciò che tutti siamo”.

E’ l’inizio di una rivoluzione gentile nel modo di stare al mondo impantanato in una conflittualità globale permanente.

In questa fase che la pandemia ha spento molte delle stelle divenute icone delle società consumiste, la gentilezza richiede più coraggio del sopruso.

Sposta, infatti,  il baricentro fuori da noi stessi, ma è la condizione migliore per uscire dal pantano sociale che il Covid ha messo a nudo, minando perfino le certezze economiche mantenute costruendo muri e rafforzando barriere. 

“Dobbiamo rinnovare le nostre relazioni – esorta invece Parolin nell’intervista esclusiva a Ripartelitalia – e perseguire insieme la ricerca e l’impegno per un umanesimo integrale e solidale”.

Sostituire “discriminazione” con “benevolenza” nei rapporti umani e tra gli Stati non è semplice.

E’ diventato simile a un delicato trapianto che richiede l’arte del cesello: tecnicamente riuscito, può spuntare un possibile rigetto che ne decreta il fallimento.

Il cardinale Parolin lascia trasparire la perizia e la discrezione con le quali – tra i contrasti disseminati dalla tentazione sovranista – tesse la tela dell’intesa tra i popoli basandola sulla profezia della fraternità universale di Francesco.

Nulla s’improvvisa, ma ogni tornante della storia richiede ricorso a saggezza consolidata per aprirsi al nuovo.

Di lungimiranza ne dà una ennesima prova il cardinale Parolin che, senza orgoglio, attinge all’insegnamento sociale della Chiesa.

Una saggezza sperimentata di giustizia sociale costruita sulla priorità della persona umana integrale rispetto all’economia.

Nessuno – ripete Parolin – può farcela da solo e ormai è il tempo di una conversione umana ed ecologica.

Andrebbe accolto l’avvertimento della pandemia che ha svelato l’estrema fragilità di una modernità che si pensava solida e inattaccabile. Nell’alternativa tra la paura e la cooperazione si tratta di scegliere.

Anche per la Chiesa è suonata l’ora di affrettarsi a diventare ciò che realmente è: popolo di Dio. Inclusivo e fraterno.

Questa l’intervista.

C’è la grande corsa dei governi, tra incertezze e dispute politiche, a rilanciare l’economia fortemente compromessa dalla pandemia. Quale insegnamento sociale della Chiesa potrebbe tornare particolarmente utile per giuste decisioni politiche per una ripresa dell’economia?

La priorità non è l’economia, in quanto tale, ma l’essere umano. Il Covid-19 non ha provocato solo una crisi sanitaria ma ha colpito molteplici aspetti della vita umana: la famiglia, la politica, il lavoro, le imprese, il commercio, il turismo, ecc… Il carattere espansivo e interconnesso della pandemia ci ricorda costantemente l’osservazione di Papa Francesco che “tutto è connesso”.

Se tutti i Governi sono stati costretti a prendere misure drastiche, al punto da fermare tante attività economiche per combattere la pandemia, significa che la priorità non è l’economia, ma la persona. Ciò implica anzitutto prendersi cura della salute. Tuttavia, la Dottrina Sociale della Chiesa, che è radicata nell’antropologia cristiana, ci ricorda che non ci si può limitare a curare solo la salute del corpo. Occorre badare all’integralità della persona umana, che dev’essere quindi l’obiettivo prioritario dell’impegno politico ed economico, in un’etica di responsabilità condivisa nella casa comune.

Di conseguenza, la Chiesa invita a ritrovare la vocazione dell’economia al servizio dell’uomo, per garantire ad ogni persona le condizioni necessarie per uno sviluppo umano integrale e una vita dignitosa. “Ora più che mai – scriveva Papa Francesco nella Pasqua dell’11 aprile scorso – sono le persone, le comunità e i popoli che devono essere al centro, uniti per guarire, per curare e per condividere”.

Vanno perciò evidenziati alcuni pericoli apparsi nella lotta contro la pandemia, come il prevalere di approcci antropologici riduttivi che, concentrandosi sulla salute corporea, rischiano di considerare di fatto trascurabili le dimensioni spirituali. Nella situazione di drammatica emergenza che abbiamo vissuto, si è palesato il limite di un’interpretazione delle questioni sanitarie secondo paradigmi esclusivamente tecnici che ha praticamente negato alcuni bisogni fondamentali, ad esempio ostacolando la prossimità dei familiari e l’accompagnamento spirituale dei malati e dei moribondi. Questo richiede che si sviluppi una riflessione più approfondita circa i molteplici interrogativi che la pandemia ha posto dinanzi noi.

Negli anni Sessanta del Novecento, Giovanni XXIII lanciò il principio dell’interdipendenza tra i Paesi del mondo per superare la nozione di nemico. Un principio che tornò di moda con la perestrojka di Gorbaciov, che tuttavia culminò con la disgregazione dell’Unione Sovietica, accelerando le spinte disgregatrici e la voglia di prevalere gli uni sugli altri. Perché ancora una volta sembra essere tornata forte la spinta a fare da sé e per sé anziché per tutti?

La pandemia ha rivelato tanto la nostra interdipendenza quanto la nostra comune debolezza, la fragilità condivisa. Quando dominava la logica della dissuasione nucleare, San Giovanni XXIII, nella Pacem in terris, sottolineò l’interdipendenza tra le comunità politiche: «Nessuna comunità politica oggi è in grado di perseguire i suoi interessi e di svilupparsi chiudendosi in se stessa».  E Papa Francesco nell’enciclica Laudato si’ sottolinea: «L’interdipendenza ci obbliga a pensare a un solo mondo, a un progetto comune». D’altronde – lo ricordava Giovanni Paolo II nella Sollecitudo rei socialis – oggi siamo di fronte ad una interdipendenza tecnologica,sociale e politica, che esige urgentemente un’etica di solidarietà.

Tuttavia, anziché favorire la cooperazione per il bene comune universale, vediamo sempre piùergersi muri intorno a noi, esaltare frontiere come garanzia di sicurezza e praticare sistematiche violazioni del diritto, mantenendo una situazione di conflitto globale permanente.  Come ha ricordato Papa Francesco a Nagasaki, la spesa per gli armamenti ha raggiunto il suo culmine nel 2019, e ora c’è un rischio serio che, dopo un periodo di diminuzione, dovuto anche alle restrizioni legate alla pandemia, continui ad aumentare.

Proprio questo tempo mostra, invece, che bisogna seminare l’amicizia e la benevolenza piuttosto che l’odio e la paura. «L’interdipendenza planetaria richiede risposte globali ai problemi locali –ribadisce con insistenza Papa Francesco nell’incontro con i Movimenti popolari del 2015 –, perché la globalizzazione della speranza […] deve sostituire questa globalizzazione dell’esclusione e dell’indifferenza!».

La pandemia sta insegnando in modo drammatico che nessuno può farcela da solo: per fronteggiare il virus c’è bisogno di una risposta condivisa e coordinata. Lo stesso vale per guarire dai mali dell’indifferenza, della solitudine e dell’inimicizia.

In novembre si dovrebbe svolgere in Assisi l’incontro internazionale sull’economia di Francesco, aperto particolarmente ai giovani economisti. Siamo di fronte a una scossa importante e innovativa della Chiesa sull’economia?  

Il quadro di riferimento disegnato dal Papa Francesco per l’economia si trova soprattutto nella Laudato si’, che sviluppa a sua volta la Caritas in veritate di Benedetto XVI. Sono le due grandi encicliche sociali più recenti. Benedetto parlava di una economia in cui deve trovare spazio la logica del dono, il principio di gratuità, che esprime non solo la solidarietà, ma ancor più profondamente la fraternità umana. Francesco ha rilanciato il tema dello sviluppo umano integrale nel contesto di una “ecologia integrale”, ambientale, economica, sociale, culturale, spirituale. L’insegnamento sociale della Chiesa, a cui moltissimi riconoscono solidità di fondamento e di orientamento, dimostra di sapersi aggiornare con continuità per rispondere alle domande dell’umanità con coerenza e visione d’insieme.

Oggi la pandemia porta una scossa formidabile a tutto il sistema economico e sociale e alle sue presunte certezze, a tutti i livelli. I problemi di disoccupazione sono e saranno drammatici, i problemi di salute pubblica richiedono la rivoluzione di interi sistemi sanitari ed educativi, e il ruolo degli Stati e i rapporti fra le nazioni cambiano. La Chiesa si sente chiamata ad accompagnare il cammino complicato che sta davanti a tutti noi come famiglia umana. Deve farlo con umiltà e saggezza, ma anche con creatività. Papa Francesco ce ne ha dato un assaggio con la sua ultima Lettera ai movimenti popolari del giorno di Pasqua, richiamando l’importanza che «i governi comprendano che i paradigmi tecnocratici non sono sufficienti per affrontare questa crisi o gli altri grandi problemi dell’umanità».

Insomma, ci sono dei principi solidi di riferimento, ma oggi è quanto mai urgente una creatività coraggiosa, perché la crisi drammatica della pandemia non si risolva in una terribile tragedia, ma apra spazi per la conversione umana ed ecologica di cui l’umanità ha bisogno. Nel Messaggio Economy of Francesco per l’incontro di Assisi il Papa chiama a raccolta giovani economisti e imprenditori, per «fare un “patto” per cambiare l’attuale economia e dare un’anima all’economia di domani». Si rivolge ai giovani perché li vede «già profezia di un’economia attenta alla persona e all’ambiente». Fa appello al loro senso di responsabilità e alla loro creatività e li invita ad elaborare proposte concrete e coraggiose.

Lei pensa che la Chiesa, dopo scandali e inefficienze di parecchie sue istituzioni in ambito economico, e la difficoltà di molte diocesi a tenere i conti in ordine, possa essere ancora “madre e maestra” credibile in tema di etica economica?

Gli errori e gli scandali non vanno coperti, ma riconosciuti e corretti o sanzionati, nel campo economico come negli altri. Sappiamo bene che il tentativo di nascondere la verità non porta a guarire il male, ma ad aumentarlo e incancrenirlo. Vi sono giuste esigenze di correttezza, trasparenza e competenza economica che dobbiamo imparare e rispettare con umiltà e con pazienza per evitare tranelli. Dobbiamo infatti riconoscere che spesso le abbiamo sottovalutate e ce ne siamo resi conto con ritardo. Questa è una situazione che non riguarda solo la Chiesa, ma è vero che la buona testimonianza è attesa in particolare da chi si presenta come “maestro” di onestà e di giustizia.

Gli errori ci devono far crescere in umiltà e spingerci a convertirci e migliorare, ma non ci dispensano dai nostri doveri. D’altronde, la Chiesa è una realtà complessa fatta di persone fragili, peccatrici, spesso infedeli al Vangelo, ma non per questo essa può rinunciare ad annunciare la Buona Novella. Così non potrà rinunciare ad affermare le esigenze della giustizia, del servizio del bene comune, del rispetto della dignità del lavoro e delle persone nell’attività economica, e così via.

Questo sarebbe tradire il suo dovere. Naturalmente non deve farlo ritenendosi trionfalisticamente al di sopra degli altri, ma come compagna di cammino dell’umanità, che aiuta a trovare la buona strada grazie al Vangelo e al retto uso della ragione e del discernimento. Del resto, molti desiderano questo suo servizio anche in tempi come i nostri, in cui non è facile trovare riferimenti affidabili, e la grande e rispettosa attenzione rivolta a Papa Francesco ne è un segno eloquente.

Esiste una formula per evitare che la politica internazionale divenga arena di confronto perpetuo per la spartizione di risorse a beneficio di lobby, classi e Stati più forti a scapito costante e “scontato” dei poveri e dei meno abbienti?

A prima vista la divisione e il conflitto sembrano essere il destino di un’umanità vittima del peccato e che anela alla redenzione. Ed è ancora più triste quando queste divisioni vengono sfruttate politicamente a svantaggio dello sviluppo umano delle persone, specialmente in ambito internazionale.

Tuttavia, non c’è nulla di predeterminato ed un’alternativa esiste. Viene indicata nel Videomessaggio del Santo Padre Francesco e del Segretario Generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite il 20 dicembre 2019).: «La fiducia nel dialogo fra le persone e fra le nazioni, nel multilateralismo, nel ruolo delle organizzazioni internazionali, nella diplomazia come strumento per la comprensione e l’intesa, è indispensabile per costruire un mondo pacifico. Riconosciamoci membri di un’unica umanità, e prendiamoci cura della nostra terra che, generazione dopo generazione, ci è stata affidata da Dio in custodia perché la coltiviamo e la lasciamo in eredità ai nostri figli».

Ogni giorno noi siamo messi davanti a questa alternativa, se far prevalere la paura o dare fiducia a chi abbiamo davanti e cooperare per raggiungere una soluzione migliore e più efficace insieme. Non c‘è altra formula che la sinergia della solidarietà, anche ricorrendo a soluzioni innovative, come ci incoraggia il Papa nell’omelia per la II Domenica di Pasqua o della Divina Misericordia: «Impariamo dalla comunità cristiana delle origini, descritta nel libro degli Atti degli Apostoli. Non è ideologia, è cristianesimo».

Di fronte all’estremizzarsi delle tendenze all’individualismo e all’autoreferenzialità, che si diffondono nel nostro mondo interconnesso da potenti mezzi di comunicazione e di informazione, spesso è proprio dalle periferie che può giungere una visione più umana. Ad esempio, dall’Africa ci propongono un concetto alternativo, da cui dovremmo lasciarci interpellare per pensare l’insieme e la comunità umana in modo solidale. È l’Ubuntu (in lingua bantu), cioè la “benevolenza verso il prossimo”: “io sono ciò che sono in virtù di ciò che tutti siamo”. Dobbiamo rinnovare le nostre relazioni e perseguire insieme la ricerca e l’impegno per un umanesimo integrale e solidale.

La Chiesa cattolica sta uscendo lentamente e a fatica dallo smarrimento prodotto dal Covid-19 che ha terremotato la celebrazione eucaristica, culmine e fonte della vita cristiana. Quali conseguenze ha avuto sui fedeli e sulla vita ecclesiale questo tempo e che capacità di adattamento e rinnovamento hanno saputo porre in atto le comunità cristiane?

Nei mesi in cui l’emergenza della pandemia è stata più forte (e lo è ancora in alcune nazioni), le comunità cristiane hanno sperimentato una sorta di smarrimento, perché impedite a partecipare all’Eucaristia. Si è trattato di una scelta dolorosa, assunta per limitare la diffusione del virus che già stava mietendo numerose vittime, e che certamente ha segnato il nostro sentirci “Chiesa”, Popolo di Dio radunato concretamente attorno all’altare del Signore per celebrare la sua Pasqua.

Tuttavia, siamo Popolo di Dio anche e nonostante la pandemia! Per questo ritengo che neanche il Covid-19, pur nella sua potenza devastatrice, sia riuscito a “terremotare la celebrazione eucaristica”, istituita da Cristo e consegnata alla Chiesa come sacramento di salvezza. Anche durante i giorni nei quali i fedeli non potevano partecipare alla mensa del Signore, riunendosi attorno all’altare quale “principale manifestazione della chiesa”, la presenza della Chiesa non è mai venuta meno: attraverso la stessa liturgia, sebbene celebrata “a porte chiuse”; attraverso la catechesi, ricorrendo alle nuove tecnologie; e particolarmente nella carità, che è in qualche modo la concretezza nella vita di quanto celebrato nell’Eucaristia.

A favorire questo “sentirsi Chiesa”, riunita intorno all’altare di Cristo, sono venuti in aiuto i mass-media, dando spazio alla trasmissione delle celebrazioni. Anche Papa Francesco, cogliendo la sete di Dio presente nel cuore dei fedeli, ha accettato che venisse trasmessa ogni mattina da Santa Marta la celebrazione eucaristica da lui presieduta, affidando alla misericordia di Dio il mondo intero e quanti erano implicati nell’emergenza della pandemia.

Tuttavia, il Papa stesso, nell’omelia del 17 aprile scorso, ci ha ricordato: «Questa familiarità con il Signore, dei cristiani, è sempre comunitaria. Sì, è intima, è personale ma in comunità. Una familiarità senza comunità, una familiarità senza il Pane, una familiarità senza la Chiesa, senza il popolo, senza i sacramenti è pericolosa. Può diventare una familiarità – diciamo – gnostica, una familiarità per me soltanto, staccata dal popolo di Dio. La familiarità degli apostoli con il Signore sempre era comunitaria».

Si è trattato dunque di una situazione straordinaria e tutti abbiamo auspicato un pronto ritorno alla celebrazione eucaristica ordinaria, con la comunità orante riunita insieme come famiglia di Dio. Lo desideravano i sacerdoti – la maggior parte dei quali ha lodevolmente celebrato l’Eucaristia anche “a porte chiuse” – che hanno avvertito “la mancanza” del Popolo di Dio. Lo desideravano altrettanto ardentemente i fedeli, rimasti privi del conforto concreto dei sacramenti.

Questa arsura di sacramenti e di comunità ha fatto crescere nei fedeli la sete di Dio, valorizzando nelle famiglie, vere chiese domestiche, altre forme di celebrazione, quali la preghiera della Liturgia delle Ore in primis, l’ascolto della Parola o le diverse forme di religiosità popolare; ma soprattutto ha consentito di riscoprire uno dei lasciti della riforma liturgica del Vaticano II: l’essere e il sentirci realmente “populus congregatus”, chiamato a radunarsi insieme per celebrare attivamente la Pasqua di Cristo. Spero che quanto abbiamo vissuto nei primi mesi di pandemia abbia alimentato in molti fedeli una maggiore consapevolezza della vita sacramentale, unitamente al desiderio e all’attesa di una più viva partecipazione alla liturgia, culmine e fonte- come ci ricorda il concilio Vaticano II –  di tutta quanta la vita della Chiesa.

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