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I morti della Shoah e quelli di Gaza: parlare di genocidio è antisemitismo? | L’analisi di Luigi Carletti

Quarantasette ragazzini francesi in gita sono stati cacciati da un aereo della Vueling prossimo alla partenza da Valencia verso Parigi perché avevano armato un tale casino che la gestione delle operazioni di decollo era divenuta impossibile. Il comandante ha bloccato l’aereo sulla pista e, per motivi di sicurezza, ha chiesto l’intervento della polizia. I media documentano che gli agenti sono anche dovuti ricorrere all’immobilizzazione e alle manette, come nel caso di una delle quattro responsabili del gruppo, una ventunenne a quanto pare molto agitata.

Piccolo particolare: i ragazzini erano ebrei, cantavano e urlavano in ebraico, e a far saltare le valvole dell’autocontrollo sarebbe stato l’aver scorto in cabina di pilotaggio una bandiera palestinese. Cosa, questa, tutta da verificare, ma che nel caso non risulta essere ancora un reato. Tutt’al più si potrebbe configurare come un comportamento discutibile da parte dei piloti, la cui valutazione disciplinare spetterebbe ai responsabili della compagnia aerea.

Ma ovviamente l’incidente non è finito qui. Le famiglie dei ragazzini lo hanno classificato come “grave episodio antisemita” e – raccontano le cronache – adesso sono intenzionate a portare la Vueling in tribunale. Un’inchiesta chiarirà probabilmente l’esatta dinamica dei fatti, ma intanto alcune valutazioni si possono fare.

Questo piccolo fatto di ordinaria maleducazione, purtroppo oggi molto frequente tra i ragazzini in gita, qui si distacca dall’ordinarietà a causa del significato politico che le famiglie – e con loro il ministro israeliano Amichai Chikli – hanno voluto attribuirgli, indicando l’equipaggio della Vueling come animato da simpatie pro-Palestina e da avversione nei confronti di Israele.

Amichai Chikli non è un ministro qualsiasi: è titolare degli Affari della Diaspora di Israele e membro del Likud, principale partito della destra di cui è leader il premier Benjamin Netanyahu. Dare dell’antisemita a chi censura certi comportamenti di cittadini ebrei è probabilmente il minimo che il ministro possa fare. Ci criticate? Siete antisemiti.

Del resto, l’accusa di antisemitismo in questi ultimi anni l’abbiamo sentita rivolgere a più riprese, non di rado anche nei confronti di chi – da sempre – si è battuto pubblicamente contro l’antisemitismo. È un’accusa spesso ingiusta, che di solito non regge, eppure la incontriamo con sempre maggiore frequenza. Chiediamoci perché è accaduto. E perché accade continuamente?

Intanto dobbiamo intenderci sul significato di antisemitismo. La definizione più accreditata recita: “Avversione nei confronti dell’ebraismo, maturatasi in forme di persecuzione o addirittura di mania collettiva di sterminio da una base essenzialmente propagandistica, dovuta a degenerazione di pseudoconcetti storico-religiosi o a ricerca di un capro espiatorio da parte di classi politiche impotenti”. Al concetto di antisemitismo si lega poi quello di antisionismo, che possiamo provare a riassumere (sempre da fonti autorevoli) così: “Contrarietà e negazione dello stato di Israele e del suo diritto alla pace e alla sicurezza”.

Che cosa significa tutto questo? Significa che da secoli c’è un popolo, quello ebraico, che attraverso vicende storiche complesse e dolorose, è stato oggetto di persecuzioni di ogni genere. La Shoah è l’immane tragedia causata dal nazifascismo che tutti abbiamo imparato a conoscere e alla quale abbiamo riservato un posto speciale nella memoria al grido di “mai più!”.

Già, mai più. I bambini ridotti a scheletri, le donne con gli occhi incavati dal terrore, i cumuli di cadaveri, la disperazione di genitori che vedono i figli spegnersi per la mancanza di cibo: sono le testimonianze terribili di un genocidio in bianco e nero arrivate a noi dal periodo buio della follia nazista. Immagini che hanno segnato indelebilmente la storia. Ma oggi quelle stesse immagini si ripropongono a colori, con i suoni e le sequenze dell’attualità. Sono esseri umani, tali e quali a quelli di ottant’anni fa, muoiono pressappoco nello stesso modo, sterminati secondo un disegno simile, per il quale si può utilizzare l’identico termine. Genocidio: “Metodica distruzione di un gruppo etnico, razziale o religioso, compiuta attraverso lo sterminio degli individui e l’annullamento dei valori e dei documenti culturali”.

Il genocidio in corso a Gaza e negli altri territori palestinesi è opera dei figli e dei nipoti di quelli che subirono le peggiori persecuzioni nei campi di concentramento nazifascisti. Questa purtroppo è la storia che ci sta scorrendo davanti agli occhi e rispetto alla quale il sentimento più comune è quello dell’impotenza. Ci sentiamo impotenti di fronte alla strategia criminale di Netanyahu e del suo governo, le cui prime vittime – oltre ai palestinesi – sono quegli israeliani, e quegli ebrei nel mondo, che guardano con orrore a quanto succede ogni giorno. E sanno bene, come lo sappiamo noi, che quanto sta avvenendo non segnerà solo la storia e la memoria collettiva, come ci insegna la Shoah, ma scaverà ancora di più quel solco che ci divide dai popoli che guardano all’Occidente (e a Israele) come all’Impero da abbattere. Il dolore e la crudeltà le cui immagini, quotidianamente, ci raggiungono nelle nostre comode case, non possono passare senza lasciare una traccia che è una ferita profonda. Alimentano l’antisemitismo? Rinfocolano l’antisionismo? Fanno molto di più. Ripropongono le più spaventose pagine di storia, evocano cambiamenti tanto improvvisi quanto drammatici, ci ricordano la provvisorietà di personaggi il cui enorme e sconsiderato potere sarà il primo detonatore della loro fragorosa caduta. Che purtroppo coinvolgerà non solo complici e sodali, ma anche molti innocenti.

Mentre migliaia di bambini, donne, anziani finiscono nella strage quotidiana, produrre e far circolare le immagini di Gaza trasformata in un resort di lusso, non significa solo commettere un atto di stupido bullismo mediatico. Significa firmare una condanna inappellabile all’odio. Un odio secolare. Planetario. Che ci inseguirà per generazioni senza fare troppe distinzioni. Questa è la grande responsabilità dell’Europa con il suo patetico equilibrismo. E questa è l’enorme responsabilità del governo italiano e del suo balbettio tattico, ben rappresentato dal non riconoscimento dello Stato di Palestina (Meloni dixit) e coronato dagli scomposti vaneggiamenti di Salvini che, in questo momento storico, pensa bene di farsi dare un premio inventato su misura come “amico di Israele”.

Ma quello che più colpisce della nostra classe politica di governo è il continuo tentativo di cerchiobottismo: è vero – sostengono i vari pappagallini dichiaranti – a Gaza succede quello che vediamo ogni giorno, ma il 7 ottobre del 2023 Hamas ha attaccato, ucciso, rapito persone inermi.

Tutto vero, è andata esattamente così, e le responsabilità criminali di Hamas sono quotidianamente davanti agli occhi di tutti. Quindi questo giustificherebbe il felpato atteggiamento italiano verso il governo criminale di Israele?

Ma soprattutto, che cosa è successo davvero il 7 ottobre 2023?

Chiunque conosca le dinamiche dei servizi d’intelligence, il 13 giugno scorso ha avuto l’ennesima conferma sulla terrificante potenza del Mossad e dell’intero apparato israeliano. L’attacco contro l’Iran ha dato ancora una volta la misura della preparazione, della meticolosa pianificazione e dell’efficienza del servizio di intelligence fondato il 13 dicembre del 1949 da David Ben Gurion.

Le incursioni con i droni fatti partire all’interno del territorio iraniano ricordano quanto è riuscito nelle settimane precedenti ai servizi segreti ucraini contro i bombardieri russi, ma in questo caso – oltre ai siti nucleari – sono stati colpiti anche specifici obiettivi umani: capi delle forze armate e scienziati che lavoravano al programma sull’uranio, quindi (secondo accuse mai provate) a una possibile bomba nucleare. Colpiti a casa loro, con tutto ciò che questo comporta sul senso di insicurezza e di continua precarietà.

A monte dell’operazione, appare ovvio, c’è stata una mappatura puntuale fatta di infiltrazioni e azioni sotto copertura condotte sul campo per mesi se non anni.

Quanto è avvenuto non fa che alimentare il mito del Mossad, che già nel settembre scorso con i cercapersone fatti esplodere addosso ai militanti di Hezbollah aveva choccato l’opinione pubblica mondiale per un’azione simultanea su migliaia di obiettivi. Nel ricostruire la genesi e lo sviluppo di quell’operazione senza precedenti, era emersa un’architettura strategica che aveva qualcosa di spietato e al tempo stesso di diabolico, soprattutto nelle valutazioni delle conseguenze, che per il nemico di Israele sono state effettivamente devastanti.

Dunque, sul piano puramente “tecnico”, onore agli strateghi e alle menti del Mossad, oltre che ai numerosi operativi che rischiano la vita per fare quel pezzo di lavoro che spesso resta invisibile ma è assolutamente decisivo.

Ma detto tutto questo, e proprio per le ragioni su esposte, tornano e si rafforzano una serie di domande su quel tragico 7 ottobre del 2023, quando con l’operazione Diluvio al-Aqṣā alcuni gruppi armati di Hamas massacrarono 695 civili, 71 stranieri e 373 membri delle forze dell’ordine, per un totale di 1139 vittime a cui aggiungere 251 persone rapite e portate come ostaggi nella Striscia di Gaza.

L’assalto di Hamas fu pianificato e condotto con metodi che se confrontati ai sistemi del Mossad, è come paragonare una battaglia del Medio Evo ai conflitti moderni. Eppure Hamas – secondo la versione ufficiale – colse completamente di sorpresa l’intelligence e le difese israeliane.

È andata davvero così?

Porsi questa domanda è legittimo per una serie di ottime ragioni, la prima delle quali riguarda le rivelazioni apparse su autorevoli mass-media (New York Times in testa) secondo cui Israele sapeva del piano di Hamas da almeno un anno. Sul perché quel piano fu ignorato si possono, come sempre, elaborare numerose teorie. La più semplice è che nel governo israeliano potesse esserci chi non aspettava altro.

La seconda ragione che giustifica la domanda riguarda la traiettoria politica di Benjamin Netanyahu e del suo governo, che nel 2023 era in grande difficoltà, ma immediatamente dopo il 7 ottobre – sulla scorta della grave emergenza nazionale – divenne assai più saldo, con i risultati che ancora oggi sono sotto gli occhi di tutti.

La terza e ultima ragione è quella che chiude il cerchio di questo ragionamento: può un servizio segreto capace di fare ciò che ha fatto il Mossad in tutta la sua storia dal 1949 a oggi (incluse le ultime operazioni descritte) farsi passare sotto il naso motociclette e deltaplani carichi di uomini armati in un’area di confine notoriamente a rischio?

I dubbi sono legittimi, le risposte finora sono state abbastanza elusive. Intanto Netanyahu passa di guerra in guerra restando al potere e sottraendosi ai processi in cui è imputato. Ha una richiesta d’arresto della Corte penale internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità, ma nel frattempo strizza l’occhio alla destra sovranista che governa gli Usa e alcuni paesi europei. Inclusa l’Italia, che continua a vendere armi a Israele. Le armi da utilizzare dove serve. A Gaza, per esempio.

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