Il calo della popolazione attiva italiana e la crescita dell’immigrazione
L’immigrazione è diventata una componente strutturale del mercato del lavoro italiano. Secondo un approfondimento pubblicato sulla rivista digitale Neodemos dai demografi Corrado Bonifazi e Cinzia Conti, tra prima e seconda generazione gli immigrati rappresentano oggi oltre il 10% dei residenti e dei lavoratori presenti nel Paese.
Alla base di questo fenomeno vi è soprattutto il progressivo declino demografico. Già negli anni Novanta la bassa fecondità aveva determinato una riduzione degli italiani in età lavorativa pari a 1,46 milioni di persone nell’Italia centro-settentrionale e a 111 mila unità nel Mezzogiorno.
Nel corso del nuovo secolo questa dinamica si è ulteriormente rafforzata. La popolazione in età lavorativa con cittadinanza italiana è infatti passata dai 37,2 milioni del 2002 ai 32,95 milioni del 2026. La perdita complessiva supera quindi i 4,2 milioni di persone, contribuendo in modo significativo alla crescita della presenza straniera nel mondo del lavoro.
Il Mezzogiorno paga il prezzo più alto del declino demografico
L’analisi evidenzia come fino al 2011 il fenomeno abbia interessato soprattutto il Centro-Nord, mentre il Mezzogiorno manteneva livelli relativamente stabili.
Negli anni successivi, invece, la diminuzione della popolazione in età lavorativa è diventata particolarmente intensa proprio nelle regioni meridionali. Secondo Bonifazi e Conti, è qui che si stanno concentrando gli effetti più evidenti della crisi demografica italiana.
Gli studiosi sottolineano inoltre che la riduzione della popolazione attiva con cittadinanza italiana è destinata a proseguire ancora a lungo. Le nuove generazioni sono numericamente sempre più ridotte e il saldo migratorio degli italiani continua a essere negativo.
Tra il 2019 e il 2025 il Paese ha registrato una perdita di 351 mila italiani attraverso i movimenti migratori verso l’estero. L’unico elemento positivo del bilancio demografico è rappresentato dalle acquisizioni di cittadinanza.
La risposta del sistema economico: più lavoratori stranieri
Di fronte ai vuoti creati dalla demografia nel mercato del lavoro, il sistema economico ha progressivamente aumentato il ricorso alla manodopera straniera.
I permessi di soggiorno per lavoro erano 424 mila all’inizio del 1992. Nel giro di dieci anni sono quasi raddoppiati, raggiungendo quota 838 mila nel 2001.
La crescita è poi proseguita senza interruzioni. I dati sulle forze di lavoro mostrano infatti che negli ultimi vent’anni gli occupati stranieri sono passati da 1,15 milioni a 2,52 milioni.
Nel 2025 i lavoratori stranieri rappresentano quasi il 14% degli occupati del Centro-Nord e il 6% nel Mezzogiorno. Tra le donne le quote raggiungono rispettivamente il 9,6% e il 3,3%.
Numeri che, secondo gli autori dello studio, confermano la natura ormai strutturale di uno dei cambiamenti più significativi della società italiana degli ultimi decenni.
I settori più dipendenti dalla manodopera straniera
L’incidenza degli occupati stranieri risulta particolarmente elevata in alcuni comparti produttivi.
Negli altri servizi collettivi e personali raggiunge il 30,9%. In agricoltura arriva al 20%, mentre nel settore alberghiero e della ristorazione si attesta al 18,5%.
Percentuali rilevanti emergono anche nelle costruzioni, dove gli stranieri rappresentano il 16,9% degli occupati, e nei trasporti e nella logistica, con una quota pari al 13,8%.
Questi dati mostrano il ruolo centrale svolto dalla manodopera immigrata in numerosi comparti dell’economia nazionale.
Giovani, donne e Mezzogiorno al centro delle possibili soluzioni
Bonifazi e Conti osservano che l’immigrazione non rappresenta una soluzione miracolosa in grado di annullare tutte le conseguenze del declino demografico. Tuttavia, evidenziano come essa costituisca oggi il mezzo più rapido e diretto per rispondere alle carenze di offerta di lavoro.
Secondo i due studiosi, una politica orientata a rafforzare l’offerta nazionale potrebbe intervenire su diversi fronti.
“Le donne, i giovani, il Mezzogiorno e le aree interne sono altrettanti target potenziali di interventi che potrebbero contribuire a ridurre il nostro ritardo nei livelli di attività e di occupazione rispetto ai massimi registrati nell’Unione europea”, scrivono gli autori.
Nello stesso passaggio evidenziano quello che definiscono un paradosso: “mentre il dibattito pubblico si concentra su misure quantitativamente marginali — i centri in Albania, la revoca della cittadinanza — continuano a diminuire gli italiani in età attiva sostituiti di fatto da 2,52 milioni di lavoratori stranieri”.
Una politica migratoria inserita in una strategia demografica più ampia
La riflessione conclusiva di Bonifazi e Conti riguarda il rapporto tra politiche migratorie e politiche demografiche.
“La politica migratoria dovrebbe diventare una componente di un intervento più complessivo sulla demografia del paese”, affermano.
Per i due studiosi è necessario creare condizioni sociali ed economiche che consentano ai giovani di realizzare i propri percorsi di vita, riducendo il divario tra fecondità desiderata e fecondità realizzata. Parallelamente servono strumenti più efficaci per la gestione dei flussi migratori e per favorire l’inserimento degli immigrati nella società italiana.
Infine, secondo Neodemos, occorre intervenire anche sulle cause che alimentano la ripresa dell’emigrazione giovanile e sulla persistente perdita migratoria del Mezzogiorno nei flussi interni.
“Questioni non facili da affrontare e che sono il retaggio di problemi radicati nella nostra storia ma da cui bisogna invece partire se si vuole gestire nel modo migliore l’attuale congiuntura demografica del paese”, concludono Bonifazi e Conti.








