In un editoriale pubblicato su La Stampa, Edmondo Bruti Liberati critica la proposta del Consiglio superiore della magistratura di aggiornare le linee guida sulla comunicazione giudiziaria, nate nel 2018 con l’obiettivo di rendere più trasparente e comprensibile il lavoro della magistratura.
Secondo l’autore, la revisione rappresenta un cambiamento radicale di impostazione, spinto anche dall’eco mediatica del caso di Garlasco.
Bruti Liberati sostiene che il problema non sia “se comunicare”, ma “come comunicare”.
Le linee guida originarie miravano infatti a rafforzare la fiducia dei cittadini nella giustizia attraverso una comunicazione istituzionale chiara, accompagnata da formazione per i magistrati e maggiore accessibilità dei siti di tribunali e procure.
L’aggiornamento proposto, invece, metterebbe al centro la “protezione reputazionale della persona”, privilegiando segretezza, prudenza e sobrietà nella diffusione delle informazioni sulle indagini penali.
Per l’autore, però, questo approccio rischia effetti opposti a quelli desiderati.
Vietare la diffusione delle ordinanze di custodia cautelare, pur essendo atti ormai depositati alle parti, finirebbe infatti per alimentare indiscrezioni e ricostruzioni parziali da parte della stampa.
Secondo Bruti Liberati, le nuove regole introdurrebbero anche un eccesso di burocrazia: procure già sotto organico dovrebbero documentare ogni scelta comunicativa, conservando comunicati, autorizzazioni e materiali audiovisivi delle conferenze stampa.
L’editoriale critica inoltre l’idea di una “comunicazione reattiva” o “di aggiornamento”, con procure chiamate a correggere notizie considerate inesatte o a seguire pubblicamente ogni evoluzione delle indagini e dei processi.
Una dinamica che, secondo l’autore, rischia di trascinare la magistratura dentro il “processo parallelo” mediatico che le stesse norme vorrebbero limitare.
Per Bruti Liberati, la tutela della reputazione e della vita privata deve restare parte delle garanzie del giusto processo, ma senza trasformarsi in un’ossessione che finisca per limitare la trasparenza e complicare ulteriormente il rapporto tra giustizia e informazione.








