Archiviate le pause per il referendum e le feste pasquali, alla maggioranza tocca correre e ottimizzare i tempi in Parlamento.
Tra Camera e Senato ballano 6 decreti che monopolizzeranno i lavori dell’Aula nelle prossime settimane (se non vengono convertiti in legge entro 60 giorni decadono).
Provvedimenti legati per lo più a misure economiche con cui il governo cerca di arginare l’emergenza energetica.
Misure urgenti e ritenute un passaggio importante per l’azione dell’esecutivo.
Sicuramente troveranno un loro spazio nei ragionamenti che saranno contenuti nell’informativa ad ampio raggio che Giorgia Meloni farà al Parlamento.
Di contro, dovrebbero passare momentaneamente in secondo piano disegni di legge e provvedimenti che seppur cari al centrodestra, sono costretti a rallentare.
A partire dalla riforma della legge elettorale.
Giovedì la commissione Affari costituzionali della Camera dovrebbe votare il perimetro della norma, cioè se ad esempio debba comprendere le modalità di voto degli italiani all’estero o dei fuorisede.
Questioni preliminari e a monte, prima di passare alle audizioni e poi entrare nel vivo con gli emendamenti che definiranno le regole del gioco.
Tempi incerti e comunque lunghi.
Incombono invece le priorità economiche affidate a due decreti.
Al Senato, quello che incide sulla riduzione delle bollette di luce e gas, monopolizza i lavori dell’aula in questa settimana.
Già approvato alla Camera, manca l’ultimo miglio.
Specularmente a Montecitorio domina il decreto per l’attuazione del Pnrr su cui è stato annunciato il voto di fiducia e che poi dovrà passare al Senato per l’ok finale entro il 21 aprile.
Al primo decreto, che ha ridotto le accise sui carburanti fino al 7 aprile, ed è all’esame della commissione Finanze al Senato, venerdì scorso se ne è aggiunto un secondo in materia che estende queste riduzioni fino al primo maggio: comincerà l’iter a Palazzo Madama.
Ma non è esclusa l’ipotesi di accorparli, con la difficoltà di dover comprendere in un eventuale unico provvedimento anche le misure del Piano Transizione 5.0.
Ma la strada più insidiosa, per ora, è quella del decreto sicurezza.
Bandiera del centrodestra per la stretta anti «maranza» e sui cortei, oltre alle tutele per gli agenti e ai rimpatri di migranti, rischia di rimanere per un po’ in stand-by.
Va convertito entro il 25 aprile e la prossima settimana, per stare nei tempi, dovrebbe incassare il primo ok al Senato.
Intanto deve passare sotto le forche caudine degli oltre 1000 emendamenti delle opposizioni che da giorni impegnano la commissione Affari costituzionali.
Il voto andrà avanti fino a giovedì, anche con sedute notturne.
Un tour de force che potrebbe non bastare per approdare in aula con il mandato del relatore.
Un «sigillo» che risulterebbe decisivo per le correzioni che il governo intende fare.
In particolare, sul divieto di porto dei coltelli, contenuto nell’articolo 1 e che la maggioranza intende modificare per introdurre deroghe sulle tipologie di queste armi.
Per farlo, il governo potrebbe presentare una riformulazione in commissione (che però rischia di cadere se non si arriva al mandato al relatore) o successivamente in aula.
Nel secondo caso, una volta approvata la correzione che sta più a cuore alla maggioranza, il governo potrebbe blindare il testo con la fiducia.
Altre norme da chiudere sono il decreto sul Ponte (ora in commissione al Senato e con la deadline del 10 maggio compreso il passaggio alla Camera) e il decreto fiscale, con l’orizzonte più lungo del 26 maggio.








