Nel meraviglioso teatro dell’economia globale, la logica è spesso un optional e la coerenza un lusso.
Da oggi, 24 luglio 2026, scattano ufficialmente i nuovi dazi statunitensi contro ben 60 partner commerciali.
Fin qui, la solita musica protezionistica.
La vera perla sta nella motivazione: l’Europa viene punita perché sarebbe “troppo lenta” nell’adottare e applicare le normative contro il lavoro forzato nelle sue catene di approvvigionamento.
Washington accusa il Vecchio Continente — la culla del welfare, dei diritti sindacali e delle tutele sociali — di non fare abbastanza contro lo sfruttamento della manodopera.
Poco importa che Bruxelles abbia già approvato un severo regolamento in materia, che diventerà applicabile dal dicembre 2027: per gli americani l’iter è tardivo e finisce per penalizzare le imprese e i lavoratori d’oltreoceano.
A Manila, a margine del vertice Asean, l’Alta rappresentante dell’Ue per la Politica estera, Kaja Kallas, non è riuscita a trattenere il sarcasmo, rispedendo l’accusa al mittente tramite la Reuters: “Se si confrontano le nostre leggi sul lavoro con quelle degli Stati Uniti, noi abbiamo ferie pagate, abbiamo ottime condizioni di lavoro per i nostri dipendenti.
Quella di Washington non è una critica fondata”.
Eppure, a Bruxelles nessuno ha voglia di imbracciare i fucili della guerra commerciale.
Anzi, nei corridoi della Commissione europea l’atmosfera somiglia a quella di chi si è salvato da un brutto incidente con appena qualche graffio.
Il Vecchio Continente ha deciso di guardare al bicchiere mezzo pieno: la felicità di essere tassati meno del previsto.
I nuovi dazi fissano infatti un’aliquota del 10% per l’Ue.
Ma la vera svolta è tecnica e a spiegarla è Lucio Miranda di ExportUSA, la società di consulenza che guida le nostre aziende nel mercato americano: “Il cambiamento fondamentale risiede nella modalità di calcolo: mentre la normativa precedente prevedeva un dazio del 10% da sommare al dazio base, la misura odierna fissa un tetto massimo complessivo del 10%”.
Un gioco di prestigio contabile che, paradossalmente, alleggerisce il carico su diversi beni industriali europei.
Pompe meccaniche, compressori e macchinari per la refrigerazione vedono scendere le tariffe reali dal 14,2% al 10%.
In più, Washington ha reintrodotto le esenzioni per eccellenze storiche come il sughero e i diamanti, che si sommano a quelle già blindate per aeromobili, farmaci generici e principi attivi.
Restano fuori dal mirino anche l’energia, i fertilizzanti, i beni alimentari e l’acciaio, quest’ultimo già regolato da motivi di sicurezza nazionale.
Tutto calcolato: la Casa Bianca vuole fare la voce grossa sul commercio globale senza però far schizzare i prezzi al consumo per gli elettori americani.
Soprattutto, quel 10% resta ben al di sotto del soffitto del 15% che era stato concordato un anno fa a Turnberry, nella ventosa Scozia.
Per questo la diplomazia europea ha scelto il profilo basso della Realpolitik.
Olof Gill, portavoce della Commissione per il Commercio, si è affrettato a gettare acqua sul fuoco: “L’Ue valuta positivamente il fatto che tale esito sia in linea con gli impegni tariffari degli Stati Uniti concordati nell’ambito della dichiarazione congiunta”.
Per Gill, questo scampato pericolo “fornisce uno slancio positivo per proseguire il lavoro volto a esplorare ulteriori esenzioni tariffarie e ad approfondire la cooperazione in settori come le risorse naturali critiche, la sicurezza economica, l’intelligenza artificiale e il digitale”.
Chi mastica di commercio internazionale sa che la stabilità dei mercati vale più di una smentita d’orgoglio.
Bernd Lange, presidente della Commissione Commercio internazionale del Parlamento europeo, fotografa perfettamente lo stato d’animo dell’Europarlamento, tra sollievo e realismo: “Ci eravamo preparati al peggio, dopo la sanzione inflitta a Google e le continue minacce in materia di politica commerciale provenienti da Washington, ma non è andata così.
La configurazione concreta dei nuovi dazi sui prodotti dell’Ue è migliore del previsto e mi sorprende decisamente in senso positivo”.
Lange ammette che, se i dati verranno confermati, “l’Europa si troverebbe addirittura in una posizione migliore rispetto all’accordo scozzese.
È quindi lecito tirare un leggero sospiro di sollievo, ma non è ancora il momento di abbassare la guardia.
Tanto più che sono in corso numerose altre indagini”.
La guerra commerciale, per oggi, è rimandata.
Resta l’ironia di un’Europa redarguita sui diritti dei lavoratori da chi, sul mercato del lavoro, ha regole decisamente più selvagge.
Ma si sa, i principi si piegano volentieri di fronte ai bilanci.








