Se la guerra in corso dovesse spegnersi oggi, l’impatto sull’economia italiana sarebbe “contenuto”, tra 0,1 e 0,3 punti percentuali di crescita mancata.
Ma è un’ipotesi che resta teorica. Perché lo scenario che si profila davanti è altro.
Se il conflitto dovesse allungarsi fino a fine anno, potrebbe produrre una “crisi energetica più grave della storia, con impatti sistemici sull’economia”.
A lanciare l’allarme, davanti alle Commissioni Bilancio di Camera e Senato sul Documento di finanza pubblica, è il direttore del Centro Studi di Confindustria, Alessandro Fontana.
La sua relazione è un elenco di variabili che si trasformano in rischi concreti per imprese e crescita: energia, petrolio, inflazione, catene globali.
Tutto collegato, tutto fragile.
Il punto centrale è l’energia, definita “la principale vulnerabilità del Paese e destinata a restarlo ancora per anni”.
Una vulnerabilità che, secondo Fontana, non può più essere affrontata con interventi episodici.
Serve una strategia strutturale, “con obiettivi e scadenze chiari, come il Pnrr”, e soprattutto un piano di emergenza rapido, perché “i tempi di reazione contano quanto le misure stesse”.
Il quadro geopolitico amplifica le tensioni.
Il Centro studi di Confindustria stima che una chiusura dello Stretto di Hormuz — anche solo parziale — ridurrebbe l’autonomia energetica globale tra 6 e 11 mesi.
Un rischio che si traduce in numeri immediati: se la guerra proseguisse fino a giugno, il costo per l’Italia sarebbe di circa 7 miliardi; fino a fine anno, quasi 21 miliardi.
L’inflazione, già in risalita di 0,2 punti a marzo, è il primo segnale di una pressione che rischia di riaccendersi.
Di fronte a questo scenario, le imprese chiedono una risposta ampia.
Nelle slide presentate in audizione, Confindustria propone uno scostamento di bilancio per sostenere gli aumenti di gas ed elettricità fino a dicembre 2026, con aiuti differenziati per imprese energivore.
Sul tavolo anche la proroga del taglio delle accise sui carburanti, il rafforzamento del credito d’imposta per l’autotrasporto, e un pacchetto di misure mirate per trasporto aereo e marittimo.
Non solo emergenza.
Gli industriali insistono su una svolta strutturale: sbloccare le autorizzazioni per le rinnovabili, portarle al 60% del mix energetico entro il 2030, semplificare le procedure e accelerare la transizione.
E, in parallelo, autorizzare l’uso di vettori energetici alternativi per le imprese industriali almeno fino al 2026.
Nel ragionamento di Confindustria entra anche la dimensione europea.
L’Unione, secondo Fontana, è “inadeguata di fronte alle sfide globali”, ma la risposta non può essere il ritorno ai nazionalismi economici: da soli, sostiene, i Paesi sarebbero “ancora più deboli”.
L’obiettivo, dunque, è una forma di federazione più efficace, capace di competere con Cina e Stati Uniti.
Se il fronte industriale chiede protezione e strategia, quello sindacale sposta il baricentro sul potere d’acquisto.
Il messaggio della Cgil è diretto: l’inflazione non è un fenomeno neutro, ma un trasferimento di ricchezza.
Con una crescita dei prezzi al 2,9%, un lavoratore con reddito da 35mila euro rischia di perdere oltre 1.500 euro nel 2026; un pensionato con 1.000 euro al mese circa 370 euro.
Per la Cgil rappresentata da Christian Ferrari, il nodo è fiscale: senza un intervento correttivo, il sistema Irpef amplifica il drenaggio fiscale.
La richiesta è chiara: indicizzare automaticamente l’intera struttura dell’imposta all’inflazione per evitare che gli aumenti nominali si traducano in maggiore tassazione reale.
La Cisl, con Ignazio Ganga, mantiene un’impostazione più centrata sulla tenuta complessiva del sistema.
Nel Documento di finanza pubblica vede “misure insufficienti” rispetto alla crisi in corso e segnala tre criticità: produttività stagnante, rischio che transizione verde e digitale scarichino costi su famiglie e lavoratori, e un sistema salariale ancora troppo debole.
Il timore, condiviso, è quello di una nuova compressione di salari e pensioni dopo anni di erosione inflazionistica.
Più radicale sul fronte fiscale la Uil che denuncia un carico ancora “sproporzionato su lavoratori dipendenti e pensionati”, mentre restano deboli lotta all’evasione e redistribuzione.
Per il sindacato guidato da Santo Biondo, serve una riforma che introduca maggiore equità e affronti anche il tema degli extraprofitti.
Accanto ai grandi sindacati, il fronte delle associazioni economiche completa il quadro.
Confesercenti segnala un aggravio energetico di 900 milioni per il terziario e un rischio concreto per il turismo, con una possibile contrazione tra il 5 e il 15% dei flussi stranieri e una perdita fino a 10 miliardi di spesa.
La richiesta è di intervenire sugli oneri di sistema e introdurre strumenti strutturali, come un’accisa mobile sui carburanti.
Sul versante istituzionale, l’Anci mette in guardia sulla tenuta dei bilanci comunali: l’erosione degli spazi finanziari e la fine del Pnrr rischiano di generare una perdita stimata di 2,2 miliardi nel triennio.
Le Province, con l’Upi, chiedono invece di non ridurre le risorse correnti e di garantire un piano stabile di investimenti pubblici.
Infine i professionisti e i consulenti del lavoro, che puntano su formazione, produttività e riduzione del cuneo fiscale come leva anti-fuga dei cervelli.
E Confprofessioni che richiama l’urgenza di investire in innovazione e trasferimento tecnologico: “senza ricerca non c’è crescita”.
Il quadro che emerge dal Documento di finanza pubblica è quindi quello di un’economia sospesa tra due forze: da un lato le imprese, che chiedono energia, stabilità e interventi straordinari; dall’altro sindacati e rappresentanze sociali, che temono una nuova stretta su salari, pensioni e welfare.








