Dopo le crisi generate dalla pandemia da Covid 19 e successivamente dall’invasione della Ucraina e oggi dal conflitto in Medio Oriente, puntare con decisione all’obiettivo della sostituzione del mix energetico non significa svuotare il sistema Paese dal necessario utilizzo del gas naturale, elemento fondamentale indicato nelle strategie internazionali per una “giusta ed equa” transizione energetica, senza la quale si metterebbe a rischio la ripresa economica e produttiva.
Per evitare squilibri di continuità della fornitura al sistema produttivo e sociale sarà fondamentale invece accelerare la transizione con razionalità, avviando la sostituzione dell’utilizzo del carbone e del petrolio per usi energetici, aumentando in questa fase di transizione l’utilizzo del gas naturale, che a parità di impiego emette CO2 per il 25-30% in meno rispetto ai prodotti petroliferi e per il 40-50% in meno rispetto al carbone.
L’abbattimento delle emissioni è un problema mondiale che coinvolge e che deve responsabilizzare tutti i governi nel mondo.
L’Europa, che ha molte colpe pregresse ma che ad oggi non è annoverata tra i più grandi inquinatori (solo il 10% delle emissioni sono determinate dai 27 stati dell’unione), deve recuperare il ruolo di leader e affermarsi come guida nella lotta ai cambiamenti climatici, supportando e trascinando, con grande responsabilità e diplomazia le altre economie.
Per questo motivo la via verso il pieno utilizzo delle FER (Fonti di Energia Rinnovabile) è certamente e giustamente irreversibile.
Non si può procedere sulla strada della decarbonizzazione senza preventivamente vagliare, analizzare e trovare soluzioni adeguate a quei settori industriali e manifatturieri energivori.
Occorre favorire la costruzione o il revamping di impianti di produzione di energia rinnovabile a cominciare dall’eolico e dal solare, ma anche promuovere la produzione di biocarburanti o di biogas.
Anche l’economia circolare se inserita nel sistema energetico e permettendone il suo sviluppo, consente di produrre e gestire in modo ottimale tutto il ciclo dei rifiuti.
Quel che normalmente si considera come “rifiuto” può essere trasformato in una risorsa.
Per molti anni però per far crescere il proprio consenso politico si è favorito il cosiddetto “turismo dei rifiuti” piuttosto che elaborare un serio piano di trattamento degli stessi volto a creare occupazione, a evitare l’utilizzo delle discariche e chiudere il ciclo con la termovalorizzazione, consentendo di recuperare energia e calore dai rifiuti.
Gli slogan e le ideologie, o l’effetto Nimby, non hanno fatto né avanzare né minimamente semplificare le procedure di autorizzazione relative ai vari impianti di tecnologie diverse.
Il fabbisogno energetico dell’Italia nel 2025, secondo in rapporto di Terna dello scorso novembre, è coperto per il 42% da fonti rinnovabili (per la massima parte da idroelettrico e fotovoltaico), per una quota simile da fonti fossili, mentre la percentuale restante dalle importazioni da centrali estere.
Uno dei temi che sta coinvolgendo la politica è l’approvvigionamento del gas.
Il nostro Paese è fortemente dipendente dalle importazioni di questo combustibile, il 95% utilizzato in Italia proviene dall’estero, mentre la produzione interna copre il 5% (concentrata in Basilicata) e aver depresso negli anni passati la produzione nazionale è stato un errore, perché ha comportato un ulteriore aumento della dipendenza e dei costi di importazione.
Il flusso del gas naturale che proveniva dalla Russia (il 40% del nostro fabbisogno) si è fermato dopo l’invasione della Ucraina riducendo progressivamente la nostra dipendenza fino a scendere al disotto del 5%.
Oggi in Italia, il gas arriva prevalentemente dalla Algeria (35%), dall’Azerbaigian con il Tap (15%), dal nord Europa (10%), dalla instabile Libia (5%) e dal gas naturale liquefatto (GNL) importato dal Qatar, dall’Algeria e dagli Stati Uniti che rappresenta oltre il 20% dell’import complessivo.
Il gas naturale liquefatto, in questi ultimi anni ha acquisito una maggior rilevanza in Italia come fonte energetica diversificata e sicurezza delle forniture, inoltre la produzione pur essendo di gran lunga inferiore al fabbisogno nazionale ha un forte valore strategico dalla scelta dei partner commerciali coinvolti nell’attuale conflitto con l’Iran.
Tuttavia, l’incremento delle importazioni ha portato alla necessità di nuove infrastrutture di rigassificazione, come gli impianti di Piombino e di Ravenna.
I due nuovi rigassificatori sono in aggiunta ai tre già esistenti.
Due di questi sono offshore (ossia in mare aperto) nei pressi di Livorno (attivo dal 2013) con una capacità di rigassificazione di 3,75 Mld m3/anno e a Porto Viro (Rovigo, attivo dal 2009) con una capacità di 8 Mld m3/anno e uno situato a terra a Panigaglia (La Spezia, attivo dagli anni 70) con una capacità annua di 3,5Mld m3.
Il gas naturale liquefatto una volta giunto in prossimità delle costes italiane attraverso le metaniere e trasferito ai rigassificatori, infrastrutture dove il metano liquido, viene riportato allo stato gassoso (ritrasformando il GNL da -162°C a temperatura ambiente) prima di essere stoccato e immesso nella rete nazionale.
A questi impianti spesso sono legate le polemiche suscitate dalla politica e dalla popolazione locale.
Nei mesi scorsi è cresciuta a Piombino la diatriba con il governo Meloni perché la nave rigassificatrice operativa dal luglio 2023 doveva essere ricollocata al largo della costa di Vado Ligure a partire da quest’anno.
Invece con il decreto-legge di marzo è arrivata la proroga all’autorizzazione per il mantenimento del rigassificatore nel porto di Piombino oltre la scadenza prevista del 31 luglio.
La decisione del governo ha riacceso le critiche degli abitanti della città toscana e del presidente della Regione e commissario straordinario per il rigassificatore di Piombino, il quale ha confermato che se non verranno realizzate le compensazioni concordate nel 2022 con Draghi, lui non firmerà l’autorizzazione alla proroga.
Cosa prevede il memorandum con i dieci interventi di compensazione sul territorio?
Innanzitutto, lo sconto in bolletta per le famiglie e per le imprese, le opere infrastrutturali portuali e il potenziamento dei servizi sanitari, il sostegno alla pesca e lo sviluppo turistico, il monitoraggio e delle garanzie sulla sicurezza del rigassificatore oltre all’efficientamento energetico degli edifici pubblici.
I reali timori della popolazione riguardano anche le bonifiche e il possibile impatto ambientale legato al grande impianto installato nel porto della città.
Risposte a cui il governo non ha ancora dato soddisfazione.
Per produrre acciaio verde in Italia servirebbe un rigassificatore anche per il rilancio dello stabilimento ex Ilva di Taranto.
Se si vuole giustamente decarbonizzare la realtà produttiva, sostituendo gradualmente gli alti forni (spesso sequestrati dalla magistratura) con i forni elettrici bisogna utilizzare il gas per alimentare i DRI (impianti di purificazione dei materiali ferrosi), utilizzando una nave rigassificatrice oppure un gasdotto oggi inesistente.
L’aumento vertiginoso dei costi dell’energia di questi giorni ha evidenziato ancora una volta le contraddizioni delle scelte di contrasto effettuate dai governi Conte 1 e 2 rispetto alla valorizzazione delle risorse del nostro Paese verso il possibile sviluppo delle produzioni nazionali di gas naturale.
Fermo restando la strategicità delle fonti rinnovabili, le polemiche promosse in quegli anni dai sostenitori politici della “decrescita felice” hanno inciso negativamente nel dibattito sulla questione energetica italiana, favorendo le decisioni negative.
Una serie di iniziative fuorvianti, a partire dal fallito referendum sulle trivelle del 2016, ha fatto perdere all’Italia l’opportunità di divenire l’Hub principale del Mediterraneo per il trasporto del gas e per le operazioni di rigassificazione; così come la contrarietà al Tap in Puglia, fortunatamente andato a buon fine il collegamento tra Grecia, Albania e la costa leccese per trasportare il gas dall’Azerbaigian all’Italia, che se si è invece dimostrato assolutamente compatibile con il territorio salentino.
Di fronte a queste situazioni la risposta non può essere solo più rinnovabili, ma un vero ripensamento del sistema energetico mettendo sullo stesso piano decarbonizzazione, competitività e sicurezza energetica.
Bisogna predisporre un Piano Nazionale che definisca l’energia come una vera infrastruttura strategica, con un approccio multi-tecnologico, che integri le fonti, garantendo sicurezza di fornitura e continuità degli approvvigionamenti.
Allora affermare che nel percorso verso la neutralità delle emissioni climatiche entro il 2050 non si può fare a meno del gas, nella misura in cui le altre fonti alternative e rinnovabili non sono ancora in grado di rispondere al totale fabbisogno energetico ci sembra quasi prevedibile quando si hanno chiari sia l’obiettivo che il percorso da seguire.
Per questo motivo è importante accelerare sulla strada della integrazione energetica in cui tutte le tecnologie (compreso il nucleare di nuova generazione) siano presenti nel rispetto della centralità delle persone, del lavoro e del territorio, affinché l’interesse del Paese arrivi a traguardare velocemente gli obiettivi previsti.
Banca d’Italia e Mef hanno rilasciato il rapporto di valutazione di “Transizione 4.0”, il programma che mirava, con crediti di imposta, a incentivare gli investimenti tangibili e intangibili in tecnologie digitali, l’attività di ricerca e sviluppo e il miglioramento di skill lavorativi e manageriali.
Nel quadriennio 2020-23, la massima parte dei crediti è andata a finanziare investimenti in beni fisici e solo una quota minoritaria è stata destinata a R&D, training e beni intangibili.
Il rapporto evidenzia risultati eterogenei.
Gli effetti sono stati significativi per occupazione e, soprattutto, tassi di investimento nelle micro e piccole imprese, ma generalmente scarsi per la produttività.
L’accumulazione di capitale ha quindi risposto (anche con fenomeni di crowding in di capitale privato nelle imprese maggiori), l’efficienza no.
Sotto il profilo della produttività l’esito della più importante e apprezzata politica industriale del nostro paese è stato dunque deludente.
Per commentare tale risultato richiamiamo brevemente il contesto.
Il periodo di implementazione di Transizione 4.0 ha coinciso col miglioramento degli indicatori di produttività aggregata dell’Italia, un fatto molto spesso negletto nei commenti e rapporti sul tema.
L’Istat indica che nel settore privato la produttività totale dei fattori (Ptf) è aumentata nel 2020-23 dell’1% all’anno.
Un ritmo, si stima, superiore a quello sperimentato nei maggiori paesi europei.
Alla crescita robusta del triennio 2020-2022 (+1,9% in media all’anno) ha fatto seguito il brusco calo del 2023 (-1,7%).
Le risultanze delle verifiche econometriche del rapporto di valutazione dicono, in definitiva, che Transizione 4.0 non ha contribuito a sostenere la fase di espansione della produttività aggregata, né ha svolto un ruolo di contenimento nella successiva flessione.
Ne discendono alcune osservazioni.
La prima è che ciò che chiamiamo produttività dell’economia (sulle cui incertezze concettuali e di misurazione si è espresso recentemente Innocenzo Cipolletta su Inpiù) esibisce dinamiche proprie rispetto alle quali la politica industriale focalizzata sugli investimenti in un paese come l’Italia (non siamo certo la Cina) non è che una componente, spesso secondaria rispetto all’influenza che assumono altre spinte.
In particolare, nel periodo in esame ciclo economico (forte ripresa e successiva frenata della domanda aggregata), rimescolamenti nella popolazione dei produttori (con accelerazioni e rallentamenti nella riallocazione di risorse) e (per quel che concerne la produttività del lavoro) modifiche dei prezzi relativi dei fattori (persistente calo del costo del lavoro rispetto ai prezzi degli altri input produttivi) sono stati elementi decisivi rispetto ai quali anche politiche più incisive avrebbero probabilmente potuto contribuire poco.
La seconda osservazione è che in ogni caso la politica industriale può e deve avere un ruolo nel cercare di favorire l’upgrading tecnologico di quante più imprese, in particolare quelle che, pur avendo favorevoli potenziali, non ce la fanno da sole a innovare.
Una tale politica, però, non può esaurirsi nell’incentivo, richiesto sempre a gran voce dagli imprenditori, all’acquisto di macchinari, ma deve sostanziarsi nel sostegno alla riorganizzazione dei processi produttivi per assicurare la diffusione e l’efficace adozione di tecnologie e beni innovativi.
È ciò che è stato trascurato nell’esperienza di Transizione 4.0, anche perché le imprese non avvertono le carenze manageriali come effettivamente prioritarie.
È quel che sarà ancora determinante nel consentire l’assimilazione dell’incombente, nuova rivoluzione tecnologica.








