Ogni anno, puntuali come le analisi del sangue di gennaio, arrivano i numeri del Check-up Mezzogiorno di Confindustria e SRM.
E ogni anno noi, che di mestiere aiutiamo le imprese a colloquiare con le banche, non solo con le garanzie, li leggiamo con la stessa attenzione con cui si legge il referto dopo una visita cardiologica: cercando la riga dove il dottore dice “tutto nella norma”, ma sapendo che il diavolo si nasconde nei dettagli.
E allora: come sta il nostro Sud secondo Banca Intesa e Confindustria?
La risposta onesta è quella che darebbe un buon medico di famiglia: “Meglio, ma convalescente”.
I numeri, quelli veri, raccontano un’economia meridionale che negli ultimi cinque anni, dal 2019 al 2024, è cresciuta più del resto d’Italia: +7,7% di Pil cumulato contro il +5,8% nazionale.
Ma le stime del 2025, ancora in fase di definizione, lasciano presumere un dolce décalage.
Non è un dettaglio da poco, è come scoprire che il paziente, che si diceva cronico, ha ripreso a fare le scale senza fiatone.
Certo, il Pil pro capite resta a 22mila euro, contro i 33mila della media italiana: il paziente cammina meglio, ma non ha ancora la stessa autonomia degli altri.
E qui, permettetemi la battuta: non basta correre di più se si parte sempre venti metri indietro.
Devi saper accelerare, altrimenti vedrai sempre le spalle del tuo avversario.
Quello che più ci interessa, dal nostro osservatorio, è però la trasformazione silenziosa del tessuto d’impresa.
Le imprese attive al Sud calano leggermente, dello 0,9%, ma le società di capitale crescono del 4%.
Tradotto: meno ditte individuali improvvisate, più aziende strutturate, con un minimo di patrimonio e di visione.
È la differenza tra chi apre un’attività e chi costruisce un’impresa.
E le imprese che si irrobustiscono sono, guarda caso, quelle che i confidi riescono ad aiutare meglio: perché le garanzie funzionano se dietro c’è un progetto, non solo una speranza.
Anche l’occupazione tira: +0,8% contro una media nazionale ferma.
Ma attenzione, qui la diagnosi si complica: quattro imprese meridionali su dieci cercano personale e non lo trovano, soprattutto operai specializzati e tecnici.
È il classico caso del paziente che ha ripreso le forze ma non trova più le scarpe giuste per camminare.
Formazione, credito studentesco, orientamento e scuola-lavoro: la ricetta la conosciamo tutti, va solo scritta meglio e seguita con costanza.
Sul fronte delle politiche industriali, la ZES Unica si conferma la terapia che sta dando i risultati più visibili, visto l’andamento erratico delle politiche regionali.
Le domande di credito d’imposta sono cresciute del 52% in un anno, con oltre 3,6 miliardi di euro richiesti e più di 7,3 miliardi di investimenti attivati, peccato che lo stanziamento per il triennio 2026-2028 sia di soli 4,05 miliardi, ma speriamo in un allungamento del proverbiale “braccino corto” del Governo.
Numeri che, da chi ogni giorno affianca piccole e medie imprese nell’accesso al credito, leggo con soddisfazione: significa che lo strumento è arrivato dove serve, nel tessuto produttivo vero.
Non tanto e non solo nel finanziamento, ma soprattutto nella sburocratizzazione.
C’è però un “ma”, e i medici lo chiamerebbero effetto collaterale: la cura si concentra troppo su Campania, Sicilia e Puglia, che da sole assorbono i tre quarti delle domande.
Abruzzo, Basilicata e Molise restano ai margini della terapia.
Un buon protocollo clinico non lascia indietro nessun organo, e il Mezzogiorno non è un blocco unico: è un corpo con territori che rispondono in modo diverso alla stessa cura.
Poi c’è il Pnrr, che per il Sud vale 53 miliardi di euro, il 38% delle risorse nazionali.
Sulla carta è una trasfusione poderosa.
Nella pratica, però, il tasso di pagamento è fermo al 27%, ben sotto il 39% del Nord.
È come avere in tasca la ricetta giusta ma faticare a trovare la farmacia aperta: il problema non sono le risorse, è la capacità di spenderle bene e in fretta.
Qui il tempo stringe, e chi come me lavora ogni giorno a fianco delle imprese sa bene quanto la burocrazia possa vanificare anche la migliore delle terapie.
Da presidente di un confidi, il mio mestiere non è fare diagnosi da salotto, ma stare accanto a chi l’impresa la manda avanti tutti i giorni, spesso con il fiato corto e i conti in equilibrio precario.
E quello che vedo sul territorio conferma i numeri del rapporto: c’è voglia di investire, c’è voglia di crescere, c’è persino voglia di innovare, il 65% delle imprese meridionali ha investito nell’ultimo triennio, quasi come nel resto d’Italia.
Manca, semmai, la certezza che le regole non cambino ogni sei mesi e che chi decide di scommettere sul Sud non si trovi il tappeto tirato via da sotto i piedi.
C’è bisogno di programmazione pluriennale affidabile e non di chiedere solo fiducia alle imprese; programmi e impegni seri, perché “l’osso del collo” lo rischia l’imprenditore.
Il “Fattore Mezzogiorno”, come lo chiama Confindustria, è un paziente che ha smesso di peggiorare e ha ripreso a fare fisioterapia.
Non è guarito, ma la prognosi è buona.
Sta a noi, istituzioni, banche, confidi, imprenditori, non interrompere la terapia proprio ora che comincia a funzionare.
Perché in economia, come in medicina, la ricaduta peggiore è sempre quella che arriva quando ci si crede già fuori pericolo.








