C’è un’Italia industriale che, nonostante tutto, accelera. E lo fa mentre il contesto globale resta carico di tensioni e incertezze. I numeri dell’indice Pmi elaborato da S&P Global raccontano infatti una storia meno scontata del previsto: la manifattura cresce, e cresce con vigore, sia nel nostro Paese sia nell’intera Europa.
Ad aprile, l’indice manifatturiero italiano è salito a 52,1, dai 51,3 di marzo, toccando il livello più alto degli ultimi quattro anni. Un dato che, per essere letto correttamente, va rapportato alla soglia chiave di 50: sopra significa espansione, sotto contrazione. E dunque l’industria italiana è in fase di crescita piena.
Il dato sorprende ancora di più se si guarda sotto la superficie. La domanda resta fragile, i nuovi ordini complessivi sono leggermente diminuiti e il mercato interno mostra segni di esitazione. Eppure, le imprese continuano a produrre, ad assumere e ad acquistare. La produzione, in particolare, segna l’aumento più intenso da oltre tre anni.
A spingere questo paradosso apparente è anche un fattore meno rassicurante: la guerra in Medio Oriente. Il conflitto sta generando preoccupazioni diffuse tra le imprese e lungo tutta la filiera. Da un lato frena la fiducia dei clienti, dall’altro alimenta timori su prezzi e forniture. Il risultato è una corsa agli acquisti “anticipati”, nel tentativo di mettere in sicurezza scorte e approvvigionamenti prima di ulteriori shock.
Le catene di fornitura, infatti, tornano sotto pressione. I tempi di consegna si allungano ai livelli peggiori dalla metà del 2022, mentre i costi salgono con forza: circa il 60% delle aziende segnala un aumento significativo. L’inflazione dei costi è ai massimi da quasi quattro anni e inevitabilmente si riflette, almeno in parte, sui prezzi finali.
Nonostante questo, il sistema tiene. Le imprese italiane continuano ad assumere — con il ritmo più alto da settembre 2024 — e a espandere l’attività di acquisto, segno che la fiducia, pur cauta, non è venuta meno. Resta però un ottimismo misurato, inferiore alla media storica, proprio a causa delle incognite legate allo scenario geopolitico.
Se si allarga lo sguardo all’Europa, il quadro è simile, forse ancora più netto. L’indice Pmi dell’eurozona sale a 52,2 ad aprile, dai 51,6 di marzo, segnando il livello più alto da gennaio 2023. Anche qui, quindi, espansione solida. Per la prima volta da giugno 2022, tutti gli otto principali Paesi monitorati sono sopra la soglia dei 50.
La crescita è diffusa, con l’Italia tra i protagonisti insieme alla Francia per intensità della ripresa. La produzione aumenta per il tredicesimo mese su quattordici e lo fa al ritmo più sostenuto degli ultimi mesi. A trainare è anche la domanda estera, tornata a crescere dopo oltre quattro anni di debolezza. Ma, ancora una volta, dietro questo slancio si intravede l’ombra della guerra: molti clienti stanno anticipando gli acquisti temendo nuovi rincari energetici e possibili interruzioni delle forniture.
Il risultato è una pressione crescente su tutta la filiera europea: ordini elevati, logistica complicata, materie prime meno disponibili. I tempi di consegna si allungano e i prezzi continuano a salire, con l’inflazione dei costi ai massimi da 46 mesi e quella dei prezzi di vendita ai livelli più alti da oltre tre anni.
Eppure, anche qui emerge una contraddizione: mentre produzione e ordini crescono, l’occupazione continua a diminuire. Le aziende preferiscono mantenere strutture più leggere, segno di una fiducia che resta fragile. In sintesi, la manifattura europea — e italiana in particolare — sta vivendo una fase di espansione concreta, certificata da indici ai massimi pluriennali. Ma è una crescita che poggia su fondamenta ancora instabili, dove la guerra non è solo uno sfondo lontano, bensì un fattore che condiziona scelte, strategie e aspettative.








