Troppo pochi i vaccini in Italia e in Europa, troppi i ritardi nelle forniture da parte di Astrazeneca. E così Mario Draghi (con il via libera di Bruxelles) chiede e ottiene di bloccare l’export di 250 mila dosi della multinazionale anglo-svedese fuori dall’Unione.
Fiale prodotte nello stabilimento farmaceutico che si trova ad Anagni.
E’ il primo atto della linea dura annunciata dal nuovo premier nei giorni scorsi nei confronti delle aziende farmaceutiche inadempienti.
La mossa era stata anticipata dallo stesso Draghi il 25 febbraio durante il suo primo vertice con i leader europei: “le aziende che non rispettano gli impegni non dovrebbero essere scusate”, aveva detto il presidente del Consiglio annunciando la stretta e chiarendo di essere contrario all’export di vaccini fino a quando non ci fosse stata una quantita’ sufficiente di dosi nella Ue.
Il giorno dopo la macchina era gia’ in moto.
Il 26 febbraio da Roma parte la richiesta alla Commissione europea di non autorizzare l’esportazione di 250 mila dosi di vaccino anti-Covid dal nostro paese verso l’Australia.
Il governo italiano, per motivare la sua richiesta di bloccare le fiale della multinazionale anglo-svedese mette sul tavolo tre argomenti: il permanere della penuria di vaccini nella UE e in Italia e i ritardi nelle forniture dei vaccini anti Covid 19 da parte di AstraZeneca, l’elevato numero di dosi oggetto della richiesta di autorizzazione all’esportazione rispetto alla quantita’ di dosi finora fornite all’Italia, e piu’ in generale, ai Paesi dell’UE.
Infine il fatto che l’Australia non sia un paese vulnerabile.
Bruxelles esamina la pratica sulla base del regolamento approvato il 30 gennaio scorso, il Meccanismo sull’export che serve a evitare che le dosi di vaccino destinate all’Unione vengano spedite e commercializzate fuori dalla Ue.
E il 2 marzo palazzo Berlaymont approva la richiesta dell’Italia, primo paese europeo a mettere uno stop all’export fuori dall’Unione di un vaccino prodotto all’interno dei confini europei (le dosi vengono infialate proprio in Italia, nello stabilimento di Anagni).
AstraZeneca nelle ultime settimane e’ stata protagonista di un vero e proprio braccio di ferro con la Ue a causa delle mancate consegne di vaccino e i ritardi nella distribuzione hanno messo in crisi la campagna vaccinale europea.
Nonostante infatti l’Ue avesse investito 870 milioni di euro nel contratto di pre-acquisto con il colosso anglo-svedese per avere dosi in stock pronte all’uso col via libera dell’Ema, si e’ ritrovata con un pugno di mosche, sorpassata a gran velocita’ da un Regno Unito che ha rivendicato per se’ tutte le dosi prodotte nei siti britannici.
Di fatto due dei quattro del contratto siglato dall’Unione.
Una politica, quella sui vaccini di Londra, perseguita anche dagli Stati Uniti del democratico Biden, di fronte alla quale Draghi al Consiglio europeo ha interrogato i partner, incontrando sostegno ma anche preoccupazioni per eventuali frizioni e conseguenze, ad esempio, per l’approvvigionamento delle componenti necessarie alla realizzazione dei sieri.
In effetti, dopo il no all’export le linee telefoniche tra Bruxelles e Canberra si sono fatte bollenti. L’Ue ha cercato di rassicurare, ma anche spiegare che l’azienda si e’ venduta lo stesso prodotto piu’ volte al miglior offerente, lasciando con un palmo di naso i 27 in agonizzante attesa, come avvenuto anche oggi con la Polonia, dove le 62mila dosi attese in consegna non sono arrivate.
Lo stop partito dall’Italia e avallato da Bruxelles potrebbe cambiare le cose.
È una mossa senza precedenti che proietta la guerra al Covid 19 sempre più anche sul versante geopolitico.
Insieme è una sfida diretta al potere finora incontrastato di Big Pharma, i giganti globali della produzione dei farmaci.
E mentre il cancelliere austriaco Sebastian Kurz e la premier danese Mette Friedriksen sono volati in Israele per stringere un’alleanza per la produzione dei sieri di seconda generazione con Benyamin Netanyahu, l’Ema ha iniziato l’esame dello Sputnik V, siero gia’ utilizzato nell’Ue da Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia con autorizzazioni nazionali d’emergenza.
A presentare la richiesta e’ stata la filiale tedesca del gruppo farmaceutico russo R-Pharm, i cui stabilimenti saranno ispezionati e certificati per produrre per l’Ue. La rolling review dell’Agenzia Ue continuera’ fino a quando non saranno disponibili prove sufficienti per avanzare con la domanda formale di autorizzazione all’immissione in commercio.
Anche se per il momento l’Ema non e’ in grado di prevedere le tempistiche generali, Kirill Dmitryev, numero uno del Russian Direct Investment Fund, sviluppatore del vaccino, ha annunciato di essere pronto a fornire 50 milioni di shot agli europei a partire da giugno 2021.
“Abbiamo fornito all’Ema tutti i dati necessari per un siero che e’ gia’ stato autorizzato da oltre 40 Paesi nel mondo”, ha spiegato, sottolineando come “lo Sputnik potra’ dare un contributo fondamentale per salvare milioni di vite in tutta Europa”.
A Bruxelles c’e’ scetticismo e per il momento nessun contatto in corso per integrare lo Sputnik nel portafoglio dei vaccini dell’Ue. Mentre il governo italiano non avrebbe preclusioni nei confronti di nessun vaccino che sia testato dall’Ema, incluso Sputnik, anche se l’attenzione maggiore sembra in questa fase concentrarsi sul vaccino monodose di Johnson&Johnson, che e’ in via di autorizzazione.








