Aspettarsi un accordo nella fase iniziale dei colloqui era illusorio.
Le posizioni di partenza restano troppo distanti sul controllo del nucleare, sulle capacità offensive iraniane e soprattutto sullo Stretto di Hormuz, che rappresenta la principale leva negoziale di Teheran.
Il solo fatto di poter condizionare il traffico energetico globale, unito al presunto possesso di uranio arricchito a livelli avanzati, conferisce all’Iran un potere di pressione che molti osservatori considerano superiore a quello statunitense in questa fase.
In questo contesto, gli Stati Uniti appaiono intrappolati in una dinamica che non controllano del tutto.
“Come ha osservato in una recente intervista l’ex primo ministro britannico Boris Johnson, Washington si trova in un “ginepraio” dal quale non è semplice uscire.”
L’amministrazione deve rispondere alle critiche interne sui costi sostenuti, mentre l’aumento dei prezzi energetici alimenta l’inflazione e il malcontento dei cittadini.
È in questo clima che Trump ha nuovamente evocato l’ipotesi di interventi radicali su infrastrutture energetiche e civili per aumentare la pressione su Teheran, compresa la possibilità di un controllo più rigido sul traffico marittimo diretto verso Paesi che pagano tariffe o pedaggi per attraversare Hormuz.
Si tratta di dichiarazioni che riflettono soprattutto la volontà di mostrare fermezza verso il fronte interno, ma che contribuiscono a irrigidire ulteriormente il quadro regionale.
Parallelamente, gli Usa cercano di scaricare parte dell’onere della sicurezza nello Stretto di Hormuz su Europa e NATO.
La reticenza degli alleati irrita Washington, che ha lasciato intendere la possibilità di ridurre il proprio impegno nell’Alleanza.
I Paesi europei si interrogano su quali strumenti possano utilizzare per entrare nel negoziato e su come assicurare la libertà di navigazione con una forza multilaterale, ma qualsiasi iniziativa concreta potrà essere presa solo una volta cessate le ostilità e ristabilite condizioni minime di sicurezza.
La prospettiva di un coinvolgimento più diretto preoccupa diversi governi europei e anche vari Paesi del Golfo, consapevoli dei rischi di essere trascinati in un confronto ad alta intensità in una delle aree più sensibili del pianeta.
Il ruolo di Israele resta centrale.
Secondo numerose analisi, la pressione esercitata da Tel Aviv per mantenere una linea dura nei confronti dell’Iran e per proseguire le operazioni in Libano incide sulle scelte statunitensi.
Alcuni osservatori ritengono che Israele punti a ridisegnare in modo duraturo gli equilibri di sicurezza nel Sud del Libano, fino al fiume Litani, alimentando timori di un’influenza eccessiva sulla regione.
Questa prospettiva suscita crescente inquietudine non solo tra gli alleati europei, ma anche tra diversi Paesi del Golfo, che temono un riequilibrio strategico sbilanciato e potenzialmente destabilizzante.
Nonostante questo quadro rigido, alcune prospettive negoziali restano aperte.
Una riguarda la possibilità di un’intesa tecnica e limitata sul nucleare, che riduca la tensione senza affrontare subito i nodi più politici.
Un’altra è un accordo sulla sicurezza marittima, negoziabile attraverso mediatori regionali o con il coinvolgimento di attori terzi come la Cina e l’Europa interessate alla stabilità delle rotte energetiche.
Infine, un’intesa umanitaria o di de-escalation in Libano potrebbe creare lo spazio minimo per riaprire un canale politico più ampio.
Il risultato è un equilibrio fragile: l’Iran appare consapevole della propria forza negoziale, gli Usa cercano una via d’uscita che non aumenti i costi politici interni, l’Europa valuta come evitare di essere marginalizzata e i tradizionali alleati occidentali e del Golfo osservano con crescente preoccupazione l’evoluzione della crisi.
La diplomazia resta possibile, ma solo se si riuscirà a ridurre la pressione militare e a ricostruire un minimo di fiducia tra le parti.








