Sul Corriere della Sera Federico Rampini sostiene che Stati Uniti e Cina, pur immerse in una nuova guerra fredda, siano condannate a convivere per l’elevato livello di interdipendenza, molto più profondo di quello tra Usa e Urss.
Questa relazione è il risultato di scelte strategiche americane: dal disgelo tra Richard Nixon e Mao nel 1972, alle decisioni di George H. W. Bush dopo Tiananmen, fino all’ingresso della Cina nel commercio globale promosso da Bill Clinton e George W. Bush.
La crescita cinese, pur fondata sulle capacità interne, è stata favorita dall’integrazione voluta da Washington.
Nel tempo, però, la complementarità si è trasformata in competizione: Pechino ha superato il ruolo di “fabbrica del mondo”, puntando alla supremazia tecnologica e geopolitica, mentre gli Usa hanno subito costi sociali e una minaccia alla loro leadership.
Nonostante la rivalità, entrambe restano reciprocamente necessarie: gli Usa dipendono dalle terre rare e dalla sicurezza dei microchip, mentre la Cina ha bisogno del mercato americano, del dollaro e della protezione delle rotte commerciali garantita dalla potenza militare statunitense.
L’interdipendenza, tuttavia, non è più armoniosa: dal 2008 Pechino ha adottato una visione geoeconomica, culminata nel piano “Made in China 2025”, mentre Washington ha reagito con politiche industriali e interventi pubblici.
L’Europa, in questo scenario, ha subito contraccolpi significativi.
Rampini sottolinea anche le fragilità interne di entrambe le potenze: negli Usa emergono in modo evidente, mentre in Cina sono occultate ma rilevanti, tra disoccupazione giovanile, crisi immobiliare e tensioni politiche.
Il forte surplus commerciale cinese rappresenta al tempo stesso un punto di forza e di vulnerabilità in un contesto di mercati meno aperti.
Ne emerge un sistema globale segnato da un “duopolio instabile”, in cui due superpotenze insicure competono e collaborano al tempo stesso, senza che altri attori abbiano pari peso.








