“Un ritorno allo status quo ante sullo Stretto di Hormuz è molto improbabile per due ragioni.
In primo luogo, l’Iran ha dimostrato che il controllo dello Stretto rappresenta un autentico superpotere — qualcosa che la geografia gli ha concesso — e utilizzerà quel controllo come detergente in futuro.
Inoltre, l’Iran considera lo Stretto come una potenziale fonte di entrate per la ricostruzione di cui avrà bisogno”.
Ali Vaez nasce come fisico nucleare, ma oggi è direttore del progetto Iran e consigliere senior del think tank International Crisis Group. Ha lavorato anche all’accordo sul nucleare iraniano del 2015.
“Non necessariamente. Non escludo la possibilità che, nell’ambito delle negoziazioni, la regione possa trovare una soluzione reciprocamente vantaggiosa.
Penso a una sorta di consorzio tra Stati che gestisca lo Stretto per un certo periodo di tempo, consentendo a entrambe le sponde di riscuotere pedaggi da far confluire in un fondo per la ripresa regionale.
Del resto nessuno è disposto a pagare risarcimenti — né gli iraniani ai Paesi del Golfo né viceversa — eppure qualcuno dovrà farsi carico dell’enorme costo di questo conflitto.
Un accordo temporaneo che avvicini entrambe le sponde nel quadro del diritto internazionale, approvato dal Consiglio di sicurezza dell’Onu, potrebbe essere reciprocamente vantaggioso per tutte le parti.
Al momento l’Iran ha due priorità.
La prima è una conclusione della guerra che dissuada gli Stati Uniti e Israele dall’attaccare di nuovo.
La seconda è evitare di far seguire alla guerra una pace che non gli dia risorse per la ricostruzione.
Deve dimostrare che non si fa piegare, che non sarà costretta ad accettare le richieste americane.
È per questo motivo che, nella fase che ha preceduto il primo round di negoziati di Islamabad, l’Iran ha avanzato precondizioni che includevano lo sblocco degli asset congelati.
Non vuole apparire come chi negozia da una posizione di debolezza, e vuole che Trump comprenda che la pressione — militare o economica che sia — non modifica la posizione iraniana. Al contrario, la irrigidisce.
Per Teheran qualsiasi accordo con gli Usa dovrà consentirgli di controllare lo Stretto e di utilizzarlo come meccanismo generatore di entrate, oppure di garantire un alleggerimento delle sanzioni che sia sostanziale e verificabile.
In caso contrario, il regime non sarà in grado di ricostruire dopo la guerra e diventerà vulnerabile sul piano interno, agli occhi della propria popolazione.
Insomma, oggi l’Iran vuole avvicinarsi al tavolo negoziale da una posizione di forza, per assicurarsi condizioni che garantiscano la propria sopravvivenza e sicurezza.
In vista del secondo round dei colloqui di Islamabad, l’Iran insiste che il blocco navale Usa debba essere revocato prima ancora di sedersi al tavolo negoziale.
Tutto ciò mira a sminuire agli occhi di Trump il valore della sua manovra coercitiva, affinché non vi faccia nuovamente ricorso.
L’Iran non può e non vuole diventare un altro Libano, un’altra Gaza, un’altra Siria, insomma un altro luogo in cui Israele ha libertà di colpire a piacimento.
Se non ci sarà il secondo round e scadrà il cessate il fuoco, è del tutto possibile che le parti tornino al conflitto.
In questo caso le cose potrebbero andare sempre più fuori controllo, anche perché Stati Uniti e Israele hanno quasi esaurito il proprio ventaglio di obiettivi, e questo significa che in futuro i raid colpirebbero sempre più le infrastrutture, rendendo molto difficile contenere le tensioni.
Allora vedo la possibilità di arrivare a un accordo quadro che crei tempo e spazio per le parti per negoziare un’intesa definitiva.
Tuttavia l’amministrazione Trump ha dimostrato di non essere realmente capace di negoziare accordi tecnici di dettaglio.
Quindi il risultato di un nuovo round potrebbe facilmente trasformarsi in un cessate il fuoco ripetutamente prorogato, con negoziati lunghi che non producono necessariamente un esito positivo.”








